Apologia del Cambiamento

Secondo voi, qual è il prodotto che è accompagnato dagli spot peggiori, indipendentemente dalla casa?
Io direi che l’automobile vince a man bassa.

Si potrebbe fare un discorso anche molto serio, ricordandosi di quanti bambini sono morti perché chi li ha investiti era una persona infima imbottita di droga, alcol, o solo molto immedesimata nella 24 ore di Le Mans.
Nello stesso discorso, potremmo incolpare una gran varietà di soggetti e, badate bene, si avrebbe comunque ragione: il conducente, la mancanza di controlli efficaci dove serve davvero, la Legge che offre a malapena un tour del carcere e poi si è tutti a casa propria e, non da ultimo, proprio il criterio di sponsorizzazione delle auto.

Una volta, infatti, c’erano l’uomo d’affari, l’uomo di famiglia, l’operaio in caso di furgoncini, i quali guidavano una certa auto per prestigio, per sicurezza o comfort e gli spot venivano strutturati di conseguenza.

Oggi i pubblicitari e le case devono essere totalmente impazziti, come se tutti quei morti sull’asfalto non riguardassero (anche) i loro prodotti, e danno vita a slogan e claim per i quali gli spot dovrebbero essere multati severamente e ritirati, anziché trasmessi e affissi – oh, l’ironia – per le strade.

Ne prendo tre a caso:

Citroën DS4
Se provassi a dire no? No alle regole!

Mercedes Classe B
Ora che conosci tutte le regole, dimenticale.

Hyundai i40
Chi l’ha detto che le regole sono l’unica strada?

Siamo sinceri, dare questi consigli all’automobilista medio italiano è concorso in omicidio.

Come se non bastasse, gli spot non sono nemmeno belli. Che ve lo dico a fare, sono da vergognarsi.

L’ultimo, in ordine di tempo, è quell’arzigogolato racconto della bambina con il chihuaua rumoroso con cui condivide i sedili posteriori dell’auto dei suoi, che non vede l’ora di crescere e che il cagnetto crepi, così può comprare un’auto (quale? Boh! Missione compiuta, complimenti) e prendersi il cane enorme che ha sempre desiderato. Insensato e antipatico. E a me i chihuaua nemmeno piacciono.

Quello che vi mostro oggi, però, è un altro livello, è la corazza indistruttibile di Scemotron.

La mamma va a prendere a scuola la figlia con l’automobile. Se volete ci fermiamo un momento, così vi riprendete dallo sconcerto per un incipit tanto originale.

La ragazzina, tra i 12 e i 14 anni, entra, si siede e si piega in avanti, rivelando un tatuaggio sulla parte inferiore della schiena.

Ora, un necessario inciso: i tatuaggi possono piacere e non piacere. Per quanto non me ne farei mai uno personalmente, io li adoro, specialmente quelli che hanno origini culturali antiche e, quando c’è un tattoo expo, prendo la mia fida reflex e vado a fotografarne qualcuno.
Quello che, sempre stando alle mie non troppo approfondite conoscenze, è uno schiaffo all’estetica e al significato primo della pratica, è il gergalmente detto tramp stamp, vale a dire quel tatuaggio che si fa proprio sopra il sedere. Se, da una parte, sono il primo fan di “ognuno faccia quello che vuole”, dall’altra mi sento di dire che i tatuaggi in quella posizione risultano sempre irrimediabilmente volgari, dozzinali, diciamo pure banalmente brutti. D’altra parte, non lo chiamano tramp stamp per fargli un favore.
Se ne avete uno, perdonatemi per quest’opinione un po’ drastica.

Torniamo ora a noi, così vi faccio vedere un esempio di quanto appena descritto.
Sicuramente in uno studio a prova di epatite e attento alle norme di legge sui minori in materia, la bambina si è fatta permanentemente decorare proprio con un tramp stamp.

La madre, che dovrebbe fare la parte della sconvolta e amareggiata (ve lo dico io perché tanto non si capisce, è tutto recitato e doppiato da cani) esclama con trascinante convinzione:
«E quel tatuaggio? Cosa ti è venuto in mente?»

Ah, che esempio di fulgido polso genitoriale. “Cosa ti è venuto in mente” equivale, per ritrita inutilità, a “non sono arrabbiata, sono delusa”, nel mio immaginario di mamme tv che, a differenza della mia, non appendono al muro la prole indisciplinata.
L’atteggiamento educativo sembra comunque funzionare: la figlia la guarda con tacito pentimento, direi del tipo e tu che vuoi, vecchia schifosa.

Ma qui arriva il colpo di scena – riprendetevi perché c’è dell’inaspettato: «questo è un tatuaggio!» cinguetta la donna, tirandosi giù la zip della gonna davanti a una scuola media, rivelando con finezza l’imperatore dei tramp stamp.

La figlia ride, ah ah che sorpresa, mamma sei mitica! Ed insieme se ne vanno a casa.

FINE.

A cosa abbiamo appena assistito? A “Personalità in movimento”.

Personalità in movimento.

In pratica, cercano di far passare la mamma come trasgressiva, moderna e piena di sostanza perché ha un tatuaggio obbrobrioso, mentre in realtà, poverina, il suo problema è che la figlia le nasconde le cose e non rispetta il suo ruolo.
Forse, chi si lamenta perché i tatuaggi sono ancor oggi ostracizzati a volte non si accorge che il problema è una simile rappresentazione di essi, più che le signore di mezza età scandalizzate da un po’ di inchiostro.
Senza contare che una donna volgare, orgogliosa di trasmettere la volgarità alla figlia, piuttosto è stupidità in movimento.

Sarebbe ora di far capire ai pubblicitari e a quelli che approvano i loro rivoltanti parti mentali che la sicurezza e il  rispetto delle regole della strada non sono dei noiosi comportamenti da sfigato, ma sono le cose che salveranno i loro stessi figli mentre attraversano la strada per andare a scuola.
Allo stesso modo, un po’ di finezza e di genitori meno mediocri possono solo far bene.

Drive the change, suggerisce Renault.

Io risponderei che una società senza regole, senza eleganza, educazione o creatività non è “the change”, è il mondo in cui siamo adesso.
E, piuttosto che assecondarlo, vado a piedi.

Post più riflessivo e meno spensierato oggi, anche visti gli ultimi avvenimenti. Sono vicino con affetto a tutti quelli che hanno subito danni a causa del terremoto e ringrazio tanto coloro che hanno mi hanno tenuto compagnia nell’assoluto spavento di quelle quattro del mattino.

Archibald Photo Op

Qualche giorno fa, ho ritrovato un  numero di Airone del 1993, quando ancora era una pubblicazione degna (prima che diventasse quell’ottimo involucro per stoviglie in caso di trasloco che è oggi, per essere chiari) e ho trovato una pagina pubblicitaria di Sheba che dovevo farvi vedere.

Perdonata la scansione infima, ma la carta era lucida e il mio scanner vecchio quanto la rivista.

Ma andiamo pure ad analizzare questo capolavoro di quasi vent’anni fa.

I soggetti sono:

una signora, con camicia di seta blu abbottonata secondo i dettami dell’Educandato del Sacro Cuore e una di quelle acconciature che rovinano inesorabilmente il ricordo degli anni Novanta;
il suo gatto, un british shorthair.

Anzitutto, mi chiedo: che senso ha mettere la scatoletta chiusa sul piatto di ossidiana, col ciuffo di prezzemolo vicino? Non ce l’ho con l’erbetta in sé, sebbene abbiamo già discusso in passato di come guarnire la ciotola del gatto con fiocchi di mousse e pomodorini a forma di scrigno sia abbastanza insulso. Qui il problema è che sì, ci metto il prezzemolo, però poi te la apri da solo.
Che è un po’ come se la fata madrina fosse andata da Cenerentola e le avesse detto:
«tiè, un sacchetto di semi di zucca, un buono da 10 euro per Pittarello e un criceto siberiano, buona fortuna».

Ma questo è niente. Il pezzo forte è la didascalia.

“Archibald, uno splendido esemplare di British Blue e la sua padrona, Lady E. Foster, colti in un momento di tenerezza.”

Per apprezzarla a fondo, bisogna rendersi conto dell’assoluta accozzaglia di informazioni sospettosamente specifiche che ci danno.
Archibald, lo splendido esemplare, si struscia come di consueto con tale Lady Foster, quando qualcuno (chi, ma chi? Ci chiediamo noi in coro, confusi) li coglie. Immaginatevi a grattare la pancia al vostro cane: Fabrizio Corona  salta fuori dal nulla, vi coglie e poi vende tutto a uno di quei giornali che costano poco. Ecco, una cosa del genere, solo posh.

Fortuna vuole, infatti, che questa immagine non sia stata rubata quando lei era seduta al water e Archibald è entrato in bagno, convinto che fosse l’occasione perfetta per giocare ad acchiapparsi; o magari mentre il medesimo ritornava a casa appoggiando sul divano color crema il cadavere squartato di un passerotto (no, ma avere un gatto è bellissimo, eh).

Al contrario, dicevamo, lo scatto puramente casuale è avvenuto mentre i due posavano testa contro testa, con la stessa identica espressione sul volto, in una stanza di velluto blu. Li vedete, sono in visibilio, uniti nella più totale mudita bhavana.
Non so che trito di erbe la signora usi per arricchire lo Sheba, ma io andrei verificare quale sia il quartiere in cui si trova il venditore, con una di quelle visite del controllo qualità meglio note come retate.

Ma veniamo alla signora, perché non so voi, ma io sono rimasto affascinato da quel tramonto su Mordor che ha per ombretto, voglio sapere tutto di lei e del suo mondo in blue velvet. Così ho attivato le indagini del caso, posto che l’unica E. Foster di mia conoscenza è Elizabeth Hervey che io, lungi dall’essere un’enciclopedia ambulante, conosco perché ho visto un brutto film in costume con Keira Knightley, nella parte della duchessa modaiola e Ralph Fiennes, come sempre nei panni di un tizio detestabile.
Ad ogni modo, anche con l’ausilio a tutte le “o” di Google, l’unica Lady E. Foster che ho trovato è il suddetto, del tutto trascurabile personaggio storico, cosa che fa propendere per l’assoluta inesistenza della medesima in tempi recenti.

Per dissipare la delusione, ho dunque utilizzato gli stessi criteri per dedicarmi a valide alternative, purtroppo non più praticabili, essendo cessata la campagna pubblicitaria (più probabilmente per morte di Archibald):

Belinda, un’elegante mucca Ottonese-Varzese e il suo padrone, Lord C. Benso di Cavour, colti in un momento di tenerezza.

 Jeff, un fascinoso esemplare di aragosta del Maine la sua padrona, Mrs J. B. Fletcher, colti in un momento di tenerezza.

 Tornado, un baldo stallone Andaluso e il suo padrone, Don D. De la Vega, colti in un momento di tenerezza.

Andrew, how.. Parte II

Benvenuti alla seconda parte del documento scientificamente irrilevante sul comportamento sconclusionato di Andrew Howe quando si relaziona alle merendine.
Se vi siete persi la prima parte (sciagurati) la trovate qui.
La buona notizia è che la piccola persecutrice a molla scompare, non sappiamo se perché affidata ad un centro di recupero e smaltimento o perché ha trovato una preda più recettiva.
La cattiva notizia è che anche i nuovi spot sono intollerabili. Ma, come dico sempre in questi casi, più lavoro per me.

Cercheremo inoltre di trovare una risposta ponderata alla domanda: sarà stato mica lui?
Lo so che detta così non si capisce niente, ma dovrebbe diventare tutto più chiaro al termine di questa ricerca. O forse no, ho dormito tre ore la notte scorsa.

Il nuovo scorcio della quotidianità inconsapevole di Andrew ci scaraventa (tenetevi forte perché c’è fantasia in gemme) nientemeno che in latteria. Siamo chiaramente nel mondo dei sogni, giacché il nostro eroe cammina nel centro storico di Celestopoli, il sole splende, per la strada si aggira controvento addirittura l’uomo dei palloncini.
Ora, noi vorremmo prolungare questo momento StreetView e cercare il Bianconiglio per dirgli che è arrivata l’ora legale e quindi è ancora più tardi, ma siamo ormai moralmente obbligati a seguire Howe per accertarci che non gli succeda niente di male nel tragitto tra casa sua e quella della nonna.

Dev’essere una vita intricata e dolorosa come un cespuglio di rovi, quella del buon Andrew, che trotta bel bello fino alla latteria senza che un solo pensiero scalfisca quella mente sgombera. Il solo contatto visivo con la scritta “ALIMENTARI LATTERIA”, tuttavia, è ampiamente sufficiente a creare un breve scompiglio interiore: «mi è venuta un po’ di fame».
Il turbamento, per fortuna, dura il tempo di un’auto-assoluzione, in quanto Andrew consulta l’orologino digitale e si dà una pacca sulla spalla con paterna comprensione: e ti credo che c’hai fame gioia mia, sei tutto il giorno che te ne vai ronzando come un’apina in primavera.

E’ dunque il momento del teletrasporto, perché vi ricordo che siamo in un mondo magico: noi non sbattiamo neanche le palpebre o la testa sul tavolo che lui è già dentro, come un ninja delle Olimpiadi. E che cosa vorrà acquistare,  in un alimentari latteria? Quelle ciambellazze fuori misura, un filoncino di grano tenero?
No. Il Kinder Bueno.
Non so voi, ma io un po’ di pietà in fondo al cuore comincio a sentirla.
Andrew si posiziona discreto dietro alla signorina che lo precede, con un rispetto della distanza di cortesia tale che potrebbe leggerle le istruzioni di lavaggio nel colletto del trench. La sfortunata non si accorge di niente: uno pensa di essere al sicuro, in un alimentari latteria. E invece no. Non ha il tempo di puntare il dito verso il Kinder Bueno, che succede una cosa che ha dell’assurdo. Sto squilibrato le afferra il polso e lo devia verso quelle schiacciatine lì. Come se quest’atto di cafonaggine non fosse sufficiente, quell’ignorante della lattaia, invece di lanciargli una manciata di grissini appuntiti negli occhi, gli dà man forte: “sono croccantissime!”. No, ma voi riuscite a vedere quanta criminalità surreale aleggi in questo esercizio? Secondo me non emette neanche gli scontrini.
Ad ogni modo, un comportamento del genere sembra infastidire solo me, in quanto, senza nemmeno voltarsi a vedere chi va in giro afferrandole i polsi, quella che si è appena rilevata la più squagliata del trio continua imperterrita a indicare col dito il Kinder Bueno ed esclama: «veramente io volevo qualcosa di più sfizioso..», facendo intendere che piuttosto che prendere le schiacciatine di quella latteria leccherebbe un paracarro in tempo di carnevale.
«E alloraaa i dolci alla crema» insiste quindi Andrew, con l’approccio riguardoso del toro da monta e dimostrando di non conoscere la parola krapfen «sono deliziosi».
«Buoni, ma sono un po’ troppo..» è la solita risposta, sempre così ricca di significato e soprattutto simpaticissima, frizzante, inedita, una boccata di aria fresca.
La lattaia, dal canto suo, guarda Howe con l’aria ma che vvvole questa?, aggiungendo quel tocco di psicopatia dei bei borghi di una volta.
Lui ricambia lo sguardo; non è abituato ad essere contraddetto quando torce gli arti alle sconosciute, emerge inequivocabilmente dall’intelligente curiosità che gli attraversa gli occhi.
L’altra, ormai persa, filosofeggia con mano aristotelica «volevo qualcosa giusto per arrivare a pranzo». Perché se no che succede, muori? Kinder Bueno: il tassello mancante tra il pranzo e il perimento per inedia.
Questo momento di squisita intellettualità è l’occasione perfetta per il galantuomo Andrew, che le frega la merendina da sotto il naso.

Dopo un gagliardo intermezzo costituito dal solito girotondo delle nocciole e dalla Forza che assembla il Kinder Bueno nell’universo dell’oltrebianco, assistiamo infine alla fiera delle menti lobotomizzate, con Howe che sfotte la signorina dandole dell’indecisa e le elemosina metà snack e lei che ridacchia, felice di prendersi le sue briciole e le sue prese in giro; il tutto ulteriormente appesantito dalla silhouette sfocata dell’inquietante lattaia, che sorride come se avesse appaiato due angeli. Veramente, la pericolosità di certi esseri umani.

La complicità ambigua di Howe e dell’esercente malvagia, con nostra sorpresa, non si limita all’allegra bottega, ma continua nell’appartamento del nostro atleta.


Come possiamo ammirare, Andrew è alle prese con l’installazione di alcune mensole su una parete di casa sua (una nuova casa, mi par di capire.. ma sì, perché no, finora di logico non c’è stato niente) ed è in evidente difficoltà: non ci vuole una livella per capire che sta facendo il secondo buco dieci centimetri più in basso. ..No, ma davvero, tu mettili così i tasselli e richiamaci quando ci appoggi i libri e la boccia col pesce rosso.
Tutto questo bricolage avanzato porta Howe ad esprimere il suo pensiero più frequente: gli è venuta un po’ di fame. Tempismo malandrino, suona il campanello e si palesa quella brutta lattaia senza creanza che abbiamo conosciuto poc’anzi.
C’è dell’emozione: «ciao, Andrew!» esclama lei tutta illuminata.
«Lucia!» risponde lui, che come al solito non ha idea del mondo che gli gira intorno.
«Ho chiuso il negozio prima e ti ho portato un po’ di spesa!»

Chiedo scusa. Decentramento urbano in crescita, crisi finanziaria, tempi da lupi che neanche in Dickens e tu chiudi il negozio a caso, così puoi portare al principino i dolciumi? Ma ci rendiamo conto?
Ovviamente lui non si sogna neanche di ringraziare. Ci ritroviamo invece a dover ascoltare la seguente frase: «tu sì che mi conosci!».
Che può voler dire:
tu sì che mi conosci! Non so nemmeno contare gli spiccioli, figuriamoci farmi la spesa
tu sì che mi conosci! Questa casa ha pane a volontà e alberi da frutto, ma la sera finisce tutto in pattumiera
tu sì che mi conosci! Mi chiudo spesso dentro casa e non so come uscirne
tu sì che mi conosci! Il che è una fortuna, ho perso i documenti e non mi ricordo come mi chiamo

..ed altre innumerabili affermazioni intrinseche, ugualmente valide, anche contemporaneamente.
La signora, che aveva un bisogno tanto impellente di andare da lui che non s’è nemmeno tolta il grembiule, gli porge tre etti abbondanti di biscottoni al burro.
Andrew li guarda, vi prego fateci caso, con una repulsione di rara autenticità (comincio a credere che in quella latteria faccia tutto schifo), ma nel contempo li arraffa e se li imbosca al sicuro in dispensa con la rapidità di un bravo scoiattolo.
La lattaia non si lascia demoralizzare, anzi, continua con le regalie, offrendo un bombolone che lui non guarda nemmeno; senza esagerare, non ci posa gli occhi per un secondo che sia uno. Ma nessuna paura, lei ha portato una confezione di Kinder Bueno che basta per tutto l’inverno.

E qui succede qualcosa.
Lui vabbè, lo sappiamo, sgiuggiola senza ritegno «i miei Kinder Bueno!».
Ma lei, lei è interessante. Lo guarda, si veste di un’espressione tutta speciale e lo mette al suo posto, precisando: «i nostri».
Lui ride di quella risata nervosa tipica dello scagnozzo quando il capo gli racconta una barzelletta che non gli fa ridere manco per niente, conscio di questo rapporto torbido con quella che lo droga di snack, che gli ha ricordato come lui non sia niente senza di lei, e che quello che gli viene dato, allo stesso modo può essergli tolto.
La riprova della supremazia della lattaia in questa coppia malata è data dal fatto che non si dividono un Kinder Bueno, lei ne ha uno tutto per sé, è una novità rispetto agli spot precedenti.
Il lato da brivido, se lo preferite, sta nel braccio stretto sulla spalla di lui, a rivelare una disagevole intimità, e l’unisona, disturbante estasi stendhaliana nell’assaporare il ripieno di nocciole – questa è uscita molto più equivoca di quanto volessi, giuro.

Alla luce di questi fatti, capiamo che il mondo di Andrew Howe, sotto sotto, non è un idillio come appare a prima vista, bensì un incubo, e questo ci aiuta a trovare la risposta della gran domanda di oggi, cioè che sì, con ogni probabilità l’uomo coi palloncini era It.

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Andrew, how.. Parte I

Andrew Howe. Forse vi ricordate di lui per i suoi successi sportivi, le belle medaglie che ha conquistato mentre sua mamma lo incoraggiava a forza di sgridate e bicipiti agitati, per il suo tendine ballerino; o forse ancora per quei poster promozionali della linea d’abbigliamento dell’Aeronautica Militare, intento a farci vedere come gli doni la giacchetta del Barone Rosso. Sembra avere tutto, capacità ed avvenenza.

1. Andrew Howe mostra un biscotto danese alla glassa di burro
2. Una stirata alla polo ci stava però eh..

Dietro a questa vita apparentemente meravigliosa, si cela tuttavia una condizione molto seria, di cui non si parla abbastanza.
Come tutti sappiamo, da tempo Kinder affianca i grandi sportivi italiani, e, come se non bastassero le spontanee colazioni di Fiona May e la trascinante simpatia di Valentina Vezzali, ha deciso di affidare la promozione del Kinder Bueno ad Andrew Howe.
Ebbene, con quello snack davanti, questo povero ragazzo si trasforma in un completo deficiente.

Non può farne a meno: si scompone, rotea gli occhi, ha la testa confusa come se respirasse elio, acquisisce la parlata di Braccobaldo. Se fino ad un attimo prima vi sembrava l’angelo dell’hangar, alla visione di un suo spot vorrete indossare degli enormi paraorecchi in isolante orso polare e riparare in un bidone di kerosene. Si aggiunga, poi, che questo stato di temporanea incapacità mentale porta il nostro eroe a non accorgersi dei pericoli che lo circondano.

In principio ci fu l’insopportabile ragazza bionda. Quella che lo “incontra” all’aeroporto, che “casualmente” diventa la sua vicina di casa.. Non ci sono abbastanza virgolette per spiegare la gravità della situazione. Non mi è chiaro, cosa doveva nascere da quell’incontro pirotecnico di menti, una tenera amicizia, una relazione romantica? Io analizzerei i fatti: una ragazzetta con lo sguardo allucinato, che chiaramente spalma le anfetamine nel sandwich, segue un povero atleta, lo perseguita ed inscena incontri fortuiti che non convincono nessuno tranne lui. Se la signorina fosse stata un uomo, a quest’ora sarebbe soggetto a un provvedimento restrittivo e a Quarto Grado si traccerebbero vaghi schemi esplicativi sulla lavagnetta, coi pennarelli. Ma è minuta, ha gli occhioni azzurri di Dumbo, quindi lasciamo che piombi in casa ad un personaggio noto appena dopo il trasloco, senza che lui, povera anima di panbiscotto, si interroghi su come lei l’abbia trovato o come conosca tutti i suoi spostamenti.

Già all’aeroporto qualcosa non andava. Non tanto la scenetta, su cui sorvolerei con misericordia, quanto piuttosto sul fatto che lei rubi un campione della sua firma e scappi veloce come il vento, per poi passarci davanti divorando la merendina, con lo sguardo sadico di chi ci dice che è appena cominciata.

E’ quindi assolutamente normale che lei si metta ad urlare «yuuhuu! Andreeew!» già dal piano terra del palazzo. E questo, notare, senza che lui provi per lei un sentimento diverso dallo stupore mattacchione: «ancora tu?», esclama con la testina inclinata tipica delle sit-com statunitensi degli anni Ottanta. Lei entra in casa sicura come un sicario, facendo capire che in quell’appartamento ci è stata già: per i sopralluoghi, per trapanare i fori negli occhi dei quadri così da poter spiare Howe dall’appartamento accanto, a piazzare la telecamera nel mappamondino, che tanto, quando mai lo userà.

Il problema è che Andrew non è bravo a mandare via la gente e, quando lei gli chiede cosa stia facendo, anziché fingere di dover uscire, lo sciagurato le dice che sta per mangiare. Ovviamente la poveretta, nella sua delirante visione della realtà, prende l’affermazione come un invito a rimanere: uno snack tira l’altro, poi chissà, nella borsetta ha casualmente un catalogo di vestiti da sposa, un album di graziosi foto collage di loro due e forse anche una mannaia. Svegliati, ragazzo: se è la tua vicina di casa, come mai si presenta con la borsa?

La giovane mentecatta coglie la palla al balzo: «ho una leggera fame anch’io!».
In proposito: basta, basta con ‘sta storia che il Kinder Bueno serve quando non è che hai fame, ma un po’ sì, cioè, che un panino no e la pastarella è troppo, però.. No, sul serio. E’ un cavolo di snack. Piantatela. Nessuno parla così. Nessuno risponde «Ti faccio un piccolo toast». Cosa mi viene a significare “piccolo toast”? Sì, sì, ho capito, serviva qualcosa di piccino, poco farcito ma comunque pesantello. Peccato dia piuttosto un’idea del tipo: «sono un pidocchio di ultimo pelo ed è già tanto se ti scaldo una fetta di pane. Vuoi mangiare, ah, maledetta? E va bene. Avrai un toast, Ma sai cosa? PICCOLO. Così impari.»
Senza contare che, nello spot dell’aeroporto, Howe voleva quel Kinder Bueno perché aveva tanta, tanta fame che ancora un poco sveniva davanti al distributore. Decidetevi, perdio, il Kinder Bueno deve o non deve sfamare?!

Coerentemente con questa linea nutrizionale selvatica, la nostra persecutrice, cresciuta in qualche splendido collegio nel Sussex, non lo vuole il toast, che diamine, vuole qualcosa di più sfizioso, che non siamo mica alla sagra della sardina.
Lui, che non ha idea di come si parli ai pazzi scatenati, la asseconda servile e le offre una fetta di torta di gommapiuma, che lei rifiuta, perché no, è buona, per carità, ma un po’ troppo, mo’ non esageriamo.. signori di Kinder, voi capite che dialoghi del genere sono veramente fuori controllo?
Lei si accorge che Andrew tiene qualcosa dietro la schiena. Che cos’è? Oh, numi, non sarà mica un cellulare per chiamare aiuto? E invece no, ha in mano un Kinder Bueno, immagino ormai sciolto e impiastricciato. La vittima è costretta a mostrarlo, sempre fedele alla mimica del bimbetto americano birbante. La risposta è la seguente: «ci stavi provando?!» Eh, certo, buttiamo una frase ambigua che si riferisce allo snack ma forse anche no. E il nostro ingenuo eroe, anziché darle una bella padellata sullo zigomo e legarla con la corda per saltare, lascia che lei si sieda coi suoi jeans sporchi di metropolitana sul tavolo dove si mangia, lascia che sia lei a scartare e dividere la merenda e mangia, sorridendo! Sul serio, sei completamente ammattito?

Ma cosa ne può sapere lui, il suo orologio da parete segna sempre le 4.49 e la sua frutta è tutta di legno.

 

 

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Poetica del Trivago e dell’Indefinito

Trivago è un sito di ricerca per viaggi e hotel (tra l’altro non uno dei migliori) che ha deciso di farsi conoscere in tv, con uno spot che è una commedia in tre atti in cui si nota il preopotente influsso goldoniano – e di due libretti in particolare: La Contessina e Il Viaggiatore Ridicolo. Va anche detto che da essa non si può prescindere, se si sta facendo una lista dei pro e i contro di essere vivi (nel caso ve lo steste domandando, va nei contro)

Ho anche letto qualche commento in rete, scoprendo che tutti hanno incensato lo spot come splendido, meraviglioso, inarrivabile, sensuale e raffinato (!). Mi piacerebbe sapere se anche voi ci abbiate trovato questo grand gourmet dell’advertising. Io no. Ma andiamo con ordine.

 

La versione che ho trovato è in inglese. Non cambia nulla, anzi: non sentire la voce narrante italiana con quel tono strascicato e mellifluo può solo fare bene.

I protagonisti

Ragazza random, pallore anni Venti. Carina. Smunta. Collo da toro.
Christian Göran
, un uomo che si fregia del nome di fotografo grazie ad istantanee di vestitini di pizzo e uccelli morti e altre cose di amaro sapore instagram. Ha all’attivo più foto di sé lui della più prolifica adolescente munita di smartphone e specchio grande in bagno.

Ma veniamo alla squisita storia.

I

Gesù di Nazareth e la Ragazza con Turbante di Jan Vermeer alloggiano nello «stesso hotel»; si incontrano per caso nel camminamento, entrambi in accappatoio, e si guardano come se dai condotti dell’aria uscissero feromoni e loro due fossero le ultime persone sul pianeta. L’espediente dell’abbigliamento neutro ce li vuole presentare come perfettamente uguali, impedendo a noi spettatori trucidi e velenosi di giudicarli dai vestiti che indossano. Il risultato è che mi sono sembrati egualmente un po’ sciroccati, conciati così a ciondolare fuori dalla porta.

II

Il secondo atto ci spiega perché i due girino in deshabillé per i corridoi: stavano andando in piscina! E’ la prima volta che vedo qualcuno prepararsi già in camera, lasciandoci dentro i vestiti di ricambio: mi piacerebbe vederli, mentre tornano in camera ciabattando fradici, lasciando scie di acqua sulla moquette dell’hotel di lusso come lumache bavose, dev’essere un piacere. Personalmente, mi piace pensare che sia loro necessità sguazzare come rospi, ogni tanto, per mantenere umide le membrane. Fatto sta che i due si incontrano nella piscina semibuia, un luogo ombroso, pieno di specchi strategici tipo casa degli orrori.. giuro, non capisco perché in tv debbano sempre rendere le piscine inquietanti.

Lei cammina ondeggiando tutte le sue ossicine fragili e tintinnanti e lui, da vero gentiluomo, le dà una bella squadrata ormonale, asciugandosi lo scalpo, nel disperato tentativo della regia di farci credere che lei sia una principessa delicata e lui un tenebroso barbonaccio che vive di giocoleria nelle piazzette. In italiano, «same experience» è stato poeticamente reso con «stesse emozioni», elevando un po’ questo proemio di porno al rango di sentimento.

III

I nostri beniamini si incontrano per l’ennesima volta, se tutto va bene l’ultima, in ascensore. Lo spot ci dice «MA: due prezzi diversi». Voi che mi conoscete, sapete che io penso sempre male, quindi non dirò niente sul prezzo messo lì senza spiegazioni, come se  ci informassero su chi dei due troveremo nella stanza singola, a seconda di quanto abbiamo intenzione di pagare. E’ invece interessante vedere come adesso, secondo la regia, noi dovremmo giudicarli per come sono vestiti: lui si rivela un tipo tutto elegante (con quell’accostamento? Non penso proprio), lei è una ragazzetta selvatica, con giacca di pelle, catene, chewing gum sonoro, capelli elettrificati.

I due ridono, sghignazzano paciarosi pensando a come diversamente si erano immaginati, in un clima gioviale da “l’ho scampata bella” che fa molto onore ad entrambi.

In questo spot si è cercato, sin dall’inizio, di indurre lo spettatore ad esprimere un giudizio sui protagonisti, basandosi esclusivamente su elementi estetici, colpevolizzandolo alla fine per aver dato quello stesso giudizio; ma non è garantito che esso ci sia. Lui ha una maledetta barba, non ha tatuato el loco sulla fronte; lei ha i lineamenti delicati e l’epidermide retrò, ma cosa dovremmo dedurne, esattamente, che è la regina che per hobby fa tagliare la testa a chi le pianta le rose del colore sbagliato?

La morale dello spot è l’apparenza inganna, risultato della combinazione di due concetti: il primo è che i due hanno avuto lo stesso servizio a due prezzi diversi, quindi lei è stata più furba, nonostante molto giovane e malgrado fosse vestita così (terribile, no?); il secondo è che, grazie a Trivago, puoi trovare un soggiorno niente male, lo stesso che si concede la gente più danarosa, anche se è evidente che non te lo puoi permettere.

In pratica, la spinta costante e sfacciata a giudicare, che è imposta allo spettatore, non funziona, perché il grado di preconcetto e luogo comune che si imputa a chi guarda è in realtà di chi lo spot lo ha realizzato.

L’apparenza inganna, è vero. Perché, esattamente come una barba o una giacca di pelle non significano niente, allo stesso modo una fotografia cinematografica decente e una manciata di luoghi comuni non dovrebbero tramutarsi de facto in uno spot sensuale e raffinato. Eppure lo spot è bellissimo, la scenetta è intrigantissima e Christian Göran si crede ancora fotografo.
E sì che ci sarebbe un titolo goldoniano perfetto: L’impostore. Ma è una commedia, sapete. E gli uccelli morti non sono mai stati un granché allegri.

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Moralismo Letterario (e Delurking Day)

I

M’ero segretamente ripromesso di non occuparmi mai più di ALM, perché chi deambula incensandosi e dicendo che tutti gli altri sono cretini perché non riconoscono il suo genio non dovrebbe essere incoraggiato, ma fatto sedere con dolcezza sulla panchina e riconsegnato all’infermiera.

Recentemente ho anche visto uno spot cumulativo de Il Labirinto Femminile (altrimenti noto come un libro bellissimo) e de La storia di Giovanni e Margherita (alias un’opera di una bellezza struggente) in cui si aveva la netta impressione che ALM avesse preso in mano la situazione e avesse detto «operatore, accendi la telecamera, che mo’ spiego io a queste capre che capolavori si stanno perdendo», ovviamente leggendo spudoratamente il gobbo, perché, parafrasando le già sagge parole della figlia,  «capire il senso delle frasi di Marra è difficile, anche quando Marra sei tu»
Dico solo che tanto immotivato ego l’ho visto solo in Derek Zoolander.

Tuttavia, non posso esimermi di fronte al dovere di cronaca, giacché continua il filone di personaggi che si prestano alla marrana carnevalata: stavolta abbiamo nientemeno (nel senso che davvero non c’era niente di meno; forse Corona, via) che Lele Mora. Non sapremo mai cosa c’entri con il libro, perché nessuno di noi leggerà il libro. No, sul serio. Promettetelo.

La piacevole e rilassante musica splatter è sempre la stessa (perché cambiare è difficile, anche quando basterebbe sostituire un file Mp3) ma questa volta i libri si palesano tra mille luccichini, come se fossero il vomito di Campanellino. Dietro c’è uno specchio barocco e una losca figura, che riconosciamo essere quella di Lele Mora, in una giacca che io amo descrivere come “il gessato che sta scappando”.

Ovviamente va sul sicuro, rifugiandosi nella collaudata accozzaglia di scemenze prive di logica alcuna.

«Specchio, specchio delle loro brame… dì pure a costoro che ciò che riguarda Marra è sempre la cosa più brutta del reame! Non sono un critico; ma Il Labirinto Femminile è il libro più straordinario che ho mai letto e allora mi sono offerto, per un euro, di rompere io il silenzio assordante di quelli che dovrebbero parlare, ma credo temano causi gli attesi cambiamenti. Leggilo! E’ davvero bellissimo»

C’è così tanto da sfottere che mi gira la testa.
«Specchio, specchio delle loro brame…» e subito il dubbio mi assale: ALM (perché il burattinaio è sempre lui, non c’è bisogno di dirlo) starà mica riferendosi a noi e a tutti quelli che prendono in giro la promozione delle sue opere, vale a dire una quantità di persone uguale a quella illuminata dal Sole in questo momento?
Mi sa di sì, perché fiocca quel vittimismo lagnoso che tanto ci è piaciuto nei monologhi Marrani post-critiche:

«dì pure a costoro che ciò che riguarda Marra è sempre la cosa più brutta del reame!»

Ora, non diciamo cose che non sono. Noiosa, tracotante, insopportabilmente vanesia, inutilmente farraginosa.. brutta non l’ha mai detta nessuno.

vicepreside MoraIl tutto abbinato ad un fastidiosissimo dito indice, che viene brandito con minaccia, a scandire ogni frase, come se l’oltraggiato professor Marra avesse chiamato a difesa il vicepreside Mora, che adesso ci mette a posto tutti e ci toglie la ricreazione del pomeriggio.

«Non sono un critico (e già la sorpresa circa quest’affermazione mi occlude i ventricoli) ma Il Labirinto Femminile è il libro più straordinario che ho mai letto (mi domando quale ventaglio di letture impegnate preoccupazioneriempia gli scaffali della sua biblioteca .. Non a caso si dice: “che io abbia mai letto”) e allora mi sono offerto per un euro (ma cos’è, una simulazione di compenso? Sta mettendo le mani avanti con la Finanza?) di rompere io il silenzio assordante di quelli che dovrebbero parlare (e qui si ripropone il brevettato piagnisteo di ALM, “nessuno mi capisce, nessuno mi difende, al terzo canto del gallo comprerai il mio libro in edicola”) ma credo temano causi (non faccia quella faccia signor Mora, “causi” esiste, eh, è una parola) gli attesi cambiamenti.»

E questo è un momento Voyager che voglio lasciare così, intatto, nella sua mostruosa vaghezza:
il coraggioso Mora, completamente sguarnito di congiuntivo, si legge il librone di Marra, tutto.
Poi vede che nessuno lo compra e si strugge, oh mon Dieu, come mai il Labirinto non diventa il nuovo Nuovo Testamento, perché?
Eppure è il libro più bello che ha mai letto.
Sarà mica che i grandi illuminati italiani lo stanno ignorando di proposito, perché hanno paura della portata delle rivelazioni sulla coppia? Non è che qualcuno ci guadagna ad attanagliare la società allo strategismo sentimentale?
Allora gli viene un’idea supergenerosa: chiede un euro (che secondo me è una pidocchiata, altroché, fallo gratis accidenti) a Marra e si offre di spiegare a noi microcefali il grande potenziale degli sms tra Alessia e Franco, o come cavolo si chiamano la praticante facilona e il suo dominus porcello.

«Leggilo! E’ veramente bellissimo»

Intanto mi dia del Lei, ché non sono Francesca Lodo nella sua piscina a Porto Cervo.
Secondo, io non leggo un libro solo perché lei me lo consiglia.
Al contrario, mi rifiuto volentieri di leggerlo solo per il fatto che lei me lo consigli.
Perché vendere un libro è difficile, anche se impieghi la famiglia, un’attricetta imbarazzata e il direttore del circo.

Robe che fan sperare che arrivi presto il 2012 a portarselo via.

II

E’ tornato il delurking day.
Ormai lo conoscete, è il momento dell’anno in cui chi legge e non commenta mai, o quasi, fa un saluto, lancia un insulto, insomma, lascia un commento.
Nessun impegno. Ma sappiate che per scrivere questo post oggi mi sono bruciato tutte le pause, tutte.
Scherzi a parte, ringrazio davvero tutti quelli che leggono, che poi commentino o no.
(tutte le pause – TUTTE!)

Noi Che Siamo Buoni Tutto L’Anno

“Alcuni sono buoni solo a Natale. Altri, tutto l’anno. Direct Tv è meglio”.
Che tv italiana potrebbe dire così? Temo Mediashopping.
Non per merito ovviamente: per sfacciataggine.
Non so chi altro vi regali un melenso spot cileno di Natale del 2007, dico per dire.

Carissimi amici,

domani parto per le vacanze e mi sembrava sacrilego infrangere il tradizionale post di auguri prenatalizi.
Se ho le vostre e-mail vi ho già scritto personalmente, ma purtroppo non ho i contatti di tutti.

Vi ringrazio tantissimo, di tutto cuore, per la gentilezza che dimostrate e le risate che ci facciamo insieme.
Vi auguro un bellissimo Natale qualsiasi cosa significhi per voi,
ma soprattutto -e lo spero sempre davvero- siate felici!

Oh oh OH!

jonlooker

Wikipedia: video definition: television.

Esegesi dell’Immedesimazione Arcuriana

Amici,
ditemi che l’avete visto.

S’, proprio lui, lo spot che dovrebbe rappresentare l’Italia al festival internazionale degli ortaggi.
Io lo amo.
Pensate che stia facendo del sarcasmo? Proprio no – e, grazie al supporto audiovisivo, cercherò di far amare anche a voi tal capolavoro.

sms misterioso

A Manuela Arcuri arriva un messaggio di testo e legge qualcosa che non le piace, probabilmente contiene una parola non tronca o un congiuntivo: lo capiamo dal suo sguardo imbronciato, famoso per la poliedricità con cui è impiegato per una scala di gravità che va da “dei malavitosi hanno sterminato la mia famiglia e mi segregano in uno scantinato” a “ohi ohi è finito il Nesquik”.

immedesimazione psicologica

Questo incipit, che ci fa trattenere il respiro per il livello di pagliacciata che è già fin qui, è impreziosito da  una musica Profondo Rosa che, unita al celeberrimo sguardo, effettivamente spaventa tantissimo.

ma che mi frega, c'è un nuovo libro!

Ma il momento di buio interiore svanisce all’appropinquarsi leggiadro (ah, le magie conturbanti della grafica) del bellissimo librone, che porta l’effige di un signor Marra che pare l’afflitto/preoccupato/truccato fratello spento di Robin Williams, imprigionato in un ottagonale labirinto rosa, che porta a considerare il tutto una sezione di cervello con una patata bacata sopra.
Il titolo del libro è stampato con un font che lascia intendere che dentro ci sia L’Enciclopedia dei Tarocchi o Le Memorie di Austin Powers, ma è giusto che ci facciamo dire di che si tratta dalla diretta interessata:

«E’ Labirinto Femminile, il nuovo libro di Alfonso Luigi Marra. Uno straordinario epistolario d’amore in sms tra Luisa, giovane avvocatessa, e Paolo, il titolare del grande studio legale in cui lavora. Un’opera per liberare la coppia e la società dallo strategggismo sentimentale che le tormenta e ha enormemente rallentato il cammino della civiltà. E’ bellissimo! Chiedilo in edicola o in libreria.»

Ma come fa, una, dopo una faccia da funerale di moffette come quella, a uscirsene con un’estemporanea réclame su un libro che compare come un fantasma alle sue spalle facendo finta di niente?

E chiunque si sia pregiato di scrivere un testo tanto farraginoso e furbetto sembra non aver notato l’infinita tracotanza che emana: un libro da arribbattarsi per quanto è splendido, lettere d’amore ma no qualsiasi, epistule, una cosa aulica eh! In sms.
E non tra i soliti ragazzetti da due soldi che sognano di fare i cantanti rock, eh no: c’è Luisa, che è un’avvocatessa, giovane, però, ovvio, che in un petardo di deontologia professionale fa sexting con il suo capo, capite? In un grande studio legale, comunque, tutto un altro livello.

il messia della coppia e della società

E questo non è altro che un mezzo, ma che dico mezzo, un’opera! con cui l’autore libererà la coppia – ma che dico la coppia, la società tutta! dallo strategismo sentimentale, nientemeno.

E qui  è il mio momento preferito, quando la memoria/sfacciataggine della Arcuri si

preoccupazione e sconcerto per la sorte della civiltà

incrina e lei si impappina impercettibilmente quando parla di questo diavolo d’uno strategismo, che ostacola inesorabilmente il cammino della civiltà e le fa alzare le sopracciglia nel più profondo sgomento.
Dev’essere proprio questo, sì: lo strategismo sentimentale.
Dài, in fondo delle guerre e della corruzione è mai fregato niente a qualcuno?

convintissima

Ora arriva il mio momento preferito (quello vero, prima ho mentito), ovvero la critica letteraria pregnante e azzeccata:
«E’ bellissimo!» accompagnato da un perfetto equilibrio tra lo sdegno più nero e la soddisfazione più sublime.

Il tutto, notare la regia, nell’incrementarsi della musica esoterico-terroristica, inquietantemente ben accoppiata alla suadente impostazione vocale da telefono erotico.

bellissimo!

Me lo devo tenere buono, questo post, nel caso dovessi scrivere un saggio sul bipolarismo.

Post dedicato a Roberto e all’Ingegnere, che mi hanno mandato lo stesso link a pochi minuto di distanza l’uno dall’altro. Mi complimento con voi per aver riconosciuto celermente tanta disarmante qualità.
E un saluto alla cara Elisa, che ha avuto l’ottima scelleratezza di condividerlo su Twitter!

Topi Di Un Certo Livello

Prendo spunto dal commento di thefoxy per parlare di una serie di spot che genera in me sentimenti contrastanti a causa dei protagonisti: i sorcetti del Parmareggio.

Orbene, non so se l’hanno fatto con intento, ma è come se si fossero visceralmente impegnati a renderli odiosi.

In principio c’era solo lui, il topolino bianco vestito di lana verde,

che è veramente un piacere ascoltare nei suoi vaneggiamenti boriosi, con la sua r moscia simpaticissima e l’accento esageratamente marcato, che tanto dev’essere piaciuto ai nativi.

Il degustatore dal foulard di seta acchiappa formaggio da ogni dove con le sue piccole manine eteree e lo sgranocchia mentre ci spiega perché è buono (e perché è il caso di farne una questione di marca, cosa su cui non avevo dubbi, visto il soggetto).

Ora, io devo confessare che in principio lo trovavo adorabile. Sarà per quelle manuzze industriose, ma mi piaceva. Ringrazio i creativi per avermi rinsavito con gli spot successivi.

Infatti, col tempo, impariamo a capire il carattere e le attitudini del protagonista, finendo col comprendere che ci troviamo di fronte alla versione Rodentia di Guastardo della Radica.

Guardate il momento snack :

Beh no, prima guardate come corre. Verrebbe da dire che abbia un topo nei pantaloni, ma considerato che è lui stesso un topo, l’affermazione andrebbe a generare equivoci abbastanza imbarazzanti, per cui lascio a voi di decidere cosa sia successo a un poveraccio che corre così.

Poi entra a casa e ci costringe casualmente a conoscere la famiglia, il che apre mondi infiniti sulla spocchia. Innanzitutto la moglie è una specie di Malefica dei topi, vestita interamente di nero e viola e con un ciuffo che urla “derattizzazioneee!” in quattro lingue.

Il figlio è stato rapito dall’infanzia degli anni Quaranta e intrappolato in un universo di formaggio e indossa una cartella per la scuola che è stata dichiarata fuorilegge dal Sacro Collegio Ortopedico e da qualche convenzione internazionale. Io credo che a quella creatura manchi solo il cappellino a spicchi di arcobaleno con l’elichetta in cima per essere l’esempio più innaturale di bambino.

E si chiama Enzino. Mi auguro che non si siano fatti omaggi fuori luogo ad Enzo Ferrari, che per inciso è patrimonio di Modena. Come spero che nessuno se la prenda per questa mia semplice esposizione di un dato di fatto. Ma non credo, considerato che, secondo buona parte dei commentatori dei video che ho guardato, basta la salute: «parma è meglio di reggio, siamo + ricchi!!». Aaah, ok.

A onor del vero, molti commenti, come giustamente segnalava Fyuccia, sono abbastanza tragici per campanilismo, si ammazzano a parole con insulti che devono significare qualcosa solo per loro.
Il che è grottesco, se ci pensate: c’è un topo tutto borioso che beve il the con il mignolo alzato mentre quelli che lo guardano si tirano gli estintori.

Ma ci si consola presto, accorgendosi che ci sono parole d’amore anche per lui, chiamato con infinito trasporto “il fratello scemo di Stuart Little” o con l’espressione che più ho preferito per concisa precisione, “sorcio maledetto”.

Ognun Per Sé E Rana Per Tutti

Ma voi l’avete visto il nuovo spot istituzionale di Giovanni Rana?
Io sì – e lo riporterei come esempio circa un mio antico dubbio: in base a cosa protestano le varie associazioni di genitori bigotti, bigotti senza figli e altre frecce avvelenate contro la libertà di espressione?

Provo a spiegarmi meglio. Questo spot fu censurato perché ritenuto irrispettoso: il quarto Re Magio non esiste, né tantomeno reca Red Bull. Non sono (più) cattolico, quindi la mia opinione su quello che è offensivo per il Credo vale poco, né scrivo questo post per esprimerla.
Mi interessa molto invece, tornare sullo spot che ho citato in apertura, che non è niente di particolarmente acuto né di particolarmente mediocre. I cibi che Rana usa per preparare la sua pasta ripiena si vestono delle sembianze del loro creatore, con indosso un paio di occhiali e una capigliatura posticcia da vecchietto; questo era il modo in cui all’asilo mi facevano decorare rotolini di carta igienica a immagine e somiglianza di un incolpevole San Nicola. Col senno del poi, chissà che gioia riceverlo per i miei genitori.

Credo sia un problema tutto mio che il simbolico cuoio capelluto di Rana appiccicato sui cibi faccia venire da vomitare. Ringrazio, pertanto, l’anima pia che ha evitato di farlo sulla ricotta, giacché già mi immaginavo la famiglia a tavola, sputacchiante alle prese con residui del parrucchino.

Per il resto, il solito copione: lui che lavora con maestria rigorosamente domestica con igienico grembiule, ma soprattutto la (presunta) nipote che fa da cavia umana assaggiatrice; un sistema, questo, che noi percepiamo come banale consuetudine (una bambina che assaggia un tortellino), ma che ha il segreto, rituale sentore dei signori della droga intenti nelle formalità della compravendita («è roba ottima, credimi» «e allora PROVALA PRIMA TU»).

Prendiamoci infine un istante per ammirare i ritratti di Rana sulle confezioni di pasta, che tanto ricordano le pubblicità cartacee di vestiti per bambini, in cui espressioni accattivanti e naturalmente intriganti si frantumano scontrandosi con il limite dell’età dei modelli.

A questo punto, la quasi totalità di voi si sarà chiesta a che pro farneticare su Re Magi, Moige e altre cose squisitamente a caso, se poi devo parlare di uno spot in cui il massimo dell’esuberanza è una nursery di zucche e una brocca di acqua di rubinetto sul tavolo.

Ebbene, ascoltiamo la frase finale.

“Sfoglia grezza: fatta come Rana comanda”.

Eh?!
Il nome di Rana al posto di quello di Dio?

Non fraintendetemi, io non ci trovo proprio niente di particolarmente offensivo, anche se ho già anticipato di non avere i presupposti per giudicarlo. Ciò che suscita perplessità, a dire il vero, è che, pur sembrando un’innocente sciocchezza al pari del quarto Re Magio, questa frase ha un trattamento differente.

E, se qualche soggetto filoMoige si renderà conto dell’incongruenza, si inizierà a starnazzare per una frase di chiusura, accettando come perfettamente coerente il concetto espresso appena prima, che più o meno era:

«Ci ho messo la faccia. Tipo foto segnaletica su ogni confezione. Son proprio costretto a far le cose bene, capite, sanno dove venirmi a cercare. E che figura ci faccio se intossico i miei nipoti?»

Amen!

 

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