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Al Peggio Non C’è Mai Fine

Mi cadono le braccia.
Veramente, mi mancano le parole.
La melodia è quella che verrebbe fuori se Manu Chao avesse l’hobby della salumeria.
E già di per sé rende difficili delle visioni consecutive.

Ma no, non bastava.
Serviva l’elenco puntato

a) sono bello (vorrei ricordare a tutti che stiamo parlando di animali dell’aia tagliati a fette)
b) sono snello (guarda, se dicevi anche qualche vaccata sull’apparato urinario ti scambiavo per la Chiabotto)
c) voglio fare carosello (come quando Cicciolina si mise a fare politica.. Uguale uguale)
 
ma (Dio che suspance, non posso immaginare quanto bello sarà il seguito, con queste premesse)

a)  pochi grassi (non necessariamente un bene, se sei una fetta di maiale)
b)  poco sale
c) per la linea niente male! (qui vi do ragione, a chi sarebbe importato delle coronarie)
d) fai la spesa col cervello (ma non dimenticarlo all’iper se poi devi andare ad ideare uno spot, dico così per dire)
e) metti Snello nel carrello
e qui ragazzi arriva il bello (Noo! Vuoi dire che può andare meglio di così?!)
Rovagnati lancia Snello (bravissimi, ritengo tuttavia che non fosse assolutamente necessario sfrangiarci le gonadi con questo musical del centro di recupero)
sani, buoni, appena nati (come sopra)
dall’intuito Rovagnati (uellalà, intuito, c’abbiamo il detective Conan)
ne van matte anche le zie (non avevate una rima per "calorie", l’ho capito. Ora come ora non posso aiutarvi, perché dopo tre visioni di questa roba mi viene in mente solo “agonie”)
tanti saluti calorie! (e salutate anche la decenza che se ne va, che poi si offende)

Ma no, non bastava.

Ci volevano i personaggi simpatici, la vostra idea di simpatico.
Come il tizio che balla con frenesia ilare, sì, quello con le lenzuola color LSD alle spalle, quello che comunica solitudine e disagio mentale; o quelle persone che fanno la stessa cosa in gruppo, o la mia preferita: la giovane in calore che si dimena davanti alla telecamera nel pensare a un prosciuttino ipocalorico. Non la giudico, magari è la fame che la riduce così. E come non commuoversi pensando a quello che gli amici del ragazzino in felpa arancio gli faranno, quando lo riconosceranno?
Vorrei poter parlare bene della signora in menopausa che dà di matto, di quelli con gli ombrelli sotto il sole o della segretaria che si allena per il secondo lavoro al night ma la verità è che ne parlerei male.

Qualcuno potrebbe ribattere che, pur essendo questo spot non esattamente una meraviglia, una riflessione dal titolo ”Al peggio non c’è mai fine” verta troppo al catastrofico.
Risponderei che il titolo è sorto scoprendo che il rete questo spot è amato da tutti. Chi non lo ama è un cretino. Per dire.
Ne converrete con me, dunque: al peggio non c’è mai fine!

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Almeno La Mia E’ Una Storia Vera

Il Lidl negli spot

Quasi quasi ve lo risparmierei. Anzi, con tutto il cuore, non dovete guardarlo per forza.
Intanto perché la canzoncina da menestrello del terzo millennio con melodia oratifacciopiangere respinge il coraggioso, ma poi non vale la visione: dai, quanto verosimile è la scena del gruppetto di adolescenti che rimorchiano al discount? Per non parlare degli ottantenni che, alla ricerca delle primizie di Madre Natura, si sfiorano le mani nell’agguantare il frutto proibito nello stesso tempo.. un brivido, sul serio, potrebbe essere tranquillamente una jam session tra Lilli e il Vagabondo e un horror coreano.

Non merita di più lo scapestrato padre che tiene nel carrello un’intera covata di figli, a cui dà confezioni di biscotti a nastro mentre loro si divertono tra gli scatoloni di cartone con un’euforia cretina che pare contagi un po’ tutti.
L’esagerato arriva quando uno dei marmocchi in questione si materializza davanti a un dipendente del Lidl, che si riconosce per la divisa blu da capitano di Star Trek e per la gioia con cui sistema le confezioni inginocchiato come un penitente, lo guarda e tanto basta: il buon commesso capisce la sua richiesta da un’occhiata e gli consegna un pacco di merendine, che il ragazzino abbraccia.
Non so, davvero, come si sia concretata questa idea bislacca di un bambino che cerca affetto in un pacco di croissant.
Poi scappa, forse a baciare un mocio.

E non arrivate alla fine, non serve, c’è un altro bambino/a (io non ho capito il genere e non mi sono sforzato; in ogni caso, se fosse un maschio, che gli taglino i capelli, a ‘sto piccolo Lord) che fa campanaccia con la testa sillabando Li-dl. Inguardabile. E non divisibile in sillabe, secondo me.

Il Lidl vicino casa mia

Mentre due signore enormi si lamentano perché le mutande in offerta sono tutte piccole, scacciandosi dalla faccia gli insetti che arrivano dalle cassette di frutta poco lontano,  la dipendente del discount, che si riconosce dalla divisa blu di cui sopra (ma guarnita da orridi inserti gialli) e dall’accidia con cui muove ogni singolo passo, barcolla tra i cartoni spostandoli con i piedi. Un altro dipendente la incrocia e le chiede: «Allora, come va oggi?». Lei si porta le mani alla testa, la scuote ed esclama a voce tonante: «Mah, non tanto bene, sai? Dev’essere perché quando torno dal bar la sera sono sempre ubriaca».

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Nessuno E’ Al Sicuro

Mi è stato chiesto, da più parti, di occuparmi dello spot Miel Pops. Sarò sincero, la cosa non è facile. Per recensire uno spot, anche se in maniera astrusa come è uso qui, bisogna guardarlo più volte.
Orbene, già alla seconda visione di questa.. questa cosa, l’essere umano inizia a dare segni di sconforto; alla terza cala l’atmosfera gioiosa e distensiva di Qualcuno Volò Sul Nido Del Cuculo.

E come si può descrivere uno spot in cui ci sono api che sculettano? Si osserva un momento di commiserazione per come dicono «Pop!» (La prima hot line per insetti, bisogna ammettere che è originale, quasi un servizio pubblico)? Lo possiamo dire, è un po’ da mente malata far realizzare un balletto di ancheggiamenti preso in prestito da quelli di Passaparola; d’accordo, storia vecchia, ma anche i Miel Pops esistono da quand’ero piccolo io, quindi proprio nuovi non sono, come invece ci preannuncia l’impresario delle api operaie, che è vestito finemente, tra l’altro. Una sapiente commistione tra un cantante country in pensione e il petroliere dei Simpsons.

Il peggio ovviamente è la canzoncina, uno di quei mezzucci -spesso vincenti- di ipnosi catodica che tolgono la volontà di cambiare canale (scommettiamo?). Considerando che il cervello deve lavorare pochissimo (o, più cinicamente, serve una nenia subdola per instupidire i bambini e convincerli di avere voglia di Miel Pops), ci vengono illustrate le caratteristiche principali del prodotto, così non dobbiamo nemmeno guardare la scatola.

Per prima cosa, è bzz bzz bzz, bzz bzz bzzz. Giusto, no? Tra l’altro si dà il caso che tutto lo spot sia una grandissima bzz bzz bzz.

Ma anche l’aspetto è importante. Esperti del settore classificano i Miel Pops come pff pff pff, pff pff pff, motivo per cui io adesso prendo la giacca ed esco a comprarli. Cioè, non si immagina niente di meglio di un pff.

Risolte le informazioni principali, è palese che siamo tutti incantati e desiderosi di pallette di miele, così ci vengono date le denominazioni corrette per l’acquisto:  M – I- E  -L :  M I E L  P O P S, così noi rincretiniti, assoggettati al mezzo coercitivo sonoro, possiamo scrivere con esattezza il nome di tale innovativa bontà.

E per gli scettici, per i gretti San Tommaso che non si fidano ancora, c’è l’asso nella manica: Miel Pops è splish splash splash, splish splash splash. Ecco, esattamente, cosa mi viene a significare splish splash splash? Da che altezza bisogna scagliare i cereali per far fare quell’onomatopea spaventosa al latte?

Poi andiamo sulle specifiche di consistenza: crunch crunch crunch, crunch crunch crunch. Ora, per me, sentir pronunciare un’onomatopea americana all’italiana, con la U anziché con la A, è un po’ come il gesso sulla lavagna; preferisco mi s’insinui il dubbio che i Miel Pops abbiano anche il loro rumore caratteristico quando li si sgranocchia, sarebbe patetico al quadrato e voglio crederci.

Quanto all’espressione gnam gnam gnam, si tratta del linguaggio tecnico dei migliori degustatori, una citazione un po’ fine per il grande pubblico, ma si vede che al loro prodotto ci tengono.

Infine, veniamo alle note dolenti. Se questo spot vi piace (no, non è impossibile, basti leggere i commenti su YouTube: folli folle in delirio), siete fortunati, perché potrebbe non finire qui.

A tutti gli altri, preparatevi a tempi bui, perché potrebbe nnon finire qui.

La Francia è stata invasa da questa cosa.

Se passa le Alpi, per noi è finita.

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Aridatece Topo Gigio

Una volta mi trovavo  all’università  alle otto del mattino e,ancora impastato dal sonno, ho sentito risuonare per tutto l’edificio la suoneria tristemente nota col nome di “Bella Topolona”.

Lì ho pensato innanzitutto che provo una tragica pena per il genere umano; poi ho guardato giù per la tromba delle scale e ho scoperto che il telefono incriminato apparteneva alla donna delle pulizie. Ora, come lavoro non rende molto, no? Giusto per dire come è bravo quel nutrito gruppo di italiani a gestire i suoi soldi (cioè comprando cellulari da seicento euro e pacchi di suonerie terrificanti a peso d’oro, salvo poi piangere il morto perché non arrivano a fine mese), questa ha pensato bene che di far quadrare il bilancio spendendo cinque euro alla settimana per una cosa del genere.

Si tratta di un topo ributtante fatto di plastilina, che io, con le mie capacità di scultore minori uguali a zero, avrei saputo modellare  meglio; l’orrido pupazzetto in questione fa capire chiaramente di essere bisognoso di contatto fisico con un soggetto che respiri (ma non necessariamente); notare il gesto che accompagna la romantica frase «mammamia quanto sei bona». Dolcissimo, fa pure l’occhiolino marpione. E assicura tra l’altro «Non ti lascio sola», capite, è così premuroso da avvertirvi lui, che sarà il vostro stalker personale per il resto dei vostri giorni.

E poi, all’improvviso, il tentativo disperato di dare un senso a tutto questo:

«Fai un complimento con questa simpaticissima suoneria!».

A parte che questa suoneria è simpaticissima come potrebbe esserlo una cambiale scaduta, che concetto hanno del “fare un complimento?” «comportati da maniaco dei giardinetti e ti ritroverai sommerso da donne adoranti!»?!

La stragrande maggioranza di chi si fa fregare da questa robaccia è costituita da ragazzini, che hanno imparato in un colpo solo come restare senza soldi e senza ragazze.

Anch’io da ragazzino non battevo chiodo, eh, sia chiaro.

Ma almeno era gratis!

 

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Girlfriends

Molto gentilmente Tata mi segnala uno spot che, per dirla in modo strettamente tecnico, è una immonda porcheria (spiacente per la scarsa qualità video, ma finora non s’è trovato di meglio). Non so con quanta frequenza sia propinato alle masse ma, causa cambiamento radicale di stile di vita, sono colpevole di non averlo mai visto prima. Quindi immaginatemi mentre, incuriosito, sottopongo a me stesso il link offertomi.

Immaginate poi i miei poveri occhi offesi che scappano dalle orbite, rotolano verso la cucina e saltellano sul piano cottura nel risoluto intento di aprire il gas.

L’obiettivo dei realizzatori, peraltro perfettamente riuscito, era:  “spendere meno di cinque euro, possibilmente quattro e quarantacinque/quattro e cinquanta”,

Due poveretti disposti a tutto per fame o per trenta secondi di visibilità (distinzione ultimamente assai poco di rilievo, temo) armati della grinta alla naftalina e dei capelli di Mirko dei Beehive rispettivamente, sfoggiano con insensata spocchia due zaini che, scusatemi se ce li avete, sono di una tristezza abbacinante, con una forma irragionevole e i colori dello Stige. Come se ciò non fosse sufficiente, ballano posseduti da  spiriti di odalische lascive che non s’erano sfogate abbastanza in vita; l’imbarazzo  si impossessa dello spettatore non solo per lo sciagurato che canta al momento ma anche per le facce indescrivibili dell’altro, che aspettando il suo turno ammicca come una vera primadonna.

Un cortile, altri ragazzi che li squadrano con inquietudine..Si trovano davanti ad una scuola, presumibilmente. Quindi si tratta di suicidio.

Voglio dire, video su video  commentati  con voce rotta dal pianto dalle Pulitzer mancate di Studio Aperto con un pezzo di Clayderman in sottofondo non hanno ancora insegnato nulla?

E, balzando brutalmente nella realtà concreta: questi due ragazzini lo sanno che, girato lo spot, ritorneranno sui banchi di scuola DI FACCIA, aiutati dal bullo di turno? Temo già per la loro incolumità, piangerei per loro se i miei occhi non fossero occupati con il metano.

Ad ogni buon conto, i due sembrano aver raggiunto un’appassionata intesa fisica quando, avendo speso finora  la vertiginosa cifra di due euro e trenta, i responsabili a vario titolo dello spot hanno deciso di aggiungere un elemento ulteriore, rigorosamente a caso: una ragazza, anch’essa vestita color prigione, s’intromette di prepotenza nell’affiatato duo ballando come solo una Letterina zoppa di Passaparola sa fare. I due esseri, però, affatto sviliti dall’inutile new entry, si sacrificano a ballerine di fila e sfoggiano con trasporto il più sordido repertorio  disco dance di Gabicce Mare.

E fu così che si arrivò alla cifra tonda di cinque euro; tant’è che, in quel di Cologno Monzese o Carugate o lì intorno, il milanesissimo tecnico dell’Enel, che lavorava a pochi metri dalla fallimentare location, si sentì dire da un effeminato ragazzetto e dal suo riccioluto partner:  «Senta, lei, siamo un po’ sotto budget..ci farebbe un favore se ripetesse certe frasi in questo microfono..Lei lo sa dire “speaker”?»

Se sentite un boato è perché i miei occhi sono riusciti nell’intento di far esplodere la casa col gas. Da soli non ce l’avrebbero mai fatta, beninteso. Ma, con l’aiuto delle orecchie, è tutta un’altra cosa.

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Malinconicamente

Coppole, accenti che nella realtà non esistono, marranzanu dove capita, granita come se fosse l’unico alimento in quei luoghi, rocce come ci fossero solo rocce, donne sempre vestite di nero, se sono giovani in pizzo, vedove perenni, limoni.

L’immagine che dà la televisione della Sicilia mi disgusta.

Ecco perché plaudo a una ventata di freschezza, donata da Gran Soleil.
Ah, finalmente qualcosa di nuovo.

Attacchiamo coi bambini che salgono su per le rocce, che ricordiamo essere l’elemento geologico principe della Sicilia, verso il solito pasteggio luculliano in cortile, tufo dappertutto, pellicola sul seppia per dare quella bella immagine sempre attuale di anni cinquanta che è l’unica che conoscono.
 Il vecchio è in completo bianco, sta a tavola col cappello quindi dev’essere il capo, tant’è che col gesto della mano fa attaccare la banda, per la gioia dei commensali, fotomodelli misti tra centroeuropei e sudamericane, ogni tanto qualche macchietta presa da qualche telefilm perché insomma, siamo pur sempre in Sicilia, se non c’è l’omino panciuto ed irritante con i baffetti lo spettatore mi si stranisce.

Brava, la band, eh, sul serio. Marranzanu, chitarrina, coro di donne coi capelli tirati rigorosamente in secondo piano e vestite da sguattere-bambine dell’orfanotrofio in colonia. Il cantante, poi, ottimo elemento, sembra Beppe Fiorello con l’inedia; tracotanza che cola dal palco, braccia aperte tra il rapper fallito e caruso di quartiere, canzone che assicura alle casalinghe a casa che si è mangiata la pasta col pesto e che ora c’è bisogno del Gran Soleil, con relative istruzioni.

Il capofamiglia va servito per primo, mi raccomando, se no sarà molto deluso e ammazzerà tutti a colpi di mitra per dare l’esempio.
La macchietta imbrillantinata parla con il parroco, che c’è sempre la benedizione della Chiesa.
L’unica commensale dai tratti mediterranei rutta, si presume anche abbastanza forte perché il gran cantante riesce a sentirla con tutto quel casino e si profonde in inchini, lei gli fa la faccia come dire «Eh beh? Qua si fa così».

Ma tanto l’importante è che il Gran Soleil lo mangino la modella meravigliosa e il suo fidanzato bavarese del catalogo Postalmarket, che non sono siciliani quindi forse il prodotto non è avvelenato e a mangiarlo non viene l’accento finto-catanese e si rimane belli. Lei ride, ride: quanto sono buffi questi meridionali, incredibile.

Chi concepisce spot del genere ha cervello e cultura pari a quelli che quando conoscono un siciliano gli dicono «ma vaaaa? Sei siciliano? Non sembraaaaa!».
 E’ vero, non è mica facile distinguerli senza la lupara in mano, così non vale.

Ah, tra parentesi, questa limonata sputata in un blister FA SCHIFO.
E mi sa che nemmeno agli déi piacerebbe granché.


ps: è d’obbligo citare regulus21,che a scrivere in proposito c’ha pensato ben prima di me.
ps2: probabilmente nelle prossime settimane mi sentirete di meno; vorrei poter parlare di Carlà Brunì alla mia laurea e invece dovrò parlare di altra gente che ha detto cose, sarà meglio che mi documenti.

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La Vedova Nera

Ma quanto ci mancava l’elfo del circolo polare artico?
A me tantissimo; a quanto ho visto anche a voi, anzi, grazie a quelli che mi hanno segnalato lo spot perché l’avevo completamente persa, la scena di una dominatrix per l’estremo saluto.

Ovviamente sto parlando della Lancia Musa Ecolection secondo Carlà Brunì, che ha scelto di prendersi una pausa dal canto e dai concerti per dedicarsi ad eventi più allegri e meno deprimenti: i funerali.

Stavolta senza chitarra (ma sempre senza borsa, come se fosse uscita di casa di corsa per una fuga di gas) siede sempre sul sedile posteriore della Musa, -composta mai, eh?- e controlla se la ceretta dopo una settimana tiene. L’auto è guidata da un autista del Ritz, dalla vitalità di un ospite fisso di Madame Tussauds e i guantini da gara, neanche stesse partecipando alla Lisbona-Dakar. Lei guarda fuori con aria sognante e appagata, d’altronde Cécilia l’ha sistemata la volta prima con l’ausilio di Satana e delle sue lingue di fuoco.

Attraversato un viale alberato, Carlà giunge nel luogo dove, apparentemente, sta per svolgersi una convention di amanti del fetish, tra i quali si riconosce facilmente Willy Wonka; scendendo dall’auto con in mano una rosa morente, la specializzanda in torture canore dimostra di non essere da meno e sfoggia una mise da Cappuccetto Rosso delle Tenebre e una frusta a nove code distribuita sulla schiena; rigorosamente senza scarpe (voi capite, le fughe di gas sono cose serie) raggiunge il gruppo dei Suiciders in quello che si scopre essere il luogo della sepoltura, purtroppo non della sua discografia, bensì di una limousine bianca: insomma, siamo alla fiera del buon gusto.

Cappuccetto Fosco lancia il suo fiore morto con il consueto schifo e l’atteggiamento di chi sta facendo un favore a tutti solo essendosi presentata; o la rosa che cade sull’auto bianca è un fiore diverso da quello marcio che s’è portata appresso, oppure Carla Bruni è Poison Ivy.

La cerimonia dura lo stesso tempo necessario allo sfoggio dell’intera estensione vocale della Brunì, cioè un nanosecondo. Lo chauffeur si riprende all’improvviso e se ne va senza di lei, o almeno così pare, dal momento che  tocca a noi sorbirci uno dei suoi sorrisi sinceri da sotto il cappuccetto.

Se al prossimo raduno di feticisti si potesse usare il tema, che so, faccio un esempio: del bavaglio, magari ci scappa l’occasione per non sentirla cantare.

Oppure, se siete d’accordo, facciamo una colletta, di modo da convincere a mezzo pecunia l’autista di cera a lasciarla lì, invece di ripassarla a prendere, la prossima volta.

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