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Andrew, how… Parte II

Benvenuti alla seconda parte del documento scientificamente irrilevante sul comportamento sconclusionato di Andrew Howe quando si relaziona alle merendine.
Se vi siete persi la prima parte (sciagurati) la trovate qui.
La buona notizia è che la piccola persecutrice a molla scompare, non sappiamo se perché affidata ad un centro di recupero e smaltimento o perché ha trovato una preda più recettiva.
La cattiva notizia è che anche i nuovi spot sono intollerabili. Ma, come dico sempre in questi casi, più lavoro per me.

Cercheremo inoltre di trovare una risposta ponderata alla domanda: sarà stato mica lui?
Lo so che detta così non si capisce niente, ma dovrebbe diventare tutto più chiaro al termine di questa ricerca. O forse no, ho dormito tre ore la notte scorsa.

Il nuovo scorcio della quotidianità inconsapevole di Andrew ci scaraventa (tenetevi forte perché c’è fantasia in gemme) nientemeno che in latteria. Siamo chiaramente nel mondo dei sogni, giacché il nostro eroe cammina nel centro storico di Celestopoli, il sole splende, per la strada si aggira controvento addirittura l’uomo dei palloncini.
Ora, noi vorremmo prolungare questo momento StreetView e cercare il Bianconiglio per dirgli che è arrivata l’ora legale e quindi è ancora più tardi, ma siamo ormai moralmente obbligati a seguire Howe per accertarci che non gli succeda niente di male nel tragitto tra casa sua e quella della nonna.

Dev’essere una vita intricata e dolorosa come un cespuglio di rovi, quella del buon Andrew, che trotta bel bello fino alla latteria senza che un solo pensiero scalfisca quella mente sgombera. Il solo contatto visivo con la scritta “ALIMENTARI LATTERIA”, tuttavia, è ampiamente sufficiente a creare un breve scompiglio interiore: «mi è venuta un po’ di fame».
Il turbamento, per fortuna, dura il tempo di un’auto-assoluzione, in quanto Andrew consulta l’orologino digitale e si dà una pacca sulla spalla con paterna comprensione: e ti credo che c’hai fame gioia mia, sei tutto il giorno che te ne vai ronzando come un’apina in primavera.

E’ dunque il momento del teletrasporto, perché vi ricordo che siamo in un mondo magico: noi non sbattiamo neanche le palpebre o la testa sul tavolo che lui è già dentro, come un ninja delle Olimpiadi. E che cosa vorrà acquistare,  in un alimentari latteria? Quelle ciambellazze fuori misura, un filoncino di grano tenero?
No. Il Kinder Bueno.
Non so voi, ma io un po’ di pietà in fondo al cuore comincio a sentirla.
Andrew si posiziona discreto dietro alla signorina che lo precede, con un rispetto della distanza di cortesia tale che potrebbe leggerle le istruzioni di lavaggio nel colletto del trench. La sfortunata non si accorge di niente: uno pensa di essere al sicuro, in un alimentari latteria. E invece no. Non ha il tempo di puntare il dito verso il Kinder Bueno, che succede una cosa che ha dell’assurdo. Sto squilibrato le afferra il polso e lo devia verso quelle schiacciatine lì. Come se quest’atto di cafonaggine non fosse sufficiente, quell’ignorante della lattaia, invece di lanciargli una manciata di grissini appuntiti negli occhi, gli dà man forte: “sono croccantissime!”. No, ma voi riuscite a vedere quanta criminalità surreale aleggi in questo esercizio? Secondo me non emette neanche gli scontrini.
Ad ogni modo, un comportamento del genere sembra infastidire solo me, in quanto, senza nemmeno voltarsi a vedere chi va in giro afferrandole i polsi, quella che si è appena rilevata la più squagliata del trio continua imperterrita a indicare col dito il Kinder Bueno ed esclama: «veramente io volevo qualcosa di più sfizioso..», facendo intendere che piuttosto che prendere le schiacciatine di quella latteria leccherebbe un paracarro in tempo di carnevale.
«E alloraaa i dolci alla crema» insiste quindi Andrew, con l’approccio riguardoso del toro da monta e dimostrando di non conoscere la parola krapfen «sono deliziosi».
«Buoni, ma sono un po’ troppo..» è la solita risposta, sempre così ricca di significato e soprattutto simpaticissima, frizzante, inedita, una boccata di aria fresca.
La lattaia, dal canto suo, guarda Howe con l’aria ma che vvvole questa?, aggiungendo quel tocco di psicopatia dei bei borghi di una volta.
Lui ricambia lo sguardo; non è abituato ad essere contraddetto quando torce gli arti alle sconosciute, emerge inequivocabilmente dall’intelligente curiosità che gli attraversa gli occhi.
L’altra, ormai persa, filosofeggia con mano aristotelica «volevo qualcosa giusto per arrivare a pranzo». Perché se no che succede, muori? Kinder Bueno: il tassello mancante tra il pranzo e il perimento per inedia.
Questo momento di squisita intellettualità è l’occasione perfetta per il galantuomo Andrew, che le frega la merendina da sotto il naso.

Dopo un gagliardo intermezzo costituito dal solito girotondo delle nocciole e dalla Forza che assembla il Kinder Bueno nell’universo dell’oltrebianco, assistiamo infine alla fiera delle menti lobotomizzate, con Howe che sfotte la signorina dandole dell’indecisa e le elemosina metà snack e lei che ridacchia, felice di prendersi le sue briciole e le sue prese in giro; il tutto ulteriormente appesantito dalla silhouette sfocata dell’inquietante lattaia, che sorride come se avesse appaiato due angeli. Veramente, la pericolosità di certi esseri umani.

La complicità ambigua di Howe e dell’esercente malvagia, con nostra sorpresa, non si limita all’allegra bottega, ma continua nell’appartamento del nostro atleta.


Come possiamo ammirare, Andrew è alle prese con l’installazione di alcune mensole su una parete di casa sua (una nuova casa, mi par di capire.. ma sì, perché no, finora di logico non c’è stato niente) ed è in evidente difficoltà: non ci vuole una livella per capire che sta facendo il secondo buco dieci centimetri più in basso. ..No, ma davvero, tu mettili così i tasselli e richiamaci quando ci appoggi i libri e la boccia col pesce rosso.
Tutto questo bricolage avanzato porta Howe ad esprimere il suo pensiero più frequente: gli è venuta un po’ di fame. Tempismo malandrino, suona il campanello e si palesa quella brutta lattaia senza creanza che abbiamo conosciuto poc’anzi.
C’è dell’emozione: «ciao, Andrew!» esclama lei tutta illuminata.
«Lucia!» risponde lui, che come al solito non ha idea del mondo che gli gira intorno.
«Ho chiuso il negozio prima e ti ho portato un po’ di spesa!»

Chiedo scusa. Decentramento urbano in crescita, crisi finanziaria, tempi da lupi che neanche in Dickens e tu chiudi il negozio a caso, così puoi portare al principino i dolciumi? Ma ci rendiamo conto?
Ovviamente lui non si sogna neanche di ringraziare. Ci ritroviamo invece a dover ascoltare la seguente frase: «tu sì che mi conosci!».
Che può voler dire:
tu sì che mi conosci! Non so nemmeno contare gli spiccioli, figuriamoci farmi la spesa
tu sì che mi conosci! Questa casa ha pane a volontà e alberi da frutto, ma la sera finisce tutto in pattumiera
tu sì che mi conosci! Mi chiudo spesso dentro casa e non so come uscirne
tu sì che mi conosci! Il che è una fortuna, ho perso i documenti e non mi ricordo come mi chiamo

..ed altre innumerabili affermazioni intrinseche, ugualmente valide, anche contemporaneamente.
La signora, che aveva un bisogno tanto impellente di andare da lui che non s’è nemmeno tolta il grembiule, gli porge tre etti abbondanti di biscottoni al burro.
Andrew li guarda, vi prego fateci caso, con una repulsione di rara autenticità (comincio a credere che in quella latteria faccia tutto schifo), ma nel contempo li arraffa e se li imbosca al sicuro in dispensa con la rapidità di un bravo scoiattolo.
La lattaia non si lascia demoralizzare, anzi, continua con le regalie, offrendo un bombolone che lui non guarda nemmeno; senza esagerare, non ci posa gli occhi per un secondo che sia uno. Ma nessuna paura, lei ha portato una confezione di Kinder Bueno che basta per tutto l’inverno.

E qui succede qualcosa.
Lui vabbè, lo sappiamo, sgiuggiola senza ritegno «i miei Kinder Bueno!».
Ma lei, lei è interessante. Lo guarda, si veste di un’espressione tutta speciale e lo mette al suo posto, precisando: «i nostri».
Lui ride di quella risata nervosa tipica dello scagnozzo quando il capo gli racconta una barzelletta che non gli fa ridere manco per niente, conscio di questo rapporto torbido con quella che lo droga di snack, che gli ha ricordato come lui non sia niente senza di lei, e che quello che gli viene dato, allo stesso modo può essergli tolto.
La riprova della supremazia della lattaia in questa coppia malata è data dal fatto che non si dividono un Kinder Bueno, lei ne ha uno tutto per sé, è una novità rispetto agli spot precedenti.
Il lato da brivido, se lo preferite, sta nel braccio stretto sulla spalla di lui, a rivelare una disagevole intimità, e l’unisona, disturbante estasi stendhaliana nell’assaporare il ripieno di nocciole – questa è uscita molto più equivoca di quanto volessi, giuro.

Alla luce di questi fatti, capiamo che il mondo di Andrew Howe, sotto sotto, non è un idillio come appare a prima vista, bensì un incubo, e questo ci aiuta a trovare la risposta della gran domanda di oggi, cioè che sì, con ogni probabilità l’uomo coi palloncini era It.

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Andrew, how… Parte I

Andrew Howe. Forse vi ricordate di lui per i suoi successi sportivi, le belle medaglie che ha conquistato mentre sua mamma lo incoraggiava a forza di sgridate e bicipiti agitati, per il suo tendine ballerino; o forse ancora per quei poster promozionali della linea d’abbigliamento dell’Aeronautica Militare, intento a farci vedere come gli doni la giacchetta del Barone Rosso. Sembra avere tutto, capacità ed avvenenza.

1. Andrew Howe mostra un biscotto danese alla glassa di burro
2. Una stirata alla polo ci stava però eh..

Dietro a questa vita apparentemente meravigliosa, si cela tuttavia una condizione molto seria, di cui non si parla abbastanza.
Come tutti sappiamo, da tempo Kinder affianca i grandi sportivi italiani, e, come se non bastassero le spontanee colazioni di Fiona May e la trascinante simpatia di Valentina Vezzali, ha deciso di affidare la promozione del Kinder Bueno ad Andrew Howe.
Ebbene, con quello snack davanti, questo povero ragazzo si trasforma in un completo deficiente.

Non può farne a meno: si scompone, rotea gli occhi, ha la testa confusa come se respirasse elio, acquisisce la parlata di Braccobaldo. Se fino ad un attimo prima vi sembrava l’angelo dell’hangar, alla visione di un suo spot vorrete indossare degli enormi paraorecchi in isolante orso polare e riparare in un bidone di kerosene. Si aggiunga, poi, che questo stato di temporanea incapacità mentale porta il nostro eroe a non accorgersi dei pericoli che lo circondano.

In principio ci fu l’insopportabile ragazza bionda. Quella che lo “incontra” all’aeroporto, che “casualmente” diventa la sua vicina di casa.. Non ci sono abbastanza virgolette per spiegare la gravità della situazione. Non mi è chiaro, cosa doveva nascere da quell’incontro pirotecnico di menti, una tenera amicizia, una relazione romantica? Io analizzerei i fatti: una ragazzetta con lo sguardo allucinato, che chiaramente spalma le anfetamine nel sandwich, segue un povero atleta, lo perseguita ed inscena incontri fortuiti che non convincono nessuno tranne lui. Se la signorina fosse stata un uomo, a quest’ora sarebbe soggetto a un provvedimento restrittivo e a Quarto Grado si traccerebbero vaghi schemi esplicativi sulla lavagnetta, coi pennarelli. Ma è minuta, ha gli occhioni azzurri di Dumbo, quindi lasciamo che piombi in casa ad un personaggio noto appena dopo il trasloco, senza che lui, povera anima di panbiscotto, si interroghi su come lei l’abbia trovato o come conosca tutti i suoi spostamenti.

Già all’aeroporto qualcosa non andava. Non tanto la scenetta, su cui sorvolerei con misericordia, quanto piuttosto sul fatto che lei rubi un campione della sua firma e scappi veloce come il vento, per poi passarci davanti divorando la merendina, con lo sguardo sadico di chi ci dice che è appena cominciata.

E’ quindi assolutamente normale che lei si metta ad urlare «yuuhuu! Andreeew!» già dal piano terra del palazzo. E questo, notare, senza che lui provi per lei un sentimento diverso dallo stupore mattacchione: «ancora tu?», esclama con la testina inclinata tipica delle sit-com statunitensi degli anni Ottanta. Lei entra in casa sicura come un sicario, facendo capire che in quell’appartamento ci è stata già: per i sopralluoghi, per trapanare i fori negli occhi dei quadri così da poter spiare Howe dall’appartamento accanto, a piazzare la telecamera nel mappamondino, che tanto, quando mai lo userà.

Il problema è che Andrew non è bravo a mandare via la gente e, quando lei gli chiede cosa stia facendo, anziché fingere di dover uscire, lo sciagurato le dice che sta per mangiare. Ovviamente la poveretta, nella sua delirante visione della realtà, prende l’affermazione come un invito a rimanere: uno snack tira l’altro, poi chissà, nella borsetta ha casualmente un catalogo di vestiti da sposa, un album di graziosi foto collage di loro due e forse anche una mannaia. Svegliati, ragazzo: se è la tua vicina di casa, come mai si presenta con la borsa?

La giovane mentecatta coglie la palla al balzo: «ho una leggera fame anch’io!».
In proposito: basta, basta con ‘sta storia che il Kinder Bueno serve quando non è che hai fame, ma un po’ sì, cioè, che un panino no e la pastarella è troppo, però.. No, sul serio. E’ un cavolo di snack. Piantatela. Nessuno parla così. Nessuno risponde «Ti faccio un piccolo toast». Cosa mi viene a significare “piccolo toast”? Sì, sì, ho capito, serviva qualcosa di piccino, poco farcito ma comunque pesantello. Peccato dia piuttosto un’idea del tipo: «sono un pidocchio di ultimo pelo ed è già tanto se ti scaldo una fetta di pane. Vuoi mangiare, ah, maledetta? E va bene. Avrai un toast, Ma sai cosa? PICCOLO. Così impari.»
Senza contare che, nello spot dell’aeroporto, Howe voleva quel Kinder Bueno perché aveva tanta, tanta fame che ancora un poco sveniva davanti al distributore. Decidetevi, perdio, il Kinder Bueno deve o non deve sfamare?!

Coerentemente con questa linea nutrizionale selvatica, la nostra persecutrice, cresciuta in qualche splendido collegio nel Sussex, non lo vuole il toast, che diamine, vuole qualcosa di più sfizioso, che non siamo mica alla sagra della sardina.
Lui, che non ha idea di come si parli ai pazzi scatenati, la asseconda servile e le offre una fetta di torta di gommapiuma, che lei rifiuta, perché no, è buona, per carità, ma un po’ troppo, mo’ non esageriamo.. signori di Kinder, voi capite che dialoghi del genere sono veramente fuori controllo?
Lei si accorge che Andrew tiene qualcosa dietro la schiena. Che cos’è? Oh, numi, non sarà mica un cellulare per chiamare aiuto? E invece no, ha in mano un Kinder Bueno, immagino ormai sciolto e impiastricciato. La vittima è costretta a mostrarlo, sempre fedele alla mimica del bimbetto americano birbante. La risposta è la seguente: «ci stavi provando?!» Eh, certo, buttiamo una frase ambigua che si riferisce allo snack ma forse anche no. E il nostro ingenuo eroe, anziché darle una bella padellata sullo zigomo e legarla con la corda per saltare, lascia che lei si sieda coi suoi jeans sporchi di metropolitana sul tavolo dove si mangia, lascia che sia lei a scartare e dividere la merenda e mangia, sorridendo! Sul serio, sei completamente ammattito?

Ma cosa ne può sapere lui, il suo orologio da parete segna sempre le 4.49 e la sua frutta è tutta di legno.

 

 

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02/04/2012 · 07:49

Ephebifobia

All’esordio nel mondo dei dessert di cui non sentivamo il bisogno,  Gran Soleil giocò la carta, da me subito apprezzatissima, delle origini della granita (all’epoca l’unico gusto disponibile era limone), facendo leva su un background culturale ben delineato.
Diciamo che mancava solo Montalbano a dire che non gli rompessero i cabasisi a sublimare definitivamente i contenuti.

Col tempo -e senza momenti creativi degni di commento di sorta, si è arrivati alla coppia di gran spessore comico Clerici&Montesano. Qualcuno ebbe la gentilezza di segnalarmi le loro avventure natalizie, ricevendo da me la candida bandiera della resa.

Perché mai, allora, dovrei occuparmi dell’ultimo, altrettanto insignificante spot?

In effetti, dopo un’attenta analisi contenutistica, si può tranquillamente affermare che si tratti della solita scemata per pubblicizzare il Gran Soleil: Antonella Clerici fa la spesa accompagnata da una ragazzina, quando il suo carrello si scontra con quello di Montesano.
Perfino le commedie romantiche hanno il buonsenso di non iniziare così dalla seconda metà degli anni novanta.

Quello a cui vi chiedo di prestare attenzione, però, è il vero elemento protagonista dello spot, ciò che cancella il resto con il suo falsissimo sorriso da bambola assassina: la ragazzina coi capelli rossi.

Non so perché la Clerici ami circondarsi di bambini malati di protagonismo che esasperano le maschere di emozioni che non provano. Rispetto a Ti Lascio Una Canzone, c’è di meglio che questa qui non canta.
Tuttavia, il senso di cupo disagio che si prova ad averla davanti è analogamente palpabile, principamente perché lei ha tutti i denti in vista ancor prima di superare il banco verdura e mantiene tale ghigno continuamente, stoicamente; da paresi, se me lo consentite.

Mentre la Clerici cerca di far acquistare a Montesano un cestello che io non userei nemmeno per tenere le mollette del bucato, con l’aggravante che va riempito fino all’orlo di vaschette di Gran Soleil, la ragazzina coi capelli rossi resta lì, paralizzata nella sua smorfia gioconda.

Quando la platinata conduttrice promette uno sconto alla cassa per chi si porta via il suddetto cestino, la sorella numero tre di Shining guarda Montesano con l’espressione spaventevole di chi ha affilato per mesi uno spazzolino da denti in prigione e ha finalmente trovato a chi piantarlo nel collo.

Tornati a casa (non si sa bene perché nella stessa casa, ma non è che mi aspettassi un miglioramento improvviso a questo punto della storia), Antonella sistema l’orrido cestello nel freezer tra i sacchi trasparenti colmi di verdura tagliata a tocchetti (ecco, questa è una stupidaggine per la quale vorrei sapere a chi stringere la mano; in una morsa, intendo) e riepiloga gli interessantissimi vantaggi di una scorta da rifugio antiatomico, vantaggi che non sono riuscito ad ascoltare nemmeno una volta, in quanto Regan de L’Esorcista incombe alle sue spalle, generando terrore nella mia povera anima.

Purtroppo non riesco a trovare la versione estesa dello spot e mi dispiace, visto ciò che manca: Caron Dimonio, con il suo sorriso illuminato dai caratteristici occhi di bragia,  fa capire a Montesano che se tocca il suo Gran Soleil preferito lo sbranerà e getterà ai corvi le sue interiora.
Un’inclinazione alla generosità che neanche in tempo di guerra.

Se volessi chiudere con una riflessione di minimo rilievo, osserverei che la società di oggi ci vuole straripanti di scorte di prodotti inutili solo perché resterà qualche misero centesimo in tasca, ma ancor più ci vuole riuniti attorno ad una tavola ricoperta di quegli stessi prodotti, a tenerci rissosi la nostra vaschettina sibilando «il mio tesssoro» come se fosse l’ultima sulla Terra.

Se volessi dirvi ciò che nel profondo penso, vi confiderei che ora più che mai diffido dai cestini gialli e dai ragazzini che sorridono senza tenere un momento  le gengive al riparo dal sole.

Ma non importa molto quale delle due alternative possa prediligere.
L’ultima frase sarebbe comunque la stessa:

Questo è il potere della pubblicità.

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Malinconicamente

Coppole, accenti che nella realtà non esistono, marranzanu dove capita, granita come se fosse l’unico alimento in quei luoghi, rocce come ci fossero solo rocce, donne sempre vestite di nero, se sono giovani in pizzo, vedove perenni, limoni.

L’immagine che dà la televisione della Sicilia mi disgusta.

Ecco perché plaudo a una ventata di freschezza, donata da Gran Soleil.
Ah, finalmente qualcosa di nuovo.

Attacchiamo coi bambini che salgono su per le rocce, che ricordiamo essere l’elemento geologico principe della Sicilia, verso il solito pasteggio luculliano in cortile, tufo dappertutto, pellicola sul seppia per dare quella bella immagine sempre attuale di anni cinquanta che è l’unica che conoscono.
 Il vecchio è in completo bianco, sta a tavola col cappello quindi dev’essere il capo, tant’è che col gesto della mano fa attaccare la banda, per la gioia dei commensali, fotomodelli misti tra centroeuropei e sudamericane, ogni tanto qualche macchietta presa da qualche telefilm perché insomma, siamo pur sempre in Sicilia, se non c’è l’omino panciuto ed irritante con i baffetti lo spettatore mi si stranisce.

Brava, la band, eh, sul serio. Marranzanu, chitarrina, coro di donne coi capelli tirati rigorosamente in secondo piano e vestite da sguattere-bambine dell’orfanotrofio in colonia. Il cantante, poi, ottimo elemento, sembra Beppe Fiorello con l’inedia; tracotanza che cola dal palco, braccia aperte tra il rapper fallito e caruso di quartiere, canzone che assicura alle casalinghe a casa che si è mangiata la pasta col pesto e che ora c’è bisogno del Gran Soleil, con relative istruzioni.

Il capofamiglia va servito per primo, mi raccomando, se no sarà molto deluso e ammazzerà tutti a colpi di mitra per dare l’esempio.
La macchietta imbrillantinata parla con il parroco, che c’è sempre la benedizione della Chiesa.
L’unica commensale dai tratti mediterranei rutta, si presume anche abbastanza forte perché il gran cantante riesce a sentirla con tutto quel casino e si profonde in inchini, lei gli fa la faccia come dire «Eh beh? Qua si fa così».

Ma tanto l’importante è che il Gran Soleil lo mangino la modella meravigliosa e il suo fidanzato bavarese del catalogo Postalmarket, che non sono siciliani quindi forse il prodotto non è avvelenato e a mangiarlo non viene l’accento finto-catanese e si rimane belli. Lei ride, ride: quanto sono buffi questi meridionali, incredibile.

Chi concepisce spot del genere ha cervello e cultura pari a quelli che quando conoscono un siciliano gli dicono «ma vaaaa? Sei siciliano? Non sembraaaaa!».
 E’ vero, non è mica facile distinguerli senza la lupara in mano, così non vale.

Ah, tra parentesi, questa limonata sputata in un blister FA SCHIFO.
E mi sa che nemmeno agli déi piacerebbe granché.


ps: è d’obbligo citare regulus21,che a scrivere in proposito c’ha pensato ben prima di me.
ps2: probabilmente nelle prossime settimane mi sentirete di meno; vorrei poter parlare di Carlà Brunì alla mia laurea e invece dovrò parlare di altra gente che ha detto cose, sarà meglio che mi documenti.

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Appunti Sparsi Tra Il Pranzo E La Cena/6

  • Nei commenti, Franca mi chiedeva un’opinione sulla nuova pubblicità della Tim. Non so se parliamo della stessa cosa, ma penso si tratti del nuovo spot istituzionale con le masse di esseri umani che si piegano a conchiglia come un cellulare, anche in condizioni di tempo proibitive (diciamo che ho visto gente sguazzare nel fango a mo’ di maiali). La musica, filastroccaccia demoniaca sull’alfabeto e i numeri ripetuta ossessivamente, farebbe uscire di senno un morto. Il claim leccapiedi recita pressappoco così: «Dove gli altri vedono solo telefonini, noi vediamo molto di più». Io vedevo dei deficienti, pensa un po’.
  • Non si può dire che la ragazza dell’Opel Agila  non abbia spirito di inventiva. Quella che tutti siano incantati per quei rifiuti che ha usato per coprirsi, la capisco un po’ meno. Ma “Flex in The City”… Come un porno di serie B (mi devono venire in mente quelli di serie A, ma questo è un altro discorso). Mi arrivano email di spam con proposizioni più delicate.
  • Questo l’ho trovato in rete, non l’ho mai visto in tv. Due cose mi vengono subito in mente: primo, a sentire lo spot c’è spazio per i sentimenti; bisogna vedere quali, perché la visione mi ha lasciato la sensazione sottile sottile che il padre volesse denigrare in modo subdolo il fidanzato dell’ex moglie. Secondo, mi sento tristissimo.
  • Fiesta Ferrero. Stiamo facendo una gara, tu sei il mio secondo solo perché sei il marito di mia sorella, tieni la cartina al contrario e hai il coraggio di dirmi che siccome a pranzo hai mangiato solo un panino mi stavi ammazzando? Secondo lo spot, un avvenimento simile implica pacche sulle spalle e simpatiche battute tra una Fiesta e l’altra. Spero di tutto cuore che alla prossima svolta ci sia una pattuglia con l’etilometro, che la storia del valore alterato per colpa della Fiesta comincia ad essere inflazionata e se ci va bene per un po’ li tolgono di torno. Manco a dirlo, nessun rancore per il secondo pilota più incapace della storia. Io, per inciso, l’avrei fatto sbranare da un branco di orsi.
  • Ieri, via mail, Ma55imo mi illustrava il suo punto di vista circa una nota serie di spot: (…)sarà che anche io son portato come te a pensar male… ma un ottantenne che vive nel suo cascinale di campagna in mezzo al nulla con sessanta bambini (tra cui una odiosissima nipote) facendoli travestire, indossare piume e giocare oltre a posare attorno all’ottuagenario mi farebbe un po’ preoccupare… la prima analogia che mi viene in mente è il parco divertimenti di Michael Jackson..(…) Posto che sono perfettamente d’accordo, (visti i tempi che corrono però; León di Besson è del ’94 ed è un bellissimo film a parer mio, ma se fosse proposto oggi chissà che significati torbidi ci troverebbero) a questo punto, caro Ma55imo, vedo il tuo pollaiolo e rilancio di un vecchio che cucina insieme ai bambini pur non avendo mai bollito un uovo.

    Chi ne sa di poker ci dica chi vince tra un full di Francesco Amadori e uno di Giovanni Rana.

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Appunti Sparsi Tra Il Pranzo E La Cena/5

  • Vicks Flu Action, la storia di una precaria che si attacca con le unghie al posto di lavoro. Altrimenti starebbe a casa, si vede che ha una malattia grave, suda ed è gialla; una volta. per una cosa così, ti mettevano in quarantena, oggi alla cassa 5. In realtà, se notate, ha solo i capelli unti e scombinati. Assumendo il farmaco da banco, la frangia acquista un aspetto da due colpi di phon, mentre tutti dovremmo gridare al miracolo per la strabiliante guarigione. In realtà s’è solo lavata, l’abbiamo capito, eh?
  • Papà in ascolto, attenzione, rischio di tre ore soporifere in vista, c’è lo spettacolo dei Gormiti. Come funziona esattamente, pupazzi in gommapiuma o videoproiettore?
  • E’ tornata la pubblicità delle uova di Pasqua Kinder&Ferrero, quella con i bambini che saltano irragionevolmente felici sul telone dei pompieri. Considerando che già gli ultimi di giugno c’è la pubblicità degli zaini e che a metà ottobre i centri commerciali hanno gli addobbi di Natale (senza contare le uscite in edicola del presepe, si parte a settembre) l’aspettavo prima, diciamo intorno al 9 gennaio.
  • I visi al contrario delle Cipster mi turbano. Quando masticano, quando parlano… soprattutto quello con i bigodini sul mento. Non riesco a smettere di fissarlo.
  • Dell’acqua Nestlè Vera non si sopporta nulla. La musica è infelice, viene da un film anni 60 e si intitola "Chitty Chitty Bang Bang", dal rumore del motore di un’auto (tralasciando imbarazzanti significati antecedenti), quindi è pacifico che non c’entri assolutamente nulla, posto che non voglio credere che paragonino il corpo umano a una macchinaccia che non va nè avanti nè indietro. La famiglia indossa delle mutande che inducono all’autoflagellazione, ma il peggio è l’Aquafan di Riccione nell’apparato dirigente della madre adolescente, con giardini e corsi d’acqua nei punti strategici: proverò schifo per sempre per ogni gioco acquatico, mi hanno distrutto perfino l’amore per i tronchi di Gardaland.

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Una Finestra Sui Dubbi

Qualche post fa, Tripponzio si esprimeva così riguardo a Kinder Frutti:

uno spunto per il futuro: ti sei mai domandato per quale motivo nella pubblicità delle merendine kinder frutti (segno significativo che ormai con i nomi sono alla frutta), una bambina disegna rachitici corpi sotto alle foto dei testoni dei suoi familiari? se non te lo sei chiesto, prova a comprare la merendina, definitivo connubio tra il pane dolce lievitato naturalmente, la crema di latte e la confettura, in grado di provocare il diabete solo per sentito dire, una cosa da provare. una volta scartata la merendina, tienila sul palmo aperto della tua mano e guarda le manine disegnate nella pubblicità. in quel momento, nella tua mente dovrebbe delinearsi la parola "proporzioni".

Ebbene, anche visto l’ordine secco arrivatomi da Rebechan (che mi ha fornito il link, grazie), al quale non mi sento moralmente di potermi sottrarre, è arrivato il momento di spendere qualche considerazione in merito alla merendina meno attesa degli ultimi cinquant’anni.

La pubblicità di Kinder Frutti è una riunione di tutti gli elementi per cui si riesce ad odiare uno spot.

Mirabile la scelta della colonna sonora. La merendina si chiama Kinder Frutti (Tripponzio ha già detto tutto sull’audacia di tale scelta) che musica potremo usare mai? Dopo tanta ponderazione, litigi, ammutinamenti, s’è scelto un brano fresco, originale e per niente inflazionato, “Tutti Frutti”. Una creatività così noi tutti ce la sogniamo.

Protagonista è una bambina bionda con gli occhi azzurri; non so se lo sapete, ma se non hanno gli occhi azzurri o verdi i bambini non possono nemmeno toccarle, le merendine Kinder, perché un sistema nascosto nel packaging riconosce il colore della retina dell’iride (accidenti, iride!) e fa partire una scossa elettrica fortissima che disperde chiunque rechi occhi marroni (sì, anche Marina del Kinder Cereali, per questo deve usare le lenti blu, tutto torna se ci pensate).
Lei invece è perfetta perché ha anche sbiancato i denti con la candeggina, solo che ha la testa attaccata ad un’animazione low cost in cui pesche psichedeliche si alternano a spighe che…che… mi viene in mente solo “swinging”, scusatemi, traducetelo voi se trovate termini più appropriati.
Questa bambina dall’abbigliamento killer ci mostra un disegno forzatamente infantile che raffigura la sua mamma, o per meglio dire Edward Mani di Forbice con le scarpe da flamenco.
«La mamma dice sempre: “la colazione è importante, dev’essere nutriente, con il buono del latte e la vitalità della frutta.”» Ecco a voi la mamma diceva sempre questa cosa qui? Vi prego, confrontiamo le esperienze, perché mia madre mi dava due fette di pane col formaggino, a volte pure senza formaggino e ai miei occhi (per giunta verdi, avrei potuto mangiare tutta la gamma) supplicanti rispondeva «fai finta di essere nel deserto e che c’è solo questo». La bambina alla mamma risponde «che barbaaaa», io le chiedevo se piuttosto potevo morire di fame e mi rispondeva «Tu, porta rispetto!». Questa mamma invece ha appena fatto un’iniezione di botox ed è paralizzata in uno di quei sorrisi che si mettono ai pagliacci cattivi. Siccome la colazione “adesso cresce sugli alberi” (cosa che onestamente fossi in loro mi guarderei dal festeggiare come se fosse un bene), la mamma allunga il braccio dal solaio fino all’albero e prende una merendina grande come una torta di compleanno per venti persone, poi le dimensioni variano più volte, senza mai scendere sotto quelle di un piatto da portata, mentre la bambina e il suo fratello scongelato dagli anni Novanta ci si avventano come rapaci.

Per chi non lo sapesse, nel mondo reale Kinder Frutti non supera in dimensioni la casella della prigione del Monopoli.

Tanto entusiasmo sembra dato dai seguenti elementi:
«wow, morbida» non mi risulta, anzi, è un’ottima stella ninja di fortuna, se siete in difficoltà e vi va di fare i fenomeni;
«ripieno al latte» parola che mi sembra un po’ pretenziosa, più esatto  sarebbe “sputo”;
«confettura EXTRA di pesche» ma tu, a sei anni, che cosa ne sai della confettura extra? Alla tua età dovresti essere in grado a malapena di fare la divisione in sillabe della parola “marmellata”, anziché spargere nozioni nutrizionali da agriturismo.
«in una finestra quadrata» Ricordo bene cosa dissi in proposito:

una finestrina su una desolazione di marmellata che c’è giusto per presenza, sapore punitivo. MAI PIU’.

Il vantaggio di una finestra quadrata in una merendina, non lo so.

Le ultime parole della bambina dovrebbero essere “A-Wop-bop-a-loo-lop a-lop-bam-boo”, presumo, ma lei decide di uccidere una seconda volta Little Richard e svariona con Wabblambuma, Wabbembum, abbiamo trovato la quarta delle Las Ketchup.

Il tutto finisce come al solito: sullo sfondo una delle prime case a volare via col tornado, la famiglia di carta e Pritt si completa con papà sfigatello e un cagnaccio che si muove con scatti meccanici, tutto regolare.

Restano insolute le seguenti incognite:

1.Con meno di 100 calorie. E perché c’era tanto bisogno di dirlo, hai la coda di paglia?
2.Perché la mucca mette su massa muscolare con due secchi di latte, come si fa ad usare una mucca a cui succhi via il latte tutto il giorno come esempio di qualcuno che si rinforza col latte? Dov’è il senso perverso di tutto questo?
3.Perché al punto 2 ho usato così tante volte la parola latte?
4.Perché in questo spot s’ignora che il motivo per cui si mangia la frutta sono le vitamine  e non la vitalità? E perché le pesche dovrebbero convincerci di questo spingendosi in altalena, considerando che appaiono goffe e appesantite? Tutto direi di quelle pesche, fuorché che sono vitali; piuttosto stanche e obese.

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