Archivi categoria: Operazione Nostalgia

Archibald Photo Op

Qualche giorno fa, ho ritrovato un  numero di Airone del 1993, quando ancora era una pubblicazione degna (prima che diventasse quell’ottimo involucro per stoviglie in caso di trasloco che è oggi, per essere chiari) e ho trovato una pagina pubblicitaria di Sheba che dovevo farvi vedere.

Perdonata la scansione infima, ma la carta era lucida e il mio scanner vecchio quanto la rivista.

Ma andiamo pure ad analizzare questo capolavoro di quasi vent’anni fa.

I soggetti sono:

una signora, con camicia di seta blu abbottonata secondo i dettami dell’Educandato del Sacro Cuore e una di quelle acconciature che rovinano inesorabilmente il ricordo degli anni Novanta;
il suo gatto, un british shorthair.

Anzitutto, mi chiedo: che senso ha mettere la scatoletta chiusa sul piatto di ossidiana, col ciuffo di prezzemolo vicino? Non ce l’ho con l’erbetta in sé, sebbene abbiamo già discusso in passato di come guarnire la ciotola del gatto con fiocchi di mousse e pomodorini a forma di scrigno sia abbastanza insulso. Qui il problema è che sì, ci metto il prezzemolo, però poi te la apri da solo.
Che è un po’ come se la fata madrina fosse andata da Cenerentola e le avesse detto:
«tiè, un sacchetto di semi di zucca, un buono da 10 euro per Pittarello e un criceto siberiano, buona fortuna».

Ma questo è niente. Il pezzo forte è la didascalia.

“Archibald, uno splendido esemplare di British Blue e la sua padrona, Lady E. Foster, colti in un momento di tenerezza.”

Per apprezzarla a fondo, bisogna rendersi conto dell’assoluta accozzaglia di informazioni sospettosamente specifiche che ci danno.
Archibald, lo splendido esemplare, si struscia come di consueto con tale Lady Foster, quando qualcuno (chi, ma chi? Ci chiediamo noi in coro, confusi) li coglie. Immaginatevi a grattare la pancia al vostro cane: Fabrizio Corona  salta fuori dal nulla, vi coglie e poi vende tutto a uno di quei giornali che costano poco. Ecco, una cosa del genere, solo posh.

Fortuna vuole, infatti, che questa immagine non sia stata rubata quando lei era seduta al water e Archibald è entrato in bagno, convinto che fosse l’occasione perfetta per giocare ad acchiapparsi; o magari mentre il medesimo ritornava a casa appoggiando sul divano color crema il cadavere squartato di un passerotto (no, ma avere un gatto è bellissimo, eh).

Al contrario, dicevamo, lo scatto puramente casuale è avvenuto mentre i due posavano testa contro testa, con la stessa identica espressione sul volto, in una stanza di velluto blu. Li vedete, sono in visibilio, uniti nella più totale mudita bhavana.
Non so che trito di erbe la signora usi per arricchire lo Sheba, ma io andrei verificare quale sia il quartiere in cui si trova il venditore, con una di quelle visite del controllo qualità meglio note come retate.

Ma veniamo alla signora, perché non so voi, ma io sono rimasto affascinato da quel tramonto su Mordor che ha per ombretto, voglio sapere tutto di lei e del suo mondo in blue velvet. Così ho attivato le indagini del caso, posto che l’unica E. Foster di mia conoscenza è Elizabeth Hervey che io, lungi dall’essere un’enciclopedia ambulante, conosco perché ho visto un brutto film in costume con Keira Knightley, nella parte della duchessa modaiola e Ralph Fiennes, come sempre nei panni di un tizio detestabile.
Ad ogni modo, anche con l’ausilio a tutte le “o” di Google, l’unica Lady E. Foster che ho trovato è il suddetto, del tutto trascurabile personaggio storico, cosa che fa propendere per l’assoluta inesistenza della medesima in tempi recenti.

Per dissipare la delusione, ho dunque utilizzato gli stessi criteri per dedicarmi a valide alternative, purtroppo non più praticabili, essendo cessata la campagna pubblicitaria (più probabilmente per morte di Archibald):

Belinda, un’elegante mucca Ottonese-Varzese e il suo padrone, Lord C. Benso di Cavour, colti in un momento di tenerezza.

 Jeff, un fascinoso esemplare di aragosta del Maine la sua padrona, Mrs J. B. Fletcher, colti in un momento di tenerezza.

 Tornado, un baldo stallone Andaluso e il suo padrone, Don D. De la Vega, colti in un momento di tenerezza.

Annunci

67 commenti

Archiviato in Operazione Nostalgia

Meditate, Gente, Meditate!

Cari amici,

a voi, che ogni sera  che uscite bevete un succo di pompelmo perché l’ultima volta che avete preso la statale avete fatto scoppiare il palloncino alla pattuglia, dedico questo splendido spot, che fa ridere già così, preso da solo, senza che mi ci metta io. Però ormai sono qua, sapete com’è.

Renzo Arbore mette subito le cose in chiaro: quello che ci accingiamo a vedere non è un banale spot, ma un molto più elevato “discorso sulla birra”.

Esaurita brevemente una parentesi pseudo ecologista che ci suggerisce di far bene all’ambiente tracannando futuri vuoti a rendere, con il manifesto scopo di poterne comprare ancora di più, ci si concentra sull’importantissimo «quando si beve?». Lapalissiano: si beve SEMPRE. Si beve perché il signor Arbore non vuole essere rimbambito, visto che «ch’ha da fare» (e siamo a una..); ma anche quando (e due..), abbigliati con una tuta à la Kill Bill, ci si bea di non essere ingrassati, sfottendo voi, che stasera i il succo di pompelmo lo dovrete bere per forza e per giunta diventerete obesi, «lo sapevate?!» ; «oppure adesso che devo avere sprint e mente lucida», in realtà è solo nell’ennesimo bar (e tre..), ma essendo ben accompagnato possiamo dedurlo da soli, a cosa gli servono “lo sprint e la mente lucida”.

Novello Giovenale (o Homer Simpson, se preferite), Arbore  insiste con l’affermazione che tracannare ettolitri di birra sia la formula applicativa di mens sana in corpore sano. Insomma, piano con l’alcol ma sotto con la birra.

Detto questo, dopo tre birre dalle dimensioni di tutto rispetto, monta in macchina, ci consiglia di pensare bene alle sue parole e parte a tutto gas (volevo dire a tutta birra, ma mi sembrava un po’ da sagra come umorismo.. ormai è fatta, accidenti), rigorosamente senza cinture, probabilmente verso una pattuglia che lo accoglierà chiedendogli un autografo e che glielo regalerà, il palloncino.

 

Su provvidenziale segnalazione dell’ottima Antaress.

8 commenti

Archiviato in Operazione Nostalgia

Presunzione D’Innocenza

 

 

Normal
0

14

false
false
false

IT
X-NONE
X-NONE

 

 

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-tstyle-rowband-size:0;
mso-tstyle-colband-size:0;
mso-style-noshow:yes;
mso-style-priority:99;
mso-style-qformat:yes;
mso-style-parent:””;
mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
mso-para-margin:0cm;
mso-para-margin-bottom:.0001pt;
line-height:115%;
mso-pagination:widow-orphan;
font-size:11.0pt;
font-family:”Calibri”,”sans-serif”;
mso-ascii-font-family:Calibri;
mso-ascii-theme-font:minor-latin;
mso-fareast-font-family:”Times New Roman”;
mso-fareast-theme-font:minor-fareast;
mso-hansi-font-family:Calibri;
mso-hansi-theme-font:minor-latin;}

Miei cari nostalgici dei tempi che furono, bentornati all’angolo della storia.

Oggi mi propongo di farvi venire il magone o di rendervi isterici per ostilità pregresse, a seconda che abbiate amato o odiato questo spot  (se non lo vedete c’è anche qui, ma la qualità è assai inferiore) dell’aranciata Sanpellegrino (1987 d.C.)

Ora, io potrei semplicemente descrivervi com’è, ma la lettura non è affatto univoca.

Voi infatti potreste essere ancora placidamente ciondolanti in un clima rassicurante col cuore immerso tra il 1980 e il 1992, ma potreste essere anche stati completamente assorbiti dal modus operandi dello sfacelo odierno e dalle sue dinamiche di pensiero standardizzate.

Io non so in quale delle sue situazioni appena descritte voi siate, ragion per cui vi metto a disposizione due visioni possibili dello spot a seconda degli occhi che sceglierete di indossare.


Se ricordate l’innocenza perpetua con cui guardavate gli spot e siete inconsolabili orfani degli anni Ottanta:

Quanti ricordi! Dei bambini carini, vestiti deliziosamente in abiti vagamente retrò ispirati ai romanzi di Dickens, partecipano ad una festicciola, ma si annoiano perché non c’è nulla da fare. Si guardano desolati nei loro visini irlandesi, finché il più simpatico di tutti, l’adorabile peste con i risvolti fatti dalla mamma sulla giacchina jeans, esclama «adesso esageviamo!», con la sua dolcissima r moscia. Agita una lattina di aranciata e la apre. Al che (magiaaa!) il liquido che ne esce crea un mondo di fantasia sfavillante di colori, le arance ballano insieme e ridono ondeggiando in scenari fioriti, scene di festa ed armonia tra le creature scaturiscono dal tratto infantile ma sicuro di chi ha materializzato i suoi sogni. Ovviamente la festa ha trovato il suo perché e il piccolo eroe dai capelli rossi è acclamato dagli amici e ha trovato anche la sua dolce metà, la bimba altrettanto rossa e lentigginosa vestita di un bel rosa antico. Indizio del fatto che rimaniamo a cavallo di fantasia e realtà, i loro corpi sfidano la gravità e restano in piedi nonostante, a quella inclinazione, non sarebbe fisicamente possibile.

E la canzoncina! Tutti la cantavamo da piccoli, è allegra, piena di gioia, a ricordarci che una volta i bambini erano davvero senza pensieri. Non ambivano ad essere perfetti, si poteva avere un jingle senza che fosse rap o che i bambini dovessero sembrare dei micro Modugno.

E’ questa l’innocenza delle cose che abbiamo irrimediabilmente perso.


Se ormai siete perfetti soldati del terzo millennio e per voi l’innocenza gode degli stessi avvistamenti degli unicorni:

Ci sono dei bambini vestiti come pagliacci, che se mia madre mi vestiva così di sicuro per vendetta mi affiliavo a una baby gang. E dove li hanno messi, in cella di isolamento?  Si guardano con quelle loro espressioni esasperate e falsissime, finché al rampollo con l’r moscia fastidiosissima viene un’idea geniale, cioè di applicarsi al vandalismo; così assume l’aria da Scarface e fa «adesso esageviamo!» e scuote violentemente una sfortunata lattina.

In realtà ha distribuito LSD. Colori psichedelici, stelle multicolore..dai.. e quei fiori..non siamo mica nati ieri, l’abbiamo capito che si parla di anni Settanta e di droga come strumento per vedere cose meravigliose. E l’arancia che si moltiplica e ride sfrenatamente? E’ il passaporto per il delirium tremens.

Come garanzia al tutto, il nobile moccioso annoiato è quello accompagnato dall’unica componente femminile del gruppo, e solo il pusher si porta dietro una vestita così, ma dove le arriva quel vestito, al femore,  c’hai dieci anni e ti abbigli come se lavorassi sulla Salaria. Guardatelo, lui, sta tutto storto non ha nemmeno più l’equilibrio di stare in piedi.

E l’avete sentito come canta? Deve aver pure bevuto mezza distilleria, strascica le parole e biascica frasi tutte sue ignaro della base musicale, neanche fosse nel più infimo karaoke di Tokyo.

Sempre più giovani, sempre più in basso.

E’ la società a ridurli così. La società e la scuola.

21 commenti

Archiviato in Operazione Nostalgia

Quel Tocco In Più

Oggi si inaugura una nuova tag, “Operazione Nostalgia”; un modo simpatico di dire che, d’ora in poi, ogni tanto ravanerò nel cestone delle offerte del grande magazzino.

Per esordire ho scelto lo storico spot (non il pallido remake che l’ha recentemente sostituito) con le varie declinazioni del caglio col ruggito, i Tigre ,  perché il jingle è di quelli belli di una volta, precisi nella metrica e ripetitivi fino all’ipnosi; e perché lo spot, come in generale quelli degli anni ’80-‘90, sembra dotato di un’ingenuità disarmante che fa sempre sorridere.

Il motivetto è costellato da voci fuori campo di troll imbestialiti che minacciano: «Formaggio Tigrrrre!». I prodotti e le scritte, illuminati come le stesse sagome al neon  che annunciano la vicinanza di un night club, introducono i protagonisti , a parer mio da incorniciare:

  • il padre-Magnum P.I. con lo sguardo «Te digo mi!»;
  • la bambina con l’acconciatura à la Charlie’s Angel e un maglione giallo-Tigre confezionato con i cartamodelli di Passione Maglia. Ma almeno non è truccata come un’anziana maitresse;
  • Il bambino, Kevin Bacon da piccolo, con  lo sguardo sinceramente sorpreso di chi era rassegnato a mangiare qualcosa di vomitevole;
  • La mamma, antitesi della mamma delle Panatine (ci ricordiamo tutti della mamma delle Panatine, nevvero?) coperta fino al collo da una camicia monastica, che va in compostissima estasi. Almeno non è truccata come un’anziana maitresse.

 

Il messaggio dello spot è così riassumibile:

Se sei un infante, ti toccano anche i formaggini a spicchi, nella briosa confezione rotonda che aprendosi si comporta da 33 giri.

Se sei un adulto, ti spettano solo le fette. E se adesso ti sembra una cosa sopportabile, ne riparleremo quando le ritroverai  schiaffate sul cibo a pranzo e a cena, SEMPRE: sui fusilli al pomodoro e basilico; sull’arrosto con contorno di quei cosi verde scuro che non capisco cosa siano ma sembrano secchiate di olive;  adagiate come la sindone sulle zucchine con sopra animaletti di bosco e su quell’altra roba che, a prima vista, parrebbe una squadra di nuoto sincronizzato di cosce di pollo che si allena nella palude che lambisce la discarica.

Save the best for last, la parte migliore è senza dubbio  il finale: «Ora la genuinità la trovi anche fondente e cremosa»,  che dovrebbe essere l’introduzione gagliarda di un prodotto con valore aggiunto, ma che si veste ineluttabilmente di comico: come dire che, prima di allora, la genuinità la potevi trovare solo in quanto lega pesante di tungsteno, con la consistenza del soufflé di marmo e al sapore di pietra.

Quanto mi mancano queste cose!

 

15 commenti

Archiviato in Operazione Nostalgia