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Fiat Anniversarium!

I

 

Che ti abbiamo fatto, Fiat? Perché non ci vuoi bene? Bastava dirlo, che gli aiuti di Stato non erano abbastanza, invece di cambiare famiglia e lasciarci qui a essere protagonisti delle tue campagne pubblicitarie destinate a tutti i continenti!

Vedi, noi italiani non siamo sempre stimati in giro per il mondo, un po’ perché ce lo meritiamo ma un po’ anche no, così mi chiedevo quanto fosse necessaria la formulazione dell’ultimo spot della 500X.


So cosa stai per dirmi, che fai pubblicità alla bellissima Pitigliano. Ma non mostri i suoi tanti siti archeologici, le mura, le fontane, i palazzi, se non di sguincio… C’è una veduta da lontano che è stupenda e inconfondibile e quant’altro, ma non fare la furbetta, Fiat, a te serviva per dare l’idea del paesetto italiano sperduto e arretrato, altrimenti poi non avresti mostrato come prima cosa IL BUCATO. E c’è il maschio italiano che è un signore attempato coi capelli arruffati e la vestaglia di leopardo! Di leopardo, Fiat! E i mobili truzzi d’oro e la moglie mora, ricciolona e accaldata. Eddai.
L’uomo va prendere il Viagra – e questa è una delle cose più tristi e senza fantasia che si potevano immaginare, eppure tu hai deciso di rappresentarci così, con questo umorismo da Colorado Café. La pillola blu, contenuta in uno di quei barattolini tipicamente statunitensi, manca la bocca dell’uomo, forse perché lui la lancia all’indietro come una moneta nella fontana di Trevi, e io vorrei che esprimesse il desiderio di essere vestito meglio, quantomeno, eppure ci tocca seguire il destino di un farmaco che si fa tutti i tetti, prende la campana e sfiora un prete, perché dobbiamo sottolineare che imperversiamo simpatici e maliziosi in questa terra di timorati di Dio, siamo la freschezza nel vecchio, attraversiamo anche l’Ape, questo simpatico veicolo da italiani, entriamo in una fontana (e poi mi lamentavo che non facevate vedere le fontane, che ingratitudine) becchiamo un calice di bollicine e voilà, dritti dritti dentro il serbatoio di una 500, che si irrobustisce e diventa una 500X.

E le donne di ogni età che fanno “uhh”, “ooh”, tu mi puoi dire che te le sei inventate e volevi fare la peperina, ma la Coca-Cola queste scempiaggini ha smesso di farle da quindici anni, dopo averle inventate trent’anni fa, non fa fare più “uhh” e “prrr” alle donne, te lo giuro. Magari era una specie di omaggio alla Volpina di Amarcord, chissà, ma in quel caso giova ricordare che la poveretta non stava a posto con la testa ed è facile che vivesse per strada.
E non credere che non abbia notato la vecchietta spazzare con la scopa di saggina tra l’asfalto e le erbacce al distributore: un giorno mi dovrai dire perché.

Sai, Fiat, possiamo pure far credere al grande pubblico che questo spot sia creativo e divertente, non è difficile con la confezione giusta, e tu ce l’hai. Ma alla fine, se riusciamo a non lasciarci emozionare dall’Ape carica di oleandri venefici, il senso spiccio dello spot è che tu, Fiat, hai fatto con la 500 quello che il Viagra fa ai vasi sanguigni di un pene. Cioè, capisci, messa così è brutta forte.

A questo punto, Fiat, perché nel prossimo spot non fai cadere un po’ di Imodium nelle tue auto, così magari Altroconsumo ritira la class action contro di te per consumi superiori a quelli dichiarati?

 

II

Oggi il mio blog graficamente inadeguato compie sette anni! E allora mi sono detto, giacché ogni anno cerco il premio più brutto e indesiderabile, perché non offrirne uno che sia, come ogni anno, brutto e inutile, ma che stavolta vada a tutti quelli che hanno auto la pietà di seguirmi finora?

Così ho deciso di dirvi chi sono – e credo sia il miglior premio triste e deludente a cui potessi pensare.

Mi chiamo Giada.  Voilà, è stato facile (il fatto che sia un mese che c’ho lo stomaco intorcinato è puramente casuale). Ho preparato qualche paroletta nel caso foste curiosi – e potete stare tranquilli che i post futuri di questo blog non includeranno alcun tipo di promozione. Ci siamo conosciuti per ridere delle pubblicità e dei telefilm e qui continueremo a fare quello.

Ringrazio le sei persone a cui, in questi anni, ho detto chi sono. Oggi sono per me amiche e amici nel senso proprio del termine. Qualcuno era stupito, qualcuno per nulla, ma nessuno se l’è presa ed è stato un sollievo vedere che hanno capito come l’identità fosse l’unico dettaglio effettivamente celato.

Direi che è tutto. Lo so che il premio di quest’anno non è arrivato nella busta gialla e triste come negli altri anni, ma spero che vada bene lo stesso.

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La Grande Pochezza

Ah, il gusto del brutto. L’imperialismo della pochezza. Non è un’arte semplice, sapete. Servono smarrimento, incapacità, scarso amore per la propria nazione. Ma se si possiedono tutti questi doni insieme, o si diventa deputati o si gira uno spot per Rio Mare.

Kevin Costner si è trasferito ad Amalfi. Certo, non sarà molto logico, ma almeno è confortante, perché se non altro ciò ci garantisce che non sia impegnato in un terribile film d’amore in cui uno dei tue si ammala di brutto o naufraga con la barchetta.
La notizia è stata così ben celata che lo sanno tutti. E, naturalmente, provoca una crisi ormonale inguardabile fra tre tizie che non riescono a contenersi un alcun modo. Ed infatti, perché la pochezza imperi, ci vuole innanzitutto un totale abbandono della dignità. Queste tre andranno benissimo, ché le donne sono portate alle sceneggiate.

«Ragazzeee! Sapete chi abita al faro?»

Dice una con uno sguardo pericoloso.

«Potremmo dargli il benvenuto!»

Propone un’altra, con l’aria spiccia di una che queste cose abitualmente le fa.
E io penso che se fossero uomini e al faro ci fosse Scarlett Johansson, un dialogo del genere non sarebbe accettabile, non tanto per le parole in sé, quanto per i toni da assatanate e l’atteggiamento da malavitose. Ma sono donne, ah simpatiche donne col vestitello da casalinga sciatta, che male possono fare? Sono come i gattini che cercano di cavarti gli occhi: le tieni a bada facilmente, ma sono tanto tenere quando ci provano!
E loro, in effetti, si incamminano proprio con l’intenzione di provarci. E giungono al faro. Al faro! Che faro?, chiederete voi curiosissimi. In effetti uno spot che parla di Amalfi è una bella vetrina, quindi è interessante sapere di che meraviglie si pregia, senza contare che per la ripresa economica un po’ di turismo interno farebbe al caso nostro. Ehm, a questo proposito. Non c’è nessun faro. C’è la Torre Saracena che è bellissima. Però non è che siamo gente che ama il Paese, siamo quelli che vedono Christian De Sica pattinare sul ghiaccio in Cadore e sottintendere di essere in Val Gardena, non abbiamo lealtà verso noi stessi. Ma andiamo avanti che dobbiamo compiere la nostra attività preferita: compiacere gli americani.

Kevin, che stava tagliando in quattro un pomodoro, apre la porta senza chiedere chi è. E ha sul viso tanto illuminante che comincio davvero a sospettare che si tratti di Scarlett Johansson.
Dall’altra parte loro, le pazze, con un’enorme cesta di limoni. Ma che se ne deve fare di tutti questi limoni, saranno tre chili, volete tirarglieli per tramortirlo? Non ci vorrà molto, comunque, giacché Kevin appare abbastanza tramortito di suo. Non le ha mai incontrate prima, sono visibilmente agitate e sotto quella cesta ci sta un Kalashnikov comodo comodo, ma prego, entrate. Anzi, già che ci siamo:

«Mangiate con me?»

«Sììì»

esclamano loro in una scena inedita di Nymphomaniac.

Li ritroviamo a una tavola imbandita di desolazione, circondati da ciuffi di basilico, quattro grissini sparuti, pomodorini a grappolo, lattine di tonno, una pianta in vaso di ceramica (ma perché?!) e quella dannata cesta di limoni che impedisce il contatto visivo. Un pranzo di delizia, in cui Costner si atteggia a chef ma in realtà toglie il tonno dalla scatola e lo mette sull’insalata ed è finita lì.
Passiamo alle domande originali, su, che qui se no mi si alza il livello.

«Come mai in Italia?»

«Perché avete una grande cucina e un grande tonno.»

Il primo motivo per venire in Italia, annotiamocelo, è la cucina. Ed è vero, peraltro: tra un po’ non avremo neanche i monumenti, per come li trattiamo, ci rimangono giusto giusto il cibo e i diffusissimi mandolini.
Il secondo motivo è il mio preferito: il pinna gialla, un tonno dell’Atlantico, di qualità immensamente scarsa ma travestito da tonno pregiato, che spesso viene pescato con metodi che minacciano l’ecosistema marino. Soffermiamoci un momento a gustare la squisitezza dell’intera metafora con il nostro Paese.

«Ah, Rio Mare, così… buonissimo.»

Beh ma io mi inchino, che spot, che copione. Perché dire “che buono” come traduzione di “so good” pareva brutto, “buono” non è abbastanza, è così buono da sfasciare la grammatica! Nulla si potrebbe aggiungere per migliorare questa frase così perfettissima, forse solo un rutto.

Ed ora, un po’ di giochi di prestigio. Compare un vasetto colmo d’acqua al centro del tavolo e Kevin lo arricchisce con una rosa apparsa con altrettanto mistero. Mi aspettavo anche una mitragliata di carte francesi uscirgli dal polsino della camicia, peccato.
La portavoce del gruppo, anziché dire giustamente «Io me ne vado», esclama:

«Che tenero!»

ed era prevedibile, perché serviva disperatamente uno spazio per la gag del tonno così tenero che si taglia con un grissino e all’uopo lui brandisce appunto una stecca di pane di sessanta centimetri, che manda le signore in brodo di giuggiole finché la regia pietosa ci regala per l’ultima volta il panorama di un faro inesistente.

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La madre dei sessisti è sempre incinta

Care donne, il post di oggi è per voi.
Ancora non lo sapete, ma nella vostra vita manca la visione di uno spot. Vi servirà quando sentirete dire che le donne sono discriminate, come prova che sono tutte fandonie. Basta, basta con questo luogo comune! Per fortuna, sono arrivati gli intelligentissimi pubblicitari di Essere Benessere a ristabilire l’ordine delle cose, spiegando con puntuale veridicità la vera essenza femminile.

Dopo cinque lunghi anni, Alice è stata lasciata da Luca.

Eccoci qui, l’ho subito immaginato. La donna che perde la ragione della sua vita. Non esiste dolore peggiore, più drammatico e incancellabile di questo, per una signorina. E se nessun altro la volesse, chi la sposerà? Lo sanno tutti che dopo i 25 le possibilità di trovare un buon partito scendono drasticamente – e a lei serve qualcuno da spedire di domenica a fare la spesa.

Aveva un’altra. Una cozza, tra l’altro.

Passi il tradimento – d’altronde l’uomo è fatto di carne. Ma con una racchia no. E così abbiamo una giovane che, oltre ad essere rimasta sola come un cane, è anche scornata, affossata. Perché Luca se n’è andato con una cozza. Ed è una cosa che il narratore imprigionato nel cervello di Alice ci tiene a dire. Perché una donna può essere distrutta dalle avversità della vita, ma com’è vero Iddio, le avanza sempre il coraggio di rialzarsi e di sparlare di qualcuno.
Che poi, potremmo anche fermare Alice, lisciare il collettino del suo impermeabile color palude e sussurrarle che nemmeno lei è ‘sta Miranda Kerr – cioè, va benissimo così com’è, you are beautiful no matter what they say,  però io non starei a far classifiche di mitili con tanta disinvoltura.
Ma sono propenso a perdonarla perché ha perso tutto, quindi è comprensibile che perda il lume della ragione, considerata la sua condizione.

In questi casi occorre gelato (in quantità)…

cliché americano che hanno deciso di trasferire qui per dire che in questa splendida drogheria multitasking hanno anche i dolciumi. Donnine, prendete nota. Quando il vostro fidanzato vi lascia, rovinandovi il sogno di un matrimonio fastoso, comprate il gelato da Essere Benessere, così potete tornare a casa, sedervi in pigiama sul divano e mangiare col cucchiaio grande direttamente dalla vascona, che è perfetta anche per accogliere le vostre lacrime, che saranno tante perché sicuramente avrete scelto di guardare Marley&Me o Ghost, no?
Immaginavo. Ma non vi preoccupate: a rimediare alla genetica difettosa, che vi ha reso così insopportabilmente piagnone, ci pensano sempre loro:

…qualche fazzoletto per piangere tutte le lacrime…

tutte, tutte le lacrime che avete nel vostro corpo, mie creature abbandonate.

…un po’ di valeriana per calmarsi.

Eh sì, perché se c’è una cosa che sia voi che io sappiamo, è che a un certo punto, vuoi per l’abbandono, vuoi perché si avvicina quel giorno del mese, minimo minimo mi diventate isteriche. Una volta bastava darvi un bello schiaffone intriso di pietas e tutto tornava armonioso come prima, ma oggi non si può, capite, non sta bene. Per fortuna che il progresso ci dona la valeriana concentrata, che calmerà le vostre tipiche ammattiture, proprio come quelle che sta avendo quella poverina di Alice. Infatti il commesso/farmacista, appena la vede col gelato, fa due più due e le mette in mano una confezione del prezioso rilassante. E’ un servizio che fanno da Essere Benessere, sapete: dare alle donne quello di cui chiaramente hanno bisogno. Se fosse entrata una quindicenne con la minigonna, ad esempio, il commesso/farmacista le avrebbe dato un test di gravidanza e una fisarmonica di preservativi. Ci vuole allenamento, per capire di cosa hanno bisogno le femmine, oltre che occhio. Se posso fare un appunto, mi sembra solo che ancor più della valeriana Alice avesse bisogno di una bottiglia di shampoo per capelli grassi. Ma è solo la mia opinione profana, non sono un commesso/farmacista.

E magari un rossetto rouge fatal per conquistare il fratello di Luca (le fa il filo da un pezzo)

Ah! Ma naturalmente. Questo è l’atteggiamento giusto: rimettersi subito in pista, una bella mano di rosso provocante che grida SONO DISPONIBILE!, il colore tipico di quelle che vanno in cerca di uomini. Non sarà un comportamento da timorate, ma… tic toc, i dottori single non aspettano che tu arrivi a trent’anni!
Grazie al cielo c’è il provvidenziale fratello di Luca, un uomo che, in quanto uomo, ha delle esigenze e che sarà ben felice di approfittare dello smarrimento affettivo di Alice dopo una storia di cinque anni. C’è tutto per una patetica esistenza che non contempla la dignità? Direi di sì.

Tutto ciò che ti serve per sentirti bene, dalla spesa quotidiana ai medicinali.

Perché una volta che hai: il gelato per strafogarti, la valeriana per addormentarti tra i singhiozzi e un rossetto per sedurre quel maiale di tuo cognato, che cosa potrai mai volere di più dalla vita!

Essere benessere.
E oggi come stai?

Io benissimo, grazie. Siete voi che state proprio messi male.


Segnalato da Hotaru Tomoe, che ringrazio tanto.

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Apologia del Cambiamento

Secondo voi, qual è il prodotto che è accompagnato dagli spot peggiori, indipendentemente dalla casa?
Io direi che l’automobile vince a man bassa.

Si potrebbe fare un discorso anche molto serio, ricordandosi di quanti bambini sono morti perché chi li ha investiti era una persona infima imbottita di droga, alcol, o solo molto immedesimata nella 24 ore di Le Mans.
Nello stesso discorso, potremmo incolpare una gran varietà di soggetti e, badate bene, si avrebbe comunque ragione: il conducente, la mancanza di controlli efficaci dove serve davvero, la Legge che offre a malapena un tour del carcere e poi si è tutti a casa propria e, non da ultimo, proprio il criterio di sponsorizzazione delle auto.

Una volta, infatti, c’erano l’uomo d’affari, l’uomo di famiglia, l’operaio in caso di furgoncini, i quali guidavano una certa auto per prestigio, per sicurezza o comfort e gli spot venivano strutturati di conseguenza.

Oggi i pubblicitari e le case devono essere totalmente impazziti, come se tutti quei morti sull’asfalto non riguardassero (anche) i loro prodotti, e danno vita a slogan e claim per i quali gli spot dovrebbero essere multati severamente e ritirati, anziché trasmessi e affissi – oh, l’ironia – per le strade.

Ne prendo tre a caso:

Citroën DS4
Se provassi a dire no? No alle regole!

Mercedes Classe B
Ora che conosci tutte le regole, dimenticale.

Hyundai i40
Chi l’ha detto che le regole sono l’unica strada?

Siamo sinceri, dare questi consigli all’automobilista medio italiano è concorso in omicidio.

Come se non bastasse, gli spot non sono nemmeno belli. Che ve lo dico a fare, sono da vergognarsi.

L’ultimo, in ordine di tempo, è quell’arzigogolato racconto della bambina con il chihuaua rumoroso con cui condivide i sedili posteriori dell’auto dei suoi, che non vede l’ora di crescere e che il cagnetto crepi, così può comprare un’auto (quale? Boh! Missione compiuta, complimenti) e prendersi il cane enorme che ha sempre desiderato. Insensato e antipatico. E a me i chihuaua nemmeno piacciono.

Quello che vi mostro oggi, però, è un altro livello, è la corazza indistruttibile di Scemotron.

La mamma va a prendere a scuola la figlia con l’automobile. Se volete ci fermiamo un momento, così vi riprendete dallo sconcerto per un incipit tanto originale.

La ragazzina, tra i 12 e i 14 anni, entra, si siede e si piega in avanti, rivelando un tatuaggio sulla parte inferiore della schiena.

Ora, un necessario inciso: i tatuaggi possono piacere e non piacere. Per quanto non me ne farei mai uno personalmente, io li adoro, specialmente quelli che hanno origini culturali antiche e, quando c’è un tattoo expo, prendo la mia fida reflex e vado a fotografarne qualcuno.
Quello che, sempre stando alle mie non troppo approfondite conoscenze, è uno schiaffo all’estetica e al significato primo della pratica, è il gergalmente detto tramp stamp, vale a dire quel tatuaggio che si fa proprio sopra il sedere. Se, da una parte, sono il primo fan di “ognuno faccia quello che vuole”, dall’altra mi sento di dire che i tatuaggi in quella posizione risultano sempre irrimediabilmente volgari, dozzinali, diciamo pure banalmente brutti. D’altra parte, non lo chiamano tramp stamp per fargli un favore.
Se ne avete uno, perdonatemi per quest’opinione un po’ drastica.

Torniamo ora a noi, così vi faccio vedere un esempio di quanto appena descritto.
Sicuramente in uno studio a prova di epatite e attento alle norme di legge sui minori in materia, la bambina si è fatta permanentemente decorare proprio con un tramp stamp.

La madre, che dovrebbe fare la parte della sconvolta e amareggiata (ve lo dico io perché tanto non si capisce, è tutto recitato e doppiato da cani) esclama con trascinante convinzione:
«E quel tatuaggio? Cosa ti è venuto in mente?»

Ah, che esempio di fulgido polso genitoriale. “Cosa ti è venuto in mente” equivale, per ritrita inutilità, a “non sono arrabbiata, sono delusa”, nel mio immaginario di mamme tv che, a differenza della mia, non appendono al muro la prole indisciplinata.
L’atteggiamento educativo sembra comunque funzionare: la figlia la guarda con tacito pentimento, direi del tipo e tu che vuoi, vecchia schifosa.

Ma qui arriva il colpo di scena – riprendetevi perché c’è dell’inaspettato: «questo è un tatuaggio!» cinguetta la donna, tirandosi giù la zip della gonna davanti a una scuola media, rivelando con finezza l’imperatore dei tramp stamp.

La figlia ride, ah ah che sorpresa, mamma sei mitica! Ed insieme se ne vanno a casa.

FINE.

A cosa abbiamo appena assistito? A “Personalità in movimento”.

Personalità in movimento.

In pratica, cercano di far passare la mamma come trasgressiva, moderna e piena di sostanza perché ha un tatuaggio obbrobrioso, mentre in realtà, poverina, il suo problema è che la figlia le nasconde le cose e non rispetta il suo ruolo.
Forse, chi si lamenta perché i tatuaggi sono ancor oggi ostracizzati a volte non si accorge che il problema è una simile rappresentazione di essi, più che le signore di mezza età scandalizzate da un po’ di inchiostro.
Senza contare che una donna volgare, orgogliosa di trasmettere la volgarità alla figlia, piuttosto è stupidità in movimento.

Sarebbe ora di far capire ai pubblicitari e a quelli che approvano i loro rivoltanti parti mentali che la sicurezza e il  rispetto delle regole della strada non sono dei noiosi comportamenti da sfigato, ma sono le cose che salveranno i loro stessi figli mentre attraversano la strada per andare a scuola.
Allo stesso modo, un po’ di finezza e di genitori meno mediocri possono solo far bene.

Drive the change, suggerisce Renault.

Io risponderei che una società senza regole, senza eleganza, educazione o creatività non è “the change”, è il mondo in cui siamo adesso.
E, piuttosto che assecondarlo, vado a piedi.

Post più riflessivo e meno spensierato oggi, anche visti gli ultimi avvenimenti. Sono vicino con affetto a tutti quelli che hanno subito danni a causa del terremoto e ringrazio tanto coloro che hanno mi hanno tenuto compagnia nell’assoluto spavento di quelle quattro del mattino.

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Questione Di Ottimismo

Opera Inedita Di JonlookerIin Stile Giulio-Pisano

I

L’ultimo spot della Coca-Cola è uno scorcio da melodramma che di peggio non si può, l’ennesimo sfacciato rovescio di buonismo con colonna sonora caricata a pianoforte, della stessa risma di quelle che mettono a Studio Aperto, quando parlano di un cane che ha camminato da un isolato all’altro con una spina nella zampa, mentre Silvia Vada, ripiena di botox, cammina all’indietro indicando e urlando  il percorso dello sfortunato quadrupede.

Qui si dà fiato alle trombe dell’abbindolamento dei mediocri, di quelli che diranno: ma quanto è brava questa Coca-Cola, che ci insegna le cose semplici e genuine, che presenta la bimbetta timida che scuote la manina per salutare e ci introduce nel suo tradizionale mondo  di disegni che si fingono fatti a casaccio, mentre invece il disegnatore s’è visto scartare bozze su bozze perché non erano abbastanza tremolanti e cucciolose.

La piccola fiammiferaia zen si chiama Giulia, vive a Pisa e, sorvolando a pelo il senso di noia che attanaglia già le meningi di noi nolenti spettatori, ha pure l’accento pisano tenero e il fermaglietto pupazzesco.

Quanto vogliamo dare a questo disegnetto che si fa quando si parla al telefono con la suocera, dieci, dodici anni al massimo? No, perché o è un’adulta con un guasto serio all’ipotalamo o qui abbiamo una marmocchia saccente e gonadoclasta che, invece di pensare a ciò che potrebbe interessare una bambina della sua età (magari non le Winx, ma questa è solo la mia intima speranza), esordisce, con la voce lamentosa di chi ha i dati alla mano, venendosene fuori che «ultimamente tutti parlano di crisi».

Frasetta, questa, nata col disperato intento di apparire semplice, ma chiaramente ordita per simulare il linguaggio infantile, un fallimento insomma, per quanto è artificiosa ed estranea al target.

Di seguito, una ghiotta varietà di cretinate fotoniche:

Lei è ottimista, beata creatura. Le volevamo far dire a un cassaintegrato, a una signora che lava i pianerottoli per quattro euro l’ora, queste frasi da Bacio Perugina? Non ha senso farle dire a una pupetta, come è ridicolo che faccia scale di valori à la Slow Food, dicendo che a lei bastano le cose semplici – psicologicamente inconciliabile con la sua età.

Preferisce la bici alla supermacchina. Ma quale macchina, quella della Peg-Perego? Il Suv-trousse di Barbie? Che genuina scelta consapevole in materia di autoveicoli può fare una bambina di undici anni dati sulla fiducia? E complimenti a lei, che non sa abbozzare uno stupido sole ma disegna auto come Giugiaro (e cinque stelle Quattroruote per il tema sicurezza, visto che tra gli accessori inutili s’annovera l’airbag).

La piccola santa preferisce andare in vacanza dalla nonna piuttosto che in un resort. Cosa, vuoi, una medaglia? Saresti un piccolo avvoltoio straccia-carogne se preferissi quel carcere depresso alla compagnia di un familiare amato, è inutile che cerchi di far venire il magone disegnando l’altalena a copertone rosso che ondeggia nel vento della cascina isolata nella prateria.

Oh, preferisce la pizza al sushi. Ora, mi si trovi un bambino che dica con sincerità che preferisce del pesce crudo mascherato in riso spruzzato d’aceto di riso e avvolto in un’alga nera. Lei, invece, che deve farci vedere quanto è lunchally correct, ci dice che preferisce la pizza, ma come sei brava ragazzina mia. Se a me da piccolo portavano la pizza, ci sputavo dentro e pretendevo che me la rifacessero con la pastella dei Tempura.

Stessa storia per il panino al salame e il caviale, che insieme al sushi può piacere o meno, non è quello il punto: si presuppone una scelta di vita, magari anche qualche rinuncia (a titolo informativo, io la pizza la preferirei  comunque), basata sulla semplicità e la tradizione per battere la crisi, ma essendo che alla sua età Giulia non sgancia neanche i soldi per il Topolino, non capisco a che pro farle dire che opera scelte migliori. Ah, ma com’è educativo e commovente, sì sì.

E si eriga un monumento a questa creatura del cielo, che alle cene di gala con più coltelli che in un’armeria preferisce starsene a casa. Eh, pensa tuo padre, che ci mette il grano.

Questo trionfo del nulla viene corollato da un bel bottiglione da due litri di Coca-Cola ad ogni pasto.

Orbene, ai carissimi ed illuminati amici che trovano meravigliosa questa porcheria di spot, non stride un po’? Giulia la Beata non dovrebbe dire con la sua vocetta odiosa: «preferisco l’acqua di rubinetto della fontana presa col secchio di legno, alla Coca-Cola»?

No, lei, che è già vecchia dentro, mentre sta chiusa in casa a giocare a carte parlando dei tempi in cui non c’era ancora la ferrovia (ma toglietele il Sole 24 Ore e datele un pallone, per l’amor di Dio, datele un calcio nel sedere e mandatela all’aperto a giocare come i bambini), si beve il prodotto ipercalorico di una multinazionale snobbando l’acqua e ci viene a parlare di come si mangia e come si vive.

II
Il pessimista è uno che ha conosciuto bene un ottimista.

Elbert Hubbard

Mi appassionano i manifesti pubblicitari del passato. Non quelli di gran pregio e variopinti di Toulouse-Lautrec; quelli  più recenti. Sono lo specchio delle società e delle culture. Una volta ho avuto l’opportunità di prendere visione di un manifesto degli anni ’30 del Novecento, periodo di grandi ristrettezze, in cui le risorse alimentari erano scarsissime, al punto che si fece mettere in giro la voce che la carne rendesse sterili, pur di non dire che semplicemente non ce n’era.

Il manifesto, su fondo color pesca, raffigurava una suora con una tazza fumante tra le mani e recava scritto che nutrirsi di brodo era più salutare. La verità è che, da mangiare, non c’era molto altro che brodo concentrato.

Io non penso che oggi la nostra società si trovi in condizioni di disperazione analoghe.

Ma qualcun altro evidentemente sì.

 

Un grazie speciale alla mia sorella artista Kiki che, al fine di permettermi la realizzazione del mio bellissimo disegno in stile Giulio-Pisano™, mi ha prestato la sua «tavoletta grafica per bambini».

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Nessuno E’ Al Sicuro

Mi è stato chiesto, da più parti, di occuparmi dello spot Miel Pops. Sarò sincero, la cosa non è facile. Per recensire uno spot, anche se in maniera astrusa come è uso qui, bisogna guardarlo più volte.
Orbene, già alla seconda visione di questa.. questa cosa, l’essere umano inizia a dare segni di sconforto; alla terza cala l’atmosfera gioiosa e distensiva di Qualcuno Volò Sul Nido Del Cuculo.

E come si può descrivere uno spot in cui ci sono api che sculettano? Si osserva un momento di commiserazione per come dicono «Pop!» (La prima hot line per insetti, bisogna ammettere che è originale, quasi un servizio pubblico)? Lo possiamo dire, è un po’ da mente malata far realizzare un balletto di ancheggiamenti preso in prestito da quelli di Passaparola; d’accordo, storia vecchia, ma anche i Miel Pops esistono da quand’ero piccolo io, quindi proprio nuovi non sono, come invece ci preannuncia l’impresario delle api operaie, che è vestito finemente, tra l’altro. Una sapiente commistione tra un cantante country in pensione e il petroliere dei Simpsons.

Il peggio ovviamente è la canzoncina, uno di quei mezzucci -spesso vincenti- di ipnosi catodica che tolgono la volontà di cambiare canale (scommettiamo?). Considerando che il cervello deve lavorare pochissimo (o, più cinicamente, serve una nenia subdola per instupidire i bambini e convincerli di avere voglia di Miel Pops), ci vengono illustrate le caratteristiche principali del prodotto, così non dobbiamo nemmeno guardare la scatola.

Per prima cosa, è bzz bzz bzz, bzz bzz bzzz. Giusto, no? Tra l’altro si dà il caso che tutto lo spot sia una grandissima bzz bzz bzz.

Ma anche l’aspetto è importante. Esperti del settore classificano i Miel Pops come pff pff pff, pff pff pff, motivo per cui io adesso prendo la giacca ed esco a comprarli. Cioè, non si immagina niente di meglio di un pff.

Risolte le informazioni principali, è palese che siamo tutti incantati e desiderosi di pallette di miele, così ci vengono date le denominazioni corrette per l’acquisto:  M – I- E  -L :  M I E L  P O P S, così noi rincretiniti, assoggettati al mezzo coercitivo sonoro, possiamo scrivere con esattezza il nome di tale innovativa bontà.

E per gli scettici, per i gretti San Tommaso che non si fidano ancora, c’è l’asso nella manica: Miel Pops è splish splash splash, splish splash splash. Ecco, esattamente, cosa mi viene a significare splish splash splash? Da che altezza bisogna scagliare i cereali per far fare quell’onomatopea spaventosa al latte?

Poi andiamo sulle specifiche di consistenza: crunch crunch crunch, crunch crunch crunch. Ora, per me, sentir pronunciare un’onomatopea americana all’italiana, con la U anziché con la A, è un po’ come il gesso sulla lavagna; preferisco mi s’insinui il dubbio che i Miel Pops abbiano anche il loro rumore caratteristico quando li si sgranocchia, sarebbe patetico al quadrato e voglio crederci.

Quanto all’espressione gnam gnam gnam, si tratta del linguaggio tecnico dei migliori degustatori, una citazione un po’ fine per il grande pubblico, ma si vede che al loro prodotto ci tengono.

Infine, veniamo alle note dolenti. Se questo spot vi piace (no, non è impossibile, basti leggere i commenti su YouTube: folli folle in delirio), siete fortunati, perché potrebbe non finire qui.

A tutti gli altri, preparatevi a tempi bui, perché potrebbe nnon finire qui.

La Francia è stata invasa da questa cosa.

Se passa le Alpi, per noi è finita.

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Pater Familiae

Immagino che lo spot della nuova Scenic voglia essere spiritoso.
E invece no, è solo colossalmente idiota.

Giacché l’auto, di questi tempi, serve in particolare a scarrozzare i figli tra un corso di qualcosa e una lezione di qualcos’altro, si è deciso di entrare nella vita di un uomo che lo fa molto spesso.
Sì, ma perché dovevamo entrare proprio nella vita di un deficiente? Che abbiamo fatto di male?

Questo gentiluomo d’altri tempi ci racconta che il primo pacco in consegna e ritiro è Daniele, avuto con la prima moglie, Elena. Le parole spese per questo importante incontro di anime sono: «Ah, è stato un matrimonio strepitoso», di cui siamo costretti a vedere un estratto, in cui possiamo ammirare la bella cerimonia che si è potuto permettere.

Ma la parte galante non è nemmeno iniziata, le vere parole d’amore sono per la moglie numero due, che potrebbe chiamarsi Nuova come Attuale, visto che del nome neanche l’ombra. Personalmente ritengo che lo zotico non se lo ricordi e per questo motivo rimarchi «nuova», come se lui fosse il nostro ammiccante e scaltro maître de vie, lui ci tiene ad avere il modello nuovo un po’ in tutto.
Non una parola sulla cerimonia. E ci credo, avete visto il secondo matrimonio? Quattro gatti spellati davanti a una specie di serranda.

Non contento, dopo averci parlato dei suoi gemelli Marco e Luca (o meglio, dei corsi pomeridiani che frequentano), ci mostra la lezione di danza di una tristissima Sofia, figlia della sua attuale moglie, detto per lasciarci il dubbio che le mogli siano tre. Da abbattere con un missile AGM.

No, non siamo ancora al meglio, ma quasi: ecco Mattia, un altro che si deve andare a prendere, «Mattia, che ho appena saputo che è mio figlio» (ma come parli, specie di capra), detta en passant, come se fosse un aneddoto spiritosissimo e non l’ennesimo indizio della sua intergalattica mediocrità.
Mattia, che lo guarda con l’aria «ti disprezzerei.. E’ che mi fai pena.»

Il finale deve essere eccelso, è una regola dei migliori spettacoli. Infatti questo è pietoso.
Da un sedile lontano lontano salta fuori Arturo, che lui guarda dallo specchietto retrovisore con orrore per qualche secondo: quel figlio sbadiglione e marroncino sarà mica suo?! Tranquilli, amici, è il figlio del vicino. S’è solo dimenticato di accompagnarlo, d’altra parte non è normale che un bambino crolli dal sonno dopo aver passato un pomeriggio in castigo/quarantena su un sedile a trenta metri dagli altri bambini.
Da ciò emergono sostanzialmente due fatti di minima rilevanza:

1.    L’uomo disgustoso ricorda il nome del figlio del vicino ma non quello di sua moglie. E’ un mostro. Oppure anche Arturo è suo.
2.    Della prima consorte ricorda solo la cerimonia, chiama sua moglie nuova e attuale, scopre figli dopo quindici anni che sono al mondo e l’unico momento in cui fa lo scandalizzato è quando, dopo ore di giri, s’è dimenticato di portare il figlio del vicino. Che dormiva tranquillo nella sua auto. La narrazione sull’abbandono in strada dei gemelli, al contrario, non aveva accenni di preoccupazione, lasciare i propri figli a picchiarsi in strada è simpaticissimo. Dov’è lo spirito in tutto questo? Io lo trovo patetico, un’uscita da bar dopo tre ore di chupitos gratuiti.

Mi consolo pensando che, visti i tratti fenotipici dell’immondo essere, della nuova moglie e della figlia, ci sono confortanti possibilità che Sofia non sia sua.
Chissà che fa, l’attuale moglie, mentre lui accompagna e riprende la sua progenie e quella altrui raccontando storielle agghiaccianti a chi non le avrebbe volute sentire mai.

Ps. Se ai miei colti lettori venisse un legittimo dubbio sulla correttezza del titolo, anticipo di essere al corrente del fatto che si dica Pater Familias; il mio è un omaggio a Marziale, che usò il termine Pater Familiae per schernire un patrizio che intratteneva, con straordinaria prodigalità, relazioni carnali con tutte le schiave della sua Domus.

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