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Il Trasloco

I Gatti Senz’altro Si Arrangerebbero torna e si trasferisce, con una selezione dei migliori vecchi post e contenuti completamente nuovi, a cadenze meno disumane.

Se volete leggermi di nuovo, da oggi mi trovate qui.

In caso contrario, grazie di aver letto finora!

Questa versione rimane attiva giusto il tempo di qualche rilievo della Scientifica, poi sarà eliminata.

 

Giada

(non più Jonlooker. Lo so. Ci abitueremo)

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Verrà la Morte e avrà una salopette

Che a Pupi Avati piacesse cimentarsi nell’horror lo sapevano tutti. Io, fino a poco tempo fa, dei suoi avevo visto solo Il Nascondiglio con Laura Morante, che mi aveva spaventato tantissimo, ma credo sia dovuto al fatto che a me viene un infarto pure se il vento fa sbattere una porta.

Qualche giorno fa, però, ho avuto l’occasione di guardare il trailer del suo ultimo lavoro del terrore e devo dire che gli è riuscito alla perfezione: inquietante, criptico e carico di tensione, il nuovo spot del Frecciarossa 1000 porta Avati una spanna sopra a Dario Argento.
Lasciate quindi che vi racconti nei dettagli la trama di Frecciarossa 1000. Così bello che non vorresti scendere mai.

È l’estate del 1931. I piccoli orfani stanno per andare in vacanza a Cervia, dove vedranno il mare per la prima volta nella loro vita. Lo si intuisce dalla suggestione di quello sciame di ragazzetti che entrano in mare in una specie di D-Day al rovescio: una pennellata, o se preferite una secchiata, di indizio.
La direttrice dell’orfanotrofio spinge i bimbi all’interno dei vagoni di un treno merci come retine di patate, ma si guarda bene dal contarli: tanto li pagano al chilo, mica al pezzo! Stipato l’ultimo scompartimento, la direttrice serra la porta stagna in modo che in caso di incendio non rimanga che la cenere per concimare, e il treno se ne parte.
In conseguenza a questo comportamento scellerato che omette l’appello, uno dei piccini, che noi chiameremo Alberico, è rimasto a terra. Con onestà, è difficile trattenere le lacrime: gli altri bambini lo salutano, sembrano felici che il loro compagno sia stato dimenticato lì, ma come si può gioire per le disgrazie altrui?2
E Alberico rimane lì, con quel berrettino da fornaretto appoggiato in testa, una bretellina calata della salopette nera a calzoncini corti che in confronti Nicki Minaj si copre. Li guarda scomparire sul loro treno a carbone, reggendo la valigetta da migrante nella destra e un portapranzo in cuoio nella sinistra, ma è così piccolo ‘sto portapranzo che dentro ci saranno al massimo quattro noci e un uovo sbattuto.
Si rabbuia di rancore, Alberico. Io vi perdono, ma ci rincontreremo, sembra dire.

1

“Vedremo se riderete ancora dopo che vi avrò uccisi tutti!”

Ma non si muove, non protesta, non urla alla direttrice che lui è una patata mancante; rimane come uno stoccafisso davanti all’inevitabile. Alle sue spalle, sopraggiunge il Frecciarossa 1000, che nelle intenzioni dei creatori è il futuro che arriva mentre Alberico guarda il passato che se ne va, ma finisce per essere una metafora che dice se perdi il treno nel 1931, il prossimo arriva nel 2015 e se non stai accorto e perdi pure quello, facile che quello dopo ancora sia un’astronave nel 2099.

Alberico si volta e ammira il treno, finché un loschissimo macchinista sbucato dall’ombra gli chiede:

«Vuoi salire?!»

Sebbene quello sguardo da Willy Wonka degli autoferrotranvieri spaventerebbe chiunque, Alberico accetta l’invito impassibile, coerente con la peggiore freddezza da criminale psichiatrico. Si spalanca la carrozza 8: Alberico, a bretelle finalmente riunite, sale a bordo, spingendo coi ginocchietti la sua valigia lisa attraverso il lussuoso vagone. Non c’è alcun altro passeggero, da nessuna parte, probabilmente perché si tratta del treno che porta nell’aldilà. La dimensione sovrannaturale si evince dal fatto che nella carrozza l’addetta abbia lo stesso berretto di Alberico e che lo saluti senza dopo aggiungere «Mi dispiace, siamo chiusi» né «Mi sono rimasti solo i Tuc.»

Alberico supera la sala conferenze e le poltronissime Vip mentre l’universo circostante si smaterializza e tutto l’ambiente si agita in modo insopportabile.

3

L’omaggio di Pupi Avati a Shining

«Vieni!»

Lo invita il macchinista. Non andare, Alberico! È un tranello!

Ma Alberico, che non prova emozioni superflue come la paura, ci va, camminando a mo’ di anatroccolo ingrigito reggendo i suoi miseri bagagli, subito arpionato dal braccio dell’uomo.

«Vuoi che li raggiungiamo?»

E in che modo pensi di fare, pezzo di deficiente, li segui a vista e poi li tamponi finché non si fermano? Che poi, parliamone, sei arrivato quando il treno coi bambini era già bello che andato, quindi chi, esattamente, vorresti raggiungere?

«No, non voglio scendere più.»

Risponde Alberico, con una faccia che lascia intendere che se lui dice che non si scende, non si scende e che quello sarà il viaggio finale di entrambi, in un modo o nell’altro.

5

“Guarda bene la mia faccia, perché sarà l’ultima cosa che vedrai!”

«E allora facciamolo fischiare!»

Replica senza alcun collegamento il macchinista, mentre notiamo dal labiale che sta parlando al contrario come le creature demoniache – d’altronde per non spaventarsi davanti al bambino più inquietante dal 1931 in poi bisogna essere fatti di una certa pasta.
Alberico (che, come ormai abbiamo capito, è la Morte) si appropria subito dei comandi, fischia in modo irritante e tamarro e lancia il treno a velocità suicida.

7

“Prendi questo, lungomare di Cervia!”

Si staccheranno dai binari e punteranno in direzione dell’universo extraterrestre, dove soffocheranno orribilmente in mancanza di ossigeno (sì, anche la venditrice di Tuc in carrozza 3).
I detriti del treno piomberanno sulla spiaggia di Cervia nel 1931, uccidendo tutti gli orfani della colonia, impegnati nei loro italici esercizi. Tra loro, c’era un bambino che se fosse cresciuto sarebbe stato padre di un pezzo grosso di Trenitalia. Secondo gli astri, il figlio dell’orfano in colonia avrebbe dovuto, nel 2015, discutere dello spot con Pupi Avati. Sarebbe stato perplesso sin dall’inizio e poi, dopo averlo visto, avrebbe urlato «Cos’è sto schifo?» inducendo tutti a riconsiderare la realizzazione dell’idea e, perché no, l’IDEA STESSA. Ma Alberico, in quanto Morte, conosceva in anticipo il futuro e ha fatto in modo che, al disintegrarsi del treno, una poltrona della saletta conferenze piombasse proprio sul futuro padre del pezzo grosso di Trenitalia, in modo da poter essere all’infinito protagonista di uno spot all’insegna del disagio emotivo, in un loop temporale che si esprime nella messa in onda continua e che è la vera essenza dell’horror e per questo credo siamo davanti a una pietra miliare del genere.
Si dice che le molecole di Alberico siano ricadute nell’atmosfera, rendendo i volpini di Pomerania isterici e malvagi e portando astenia negli impiegati delle biglietterie Trenitalia.

Eggrazie che i compagni erano contenti che fosse rimasto in stazione.

e

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Il supereroe

Bisogna parlare dell’uomo Conad e dei vari spot che lo vedono protagonista.
Lo so cosa state per dire: noi non vogliamo sapere niente dell’uomo Conad! È giallastro e malevolo! Avete ragione, amici miei. Ma sento che se non ne parlassi salteremmo colpevolmente una pietra biliare dello spot italiano, nel senso che prima ce ne liberiamo, meno ci roviniamo la salute.
Il primo spot risale al 2013. Sopportiamolo insieme.

L’uomo Conad si chiama così perché è un supereroe. Veramente! Guardatelo come è preoccupato per le sorti dell’umanità, non riesce a prendere sonno, neanche se si impegna. Allora decide che, se non riposa lui, neanche la moglie può, così le picchietta il dito sulla testa finché non si sveglia – e lei nono gli dà neanche mezza gomitata.

«Amore, c’è un problema.»

Mentre rabbrividiamo di suspense, scopriamo che la moglie è un monumento all’insicurezza patologica: anziché assicurarsi che il problema non sia, che so, di salute, chiede subito se il problema è tra di loro. Lei è ancora mezza addormentata ma già aveva in canna il timore che lui la volesse lasciare. Cominciamo bene.
A quella domanda lui nega, peraltro con una espressione che sembra dire “ma che c’entri tu, che vuoi?!” veramente simpatica.

«Il problema è tra la gente. Devo andare!»

Con questa frase da supereroe del comune sotto i 1500 abitanti, l’uomo Conad lascia l’appartamento e attraversa la città di notte, allo scopo non di assassinare estranei, come tutti ormai ci aspettiamo, bensì per fare il supereroe! Guardiamolo entrare al supermercato e accendere il generatore al plutonio, così può vedere meglio di cosa va riempiendosi il carrello, spiato dalle telecamere che renderanno tutto più facile al processo per furto.
Dopo di che, contemplato il malloppo con soddisfazione, lascia tutte le luminarie accese e se ne va, pronto a tornarsene a lettuccio. Diciamo che emerge come il problema non sia tanto tra la gente, quanto nella sua psiche. Ma quando si è supereroi subentra la fragilità, lo sanno tutti.

Saranno cambiate le cose, un anno dopo?

No.

Si esordisce con il mai abbastanza sfruttato “Allora vieni a letto?”, che è una frase che dovrebbe essere incenerita insieme a “Tuo padre è un ladro? No perché le stelle…” e quelle cose lì.
Ma soprassediamo, perché il dialogo è molto importante. Il nostro protagonista siede nel semibuio della cucina con lo sguardo dimesso e dice che stava pensando. Ma se ve la racconto così ve la nobilito, dovete guardarlo, e dovete osservare la moglie che fa

«Ad un’altra donna?!»

in un modo che viene da premerle la faccia in un mazzo di ortiche. E certo che pensa a un’altra donna, l’hai preceduto di un attimo perché stava giusto per dirtelo come si fa in questi casi. Sai cara stavo pensando a un’altra. Vabbé. Mi passi il sale?
Ma noi è dal 2013 che sappiamo che questa donna è malata di insicurezza e qualsiasi cosa le dica il marito è sicuro che c’ha un’altra.

Va detto che la recitazione è altissima: la signora passa tutti gli stadi del Telegatto: incredulità, sgomento, paresi, disprezzo.

no need of you, Anna Magnani

E va pure detto che lui questi stadi se li merita tutti, perché un entusiasmo esagerato e immotivato me lo aspetto e lo apprezzo dalla Melevisione, non da questo triste individuo vestito da patologia al fegato, che risponde:

«A milioni di donne!»

Oh. Mi sa che sono stato affrettato nel giudicarlo. Come si fa a dormire, infatti, se si pensa a tutte quelle povere studentesse rapite in Nigeria di cui non va più di moda parlare, o a quelle poverine in Paesi arretrati come India, Pakistan, Afghanistan o, il cielo ce ne scampi, in Italia? Come si fa a dormire, ma davvero! Io chiedo scusa per essere sempre così prevenuto, ascoltiamo il signore.
Dicevamo, egli (che, non so se ve l’ho detto, è un supereroe! Sul serio!) pensa alle donne. E ha deciso che per loro ci sono prodotti che costeranno meno.

«Pasta, caffè…»

Se il declino concettuale intrapreso non fosse abbastanza evidente, i creatori vigliacchi fanno dire a lei “farina”, come se fosse un’idea sua, prima che concluda lui con “latte”. Ma è giusto eh, alle donne servono queste cose, devono fare il pane. Lui non lo dice, perché è umile, ma nel ricco paniere delle offerte che molto misericordiosamente offre, ci sono anche la pummarola, il sapone per lavare i piatti a mano uno ad uno insieme ai coltelli insanguinati del marito tornato dalla caccia e altre cose che, ci tengo a ribadirlo, servono alle donne in primis, cioè i corn flakes, i bastoncini di merluzzo e la carta per il gabinetto. Laudato sii, Conad Man!

«Non è una bella idea?»

Chiede lui scodinzolando prima di infilarsi sotto le coperte in tinta col viso.
La moglie, invece di ricordargli con un pugno che le donne non sono universalmente considerate macchine sfornavitto ormai da qualche decennio, che è inutile fare i fighi con la farina che già non costa niente e che il problema è dare accessibilità a beni di prima necessità che servano a tutti, senza scomodare la baggianata della massaia addolorata, gli dà corda! Bravissimo, bravissimo, sai anche cosa? Stasera te la do! Ma signora, ma davvero? Ma Lei c’ha gli standard più bassi di un’asticella all’ultima manche dei Mondiali di limbo, se lo lasci dire.

Si intensificano, peraltro, le molte ombre su come quei prodotti raggiungano poi la sua tavola in particolare, giacché l’uomo Conad, in merito, non dà mai risposte chiare.

Quando la moglie gli chiede se voglia un po’ di carne, fa lo splendido e dice ci penso io!

«La nostra carne è più buona, è controllata e costa meno!»

…che non vuol dire niente: che sia più buona è una tua opinione, che sia controllata lo spero bene, che costi meno non ho dubbi perché mi sembri il tipo che si aggira fischiettando verso il reparto macelleria, prima di agguantare un petto di pollo e ficcarselo nella tasca del grembiule.

La stessa cosa accade con le verdure.

«A quanto le vendete, le verdure?»

Si informa la moglie.

«A un prezzo affettuoso!»

Risponde prontamente lui. E questo per sottintendere che si prende una treccia di pomodori soleggiati, una cassa di melanzane e sei cocomeri e affettuosamente se li carica sul Doblò, sfondando la saracinesca del carico/scarico mentre esce a tutto gas.

A questo punto, so cosa state per chiedermi: va bene che l’Uomo Conad è un supereroe, ma che potere ha?
Ha un potere fantastico: può dire ovvietà come se fossero esternazioni di rilievo; può dire che abbassa i prezzi di quattro cose per fare un favore alle donne senza che nessuno contesti l’opportunità delle sue parole e soprattutto senza che nessuno noti che uno da solo non decide proprio niente; si autoproclama salvatore universale e non solo la moglie non si stufa delle sue inutili manie di grandezza, ha pure paura che la lasci lui. Ce ne sono tanti con lo stesso potere di comportarsi male senza che qualcuno si scomponga. Accade in politica, nell’industria, quasi certamente anche nell’ufficio dove lavorate. E se state pensando che i Conad Men siano proprio un bello schifo di supereroe, avete ragione. Ma un modo di sconfiggerli c’è: non pensare più da vecchi italiani.

O lanciargli una dozzina di uova marce quando esce dal Conad. Anche quello va bene.

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La Grande Pochezza

Ah, il gusto del brutto. L’imperialismo della pochezza. Non è un’arte semplice, sapete. Servono smarrimento, incapacità, scarso amore per la propria nazione. Ma se si possiedono tutti questi doni insieme, o si diventa deputati o si gira uno spot per Rio Mare.

Kevin Costner si è trasferito ad Amalfi. Certo, non sarà molto logico, ma almeno è confortante, perché se non altro ciò ci garantisce che non sia impegnato in un terribile film d’amore in cui uno dei tue si ammala di brutto o naufraga con la barchetta.
La notizia è stata così ben celata che lo sanno tutti. E, naturalmente, provoca una crisi ormonale inguardabile fra tre tizie che non riescono a contenersi un alcun modo. Ed infatti, perché la pochezza imperi, ci vuole innanzitutto un totale abbandono della dignità. Queste tre andranno benissimo, ché le donne sono portate alle sceneggiate.

«Ragazzeee! Sapete chi abita al faro?»

Dice una con uno sguardo pericoloso.

«Potremmo dargli il benvenuto!»

Propone un’altra, con l’aria spiccia di una che queste cose abitualmente le fa.
E io penso che se fossero uomini e al faro ci fosse Scarlett Johansson, un dialogo del genere non sarebbe accettabile, non tanto per le parole in sé, quanto per i toni da assatanate e l’atteggiamento da malavitose. Ma sono donne, ah simpatiche donne col vestitello da casalinga sciatta, che male possono fare? Sono come i gattini che cercano di cavarti gli occhi: le tieni a bada facilmente, ma sono tanto tenere quando ci provano!
E loro, in effetti, si incamminano proprio con l’intenzione di provarci. E giungono al faro. Al faro! Che faro?, chiederete voi curiosissimi. In effetti uno spot che parla di Amalfi è una bella vetrina, quindi è interessante sapere di che meraviglie si pregia, senza contare che per la ripresa economica un po’ di turismo interno farebbe al caso nostro. Ehm, a questo proposito. Non c’è nessun faro. C’è la Torre Saracena che è bellissima. Però non è che siamo gente che ama il Paese, siamo quelli che vedono Christian De Sica pattinare sul ghiaccio in Cadore e sottintendere di essere in Val Gardena, non abbiamo lealtà verso noi stessi. Ma andiamo avanti che dobbiamo compiere la nostra attività preferita: compiacere gli americani.

Kevin, che stava tagliando in quattro un pomodoro, apre la porta senza chiedere chi è. E ha sul viso tanto illuminante che comincio davvero a sospettare che si tratti di Scarlett Johansson.
Dall’altra parte loro, le pazze, con un’enorme cesta di limoni. Ma che se ne deve fare di tutti questi limoni, saranno tre chili, volete tirarglieli per tramortirlo? Non ci vorrà molto, comunque, giacché Kevin appare abbastanza tramortito di suo. Non le ha mai incontrate prima, sono visibilmente agitate e sotto quella cesta ci sta un Kalashnikov comodo comodo, ma prego, entrate. Anzi, già che ci siamo:

«Mangiate con me?»

«Sììì»

esclamano loro in una scena inedita di Nymphomaniac.

Li ritroviamo a una tavola imbandita di desolazione, circondati da ciuffi di basilico, quattro grissini sparuti, pomodorini a grappolo, lattine di tonno, una pianta in vaso di ceramica (ma perché?!) e quella dannata cesta di limoni che impedisce il contatto visivo. Un pranzo di delizia, in cui Costner si atteggia a chef ma in realtà toglie il tonno dalla scatola e lo mette sull’insalata ed è finita lì.
Passiamo alle domande originali, su, che qui se no mi si alza il livello.

«Come mai in Italia?»

«Perché avete una grande cucina e un grande tonno.»

Il primo motivo per venire in Italia, annotiamocelo, è la cucina. Ed è vero, peraltro: tra un po’ non avremo neanche i monumenti, per come li trattiamo, ci rimangono giusto giusto il cibo e i diffusissimi mandolini.
Il secondo motivo è il mio preferito: il pinna gialla, un tonno dell’Atlantico, di qualità immensamente scarsa ma travestito da tonno pregiato, che spesso viene pescato con metodi che minacciano l’ecosistema marino. Soffermiamoci un momento a gustare la squisitezza dell’intera metafora con il nostro Paese.

«Ah, Rio Mare, così… buonissimo.»

Beh ma io mi inchino, che spot, che copione. Perché dire “che buono” come traduzione di “so good” pareva brutto, “buono” non è abbastanza, è così buono da sfasciare la grammatica! Nulla si potrebbe aggiungere per migliorare questa frase così perfettissima, forse solo un rutto.

Ed ora, un po’ di giochi di prestigio. Compare un vasetto colmo d’acqua al centro del tavolo e Kevin lo arricchisce con una rosa apparsa con altrettanto mistero. Mi aspettavo anche una mitragliata di carte francesi uscirgli dal polsino della camicia, peccato.
La portavoce del gruppo, anziché dire giustamente «Io me ne vado», esclama:

«Che tenero!»

ed era prevedibile, perché serviva disperatamente uno spazio per la gag del tonno così tenero che si taglia con un grissino e all’uopo lui brandisce appunto una stecca di pane di sessanta centimetri, che manda le signore in brodo di giuggiole finché la regia pietosa ci regala per l’ultima volta il panorama di un faro inesistente.

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L’amore ai tempi del Cornetto

Il Cornetto Algida ci ha preparato un regalo che anticipa l’estate e i Cavalieri dell’Apocalisse – e come potrei io lasciarlo passare così, senza soffermarmi sui suoi punti forti? Infatti.

Una cosa, per giustizia, la dobbiamo dire subito. Lo spot del Cornetto Algida è sempre stato di un melenso inarrivabile. Se non vi ricordate, vi aiuto io.

Biciclette, palloni da spiaggia, località marittime, bacetti per tutti, una bruttissima camicia rossa, imboccate sotto l’ombrellone, intro musicale che definirei la colonna sonora della vita delle Tartallegre e frasi di spessore poetico come un cuore d’amare o un piccolo cuore per farti sognare. E come dimenticarsi dell’uomo dei gelati, una specie di capitano di nave disonorato che mangia i Cornetti del suo stesso carretto e che accoppia i villeggianti? Non è che si possa far finta che la tradizione non sia questa.
Ma noi, nel 2014, abbiamo qualcosa di peggio.
La tecnologia social.

Corriera.
Ragazzo e ragazza. Hanno in comune che nessuno dei due ha peli sul petto. No dai, non solo: entrambi hanno due cuffie audio esteticamente raggelanti.
Lui la fissa, con quello sguardo che solo Olmo di Mai dire gol sapeva padroneggiare, si impegna e sbatte le palpebre al limite della scarica elettrica – e, nonostante il Cornetto sbrodolino sul pizzetto, sembra avere successo.
Lei, infatti, nello scendere alla sua fermata nel noto paese di Orrendocuffiopoli Riviera, gli lancia un’occhiata moderatamente allusiva. Lui, allora, senza dignità alcuna, si gira come un cucciolo smarrito, mancavano una leccata al vetro e gli uggiolii, per il resto era uguale uguale a un carlino davanti al finestrino della Panda che teme che la padrona non esca mai più viva dal Despar.

A questo punto, è fondamentale tenere a mente non solo gli antecedenti, che abbiamo visto, ma anche le premesse tecniche, immagino più o meno queste:

«Creiamo uno spot che ricordi l’estate e i dolci amori innocenti nel tipico stile Algida, ma stavolta descriviamo la summer un po’ social network di questi giovanotti di oggi con i personal computer e Fésbuc, io non ci capisco niente ma non vi preoccupate ho chiesto a mio nipote di quattordici anni di scrivere la pubblicità.»

E in questa chiave va letto tutto quello che succederà di qui in avanti.

Da quel fugace incontro nel mobile cassone, difatti, il ragazzo (dalla camicia rossa pure lui, ma nella versione un po’ boscaiola, in nome della selvaggia modernità di vedute che domina questo spot) comincia a cercare la fanciulla su Facebook, al buio, sempre mangiando Cornetti. Non so se voi conoscete il telefilm Misfits, ma vi basti sapere che c’erano dei tizi che dopo aver ammazzato o seppellito qualcuno si concedevano un Cornetto, a volte preso dallo stesso freezer in cui stava il cadavere. Capite bene perché io sia prevenuto. Ma vi dirò di più: lui ha gli occhi più acquamarina di un gatto persiano e in sottofondo c’è Cesare Cremonini a cantare di complici nel disordine, ma se fosse brutto e di sottofondo avessero messo la musica de Lo squalo non sarebbe più così tenerina la vicenda no?

Ma noi siamo per l’uguaglianza, quindi diciamolo pure che lei è pazza uguale, perché mentre lui sta disteso a far luccicare i bulbi oculari alla luna (nudo, naturalmente) lei rallenta il lavaggio dei denti perché ha scoperto il suo riflesso nello specchio del gabinetto e ammira la schiuma di dentifricio tutta intontita.
A onor del vero lui, che chiameremo Mio Miny Pony Occhi di Stelle, ci prova pure, a rivedere la sua amata in modo tradizionale, ma purtroppo sulla seggiolina lurida della corriera ora si siedono solo i pidocchi e lui è disperato, lo vedete da voi, proprio il giorno che si era vestito da piccolo bimbo in viaggio verso la colonia alpina San Marco di Pedavena (ci si immagina proprio il momento in cui, testa fra le mani, pensa “pure la camicia mi ero abbottonato!”)

Ma attenzione! La trova! La trova su Fésbuc! E la propulsione romantica di questa roba raggiunge il telescopio spaziale Hubble quando si passa a lei, che non lo conosce per niente e non solo si è lasciata contagiare coi Cornetti, ma nemmeno gli dice ciao, gli scrive direttamente che “ha proprio voglia di vederlo ora”, che, oltre ad essere una brutta frase dal punto di vista della costruzione, è di uno zerbinaggio allucinante; ma lei è carina, Cesare Cremonini, eccetera eccetera, quindi tutto è normale, inclusa quella assurdità telepatica per cui se a lei arriva una notifica le amiche si girano tutte e quattro e ammiccano e gongolano come se il messaggio l’avessero letto pure loro. Ma perché no, se non altro hanno gettato le basi per un bruttissimo manga.

I due devono essersi detti “incontriamoci in un luogo affollato” il che è la prima idea intelligente e sicura che sia uscita finora. Per ristabilire subito l’assenza di raziocinio, perciò, vi dico che arrivano con le delegazioni. Lui in bicicletta con due suoi amici, uno davanti e uno dietro a fare la scorta (se non sono con lui, ci sono tre persone che girano ridendo da sole in bici una dietro l’altra e allora non so proprio che dire), mentre la ragazza opta per una Citroën Méhari rossa (che non è mica un raccoglitore di carrube marocchine, lei) con un’amica che fa l’autista e l’altra a coprire il fianco destro della vettura con lo scooter, come neanche nelle peggiori parate comunali. Ma non vi preoccupate, al momento dell’incontro tutti spariscono, pure la bici, e lei scende dall’auto vuota abbandonata in mezzo alla spiaggia.
Ah, che momento. Prima Mio Mini Pony Occhi di Stelle e la sua amata si imboccano a vicenda con le punte dei Cornettini, poi lei, forte delle abilità da scoiattolo volante fornitegli da quella specie di poncho che ha sul costume, gli salta addosso perché effettivamente se no non la finivamo più, quindi la ringrazio. E un bonus maestra di vita, perché mentre lo bacia continua a masticare.
Scopriamo poi che rimarranno lì fino a notte, sempre mangiando mini-gelati, e che lei fa un uso sconsiderato e imbarazzante dell’occhiolino come strumento di seduzione.
Goditi il viaggio, amerai il finale, dice il claim. Va bene uguale se amo il fatto che sia finito?

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L’era del Mugnaio Blanco – Parte III – Il Seminario

Gentilissimi, grazie di essere intervenuti, prego, prendete posto.

Dopo due anni di ricerche approfondite, oggi mi ritrovo qui per il seminario finale (o almeno così sperano i gruppi di preghiera in tutto il mondo) sulla situazione del Mugnaio Blanco (prego visionare documento A e documento B, che se rimanete indietro poi non andate dal preside di facoltà a lamentarvi perché non avete i crediti).

Il seminario è intitolato “Inopportuna tensione sessuale tra personaggi di spot: una seccatura” ed esamina i rapporti tra il nostro oggetto di studio, il Molitur Glaucus, e la sua controparte per definizione, la Rosita Rosita.
Ma per farlo – e vi chiedo scusa; anzi, se qualcuno si sente suscettibile all’argomento può uscire adesso e ci vediamo a fine ora per concordare una tesina alternativa sul Kinder Bueno come strumento di potere – per farlo, dicevo, abbiamo bisogno di una premessa.
Tutti noi conosciamo la Teoria di Folgers, no? Dalle vostre facce vedo di no. Io non so cosa vi facevano fare l’anno scorso, veramente, l’istruzione di questo Paese è un imbarazzo.
La Teoria di Folgers è stata sviluppata alla fine degli anni Duemila dai telespettatori americani, sin dalla prima messa in onda dello spot di Natale della Folgers, che è la Ristora degli Usa. Tale teoria dice:

“Ci sono volte in cui forse (ma forse, eh) non è il caso di lasciar trasparire tensione sessuale tra i protagonisti di uno spot.”

Ma ve lo mostro, così capite meglio.
Se qualcuno mi spegne le luci…. grazie, ecco qui

Non ci interessano dettagli che in altra sede sarebbero fondamentali, come uno che torna dall’Africa e chiama “vero caffè” un caffè brodaglioso che era lo stesso che beveva lì e che beh, provatelo e sappiatemi dire. Il punto è che c’è una parte degli americani che ancora ride perché la situazione instaurata dai due attori, per gestualità, linguaggio del corpo ed esasperato scambio di sguardi, non è proprio limpidissima. E non mi nasconderò dietro a un dito: la cosa fece ridere molto anche me. Non è la scenetta in sé a sottintendere nulla, sono gli attori ad essere chiaviche. Qui non ce la si può prendere con i creativi, insomma.

In Italia, invece, abbiamo la Teoria della Battuta Penosa:

“Partendo da una battuta penosa, ci facciamo lo spot.”

«Dov’è Rosita?» si agita Antonio Banderas, inconsolabile.
La cerca in tutti i posti dove per logica potrebbe essere: la bocca del forno, la poltrona padronale con cuscino di damasco, la mensola delle brocchette; ma ogni ricerca è vana. Interrogato, il suo dipendente fa spallucce e lo guarda con tanto disprezzo da sgretolare la pietra, ma trovatela da solo la tua gallina, mentecatto. A voler essere perfettamente onesti, fare il pane invisibile non dev’essere un lavoro troppo gravoso, quindi ha poco di cui lamentarsi pure lui.
Finalmente il mugnaio trova la pennuta, che si è sistemata ad una finestra e guarda fuori. Guarda fuori e piange, mentre un grosso gallo si allontana verso il tramonto, baldanzoso, incurante dei sentimenti della gallina ma sorprendentemente consapevole del sentiero battuto e  io mi chiedo quanti soldi prendono al mese quelli che hanno idee come queste?

Comincia poi la melliflua azione corrosiva di quello che fa l’amico ma in realtà non aspetta altro che il momento adatto per insidiarsi delle crepe di un cuore spezzato. Antonio si avvicina marpione a Rosita e la accarezza: «si vede che non era quello giusto!», quel demonio, soggiogare così una povera bestiola affranta. E siccome, l’abbiamo studiato, per quest’uomo tutto si riduce a fingere di preparare biscotti e a cercare di piazzarli come un Testimone di Geova con La torre di guardia, egli la teletrasporta sul tavolaccio sporco su cui sofistica il sofisticabile, adagiandola a pochi centimetri da uova e farine. Un po’ di Didò decorato con lo stampino dell’Allegra Fattoria, una spolverata fantasiosa di sale grosso, una teglia per uso domestico infilata in una fornace per la fusione di metalli e voilà, riesco quasi a sentire il sapore dell’avvelenamento. Il tutto, badate bene, ad esclusivo servizio della battuta «Non accontentarti di un galletto qualunque!», con la quale Antonio irretisce la gallina in quattro secondi netti e la chiuderei qui, perché si tratta chiaramente di circonvenzione di incapace e bisogna chiamare i carabinieri.

Cosa abbiamo imparato, a conclusione di questo seminario? Che in questo spot la Teoria di Folgers e quella della Battuta Penosa si incrociano imprevedibilmente, così noi spettatori assistiamo impotenti al gioco di parole dei Galletti e alla peggior romanza zoofila del secolo. Solo che noi, come al solito, possiamo tranquillamente incolpare i creativi.

Questo è tutto. Per domani vi prego di portarmi una relazione-sfogo a piacere, un adesivo imbottito a forma di animaluccio della jungla e una ricetta per cucinare la gallina a vostra scelta. Mi serve per un amico.
Gli adesivi invece sono per me.

Arrivederci!

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L’era del Mugnaio Blanco – Parte II

Leggendo il giornale, qualche giorno fa, ho scoperto che i cittadini italiani supportano economicamente figure come il tartufologo e il misuratore di neve (il secondo dei quali, sorprendentemente, non è uno stecco). Allora ho pensato che anch’io voglio  essere pagato per un lavoro del genere, egualmente impegnativo. So anche a quale impiego votarmi: il ricercatore/analista di uomini del mulino. Ho perfino pronto il mio soggetto e ho delle ricerche precedenti, ragion per cui adesso mi siedo comodo qui e aspetto che arrivi il mio assegno.

Benvenuti dunque alla seconda parte dell’analisi approfondita dell’uomo del mulino (la prima parte la trovate qui), come di consueto inutile, eppure così necessaria.

All’epoca in cui pubblicai il primo studio (sento già l’assegno che arriva volando come una colombuzza santa), non credevo che avrei affrontato di nuovo l’argomento, perché non immaginavo che potesse andare peggio di così, tra sottrazione di minori, condizioni igieniche preoccupanti e madri senza morale decenza. Un vero scienziato, però, deve ammettere i propri errori (ho un camice, vedete? E un cartellino pinzato alla taschina!) ed è con molta umiltà che mi accingo a condividere con voi gli ultimi dati a me pervenuti.

Cosa sappiamo già di lui? I nostri filmati ci hanno sempre mostrato un uomo istrionico, visionario, che si convince di cuocere biscotti e merendine in realtà confezionati, i quali vengono da lui scartati, poggiati sulle teglie e distribuiti ad ospiti che devono essere accuratamente selezionati tra i più deficienti del regno, perché sono sempre pronti a credere che abbia fatto tutto lui con le sue mani di fata e a seguirlo fino alla morte.

Il passatempo preferito del Mugnaio Blanco è catturare nella sua rete quanti più bambini possibile. Se pensate che sia losco, avete ragione. Che razza di uomo, uno che attira innocenti creature vulnerabili solo perché sa che si strafogheranno di merendine, aumentando così il suo fatturato! Turpitudini come queste, davvero, rinnovano ogni giorno in me il fuoco della scienza (per l’intestazione dell’assegno: Jon, senz’H).

L’ultima registrazione audio-video ci riporta in pieno in una di queste situazioni, che commenterò per voi con la più assoluta obiettività.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=Uf9gOu_yh0M]

Eccoci qui, infatti, nella più classica delle sue macchinazioni: restare solo con un bimbo per distruggerlo di carboidrati. I due si rilassano appoggiati a un gigante covone, attività che io, da ricercatore qualificato, sconsiglio, in quanto è sempre possibile, benché non facile, trovarvi un ago.

A fare da palo, l’immancabile mente criminale, di cui il mugnaio è solo il misero e devoto galoppino: Rosita, la gallina sociopatica striata di sadismo.

Il Mugnaio Blanco mastica una spiga di grano. Perché, direte voi? Non c’è una spiegazione a tutto, sapete, a volte semplicemente uno è squinternato fino al midollo.

Mentre se ne stanno seduti lì, alla completa mercé delle zecche, il bambino si dimostra subito simpatico con una domanda inopportuna.

Ma perché tu parli strano?

Ora, vedete da voi che una domanda del genere è l’innesco di una reazione chimica chiamata subisso di legnate, senza contare che un bimbetto con la zeppola non è esattamente autorizzato a fare il logopedista itinerante; ma il Mugnaio Blanco è un veterano del mestiere e non altera nemmeno un atomo del corpo suo. Tuttavia, non potendo rispondere sono un pluriomicida ex galeotto dell’Europa del Sud, egli evita di ribattere in modo diretto e parte per la tangente con uno degli sproloqui che lo contraddistinguono.

Sai… Sono stato il giro per il mondo per tanti, tanti anni…

Che mi viene a significare? Chissenefrega? Nessuno ti ha chiesto di recitare i tuoi Memoires, direbbe un bambino accorto. Ma noi abbiamo i dati, conosciamo bene il campione da cui attinge il Mugnaio Blanco. Il piccolo germe di grano , infatti, ha completamente dimenticato la domanda originale, anzi, si appassiona:

E non ti mancava, la tua campagna?

Ma senti un po’, creatura. Uno ti sta raccontando che è stato in giro per il mondo, chissà che ha visto, chissà che ha fatto, e il tuo pensiero va alla nostalgia della campagna? Ma sei un bambino o Cesare Pavese?

La risposta, ovviamente, è altrettanto scuffiata.

Certo! Ma poi… ho avuto un’idea!

esclama il Mugnaio Blanco, stupendosi della capacità di se stesso di elaborare piani.  E, grazie a sconosciuti poteri, teletrasporta la sua persona e quella dell’ingenuo fanciullo in quell’edificio sospetto che abbiamo imparato a conoscere la volta scorsa.

Chissà che idea ha avuto, si potrebbe illudere qualcuno (noi no, perché c’abbiamo i dati in questa cartelletta di Winnie The Pooh che tengo in mano – è inutile che ridiate, sono le cartellette ufficiali del Ministero).

Ebbene, presto detto: l’idea è che ha abbattuto la nostalgia aprendo un pacco di biscotti, che ha poi genialmente battezzato Campagnole, nel mentre che fingeva di infornarli.

Di più, le SUE, Campagnole, come tiene a precisare mentre ne esalta la rusticità, sfregandole coni suoi immancabili polpastrelli lerci (va bene, Antonio, la superficie dei biscotti è ruvida, che sarà mai, chètati, per l’amor del cielo)

C’è tutta la campagna dentro!

assicura con un movimento di mano che ci svela che in carcere era stato protetto da una banda di rapper.

Tutta-tutta?

Chiede il bambino, che a questo punto ha il futuro assicurato come collaboratore extraorganico in qualità di creatore di domande imbecilli.

Il Mugnaio Blanco ci riflette un po’, pensa a tutte le volte che Rosita ha defecato di proposito nell’impasto e garantisce, sicuro:

Tutta!

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15/04/2013 · 08:47