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L’utopia universitaria secondo Tim

Che fine aveva fatto Chiara Galiazzo, una volta sbarcata a Venezia?
Noi l’avevamo lasciata a scocciare i gondolieri, con il rischio che qualcuno pensasse che da lì le cose potessero farsi interessanti. Era quindi doveroso per la compagnia Telefónica (ah ah, questo mio umorismo da Sole24Ore) smentire tale illazione, con una nuova serie di promo che ribadiscono che tutta la saga rimarrà malfatta e priva di struttura.

Vi risparmio gli spot coi finti genitori dall’accento veneto passepartout, perché fanno male alle orecchie in ogni millisecondo, e mi riservo di commentare o meno in futuro gli ultimi, in cui Chiara farà la festa di condominio con la macchietta partenopea, perché ho un animo delicato.

Mi soffermo quindi sulla vita universitaria della cantante, perché merita (non è vero).

Chiara si è ricordata che, oltre a frequentare l’università, deve trovare anche un luogo dove dormire, così si siede a un Caffè e, comoda comoda, cerca una nuova sistemazione.
Parte la prima telefonata.

«Ah, siete quattro!»

Fa, tutta frizzantina. Ci si chiede perché il numero quattro scateni questa gioia inutile, ma non importa, perché lei scopre che sono “tutti maschi”. E ciò è assurdissimo e pericoloso, direi quasi ai limiti della legge. Non se ne fa niente.

Mentre sbatte il telefono sul tavolino (e non è quello regalato dalla nonna: in quanto tempo l’hai perso, due o tre ore?), sull’iPad si materializza una pagina che recita “Singola luminosa e silenziosa”.

Che non sono proprio le parole per descrivere quella garçonnière porpora violetto, verrebbe da dire. Ma cosa ne so io, magari per mostrare che una camera è luminosa bisogna sprangare gli scuri.

Per chi conosca le condizioni medie degli appartamenti universitari, verrebbe da dire pure una parola di dieci lettere molto calzante (no, non è “mentitrici”, anche se ci sta) perché, di solito, con “singola luminosa e silenziosa” si intende una gabbia per galline dall’altro lato dell’aia.

«Quattro studentesse cercano coinquilina per dividere le spese…»

Chiara appare soddisfatta su tutta la linea: c’è ‘quattro’ per accontentare la smania numerologica, ‘studentesse’ per placare l’esigenza di gineceo, più una frase giganticamente superflua. Perché è sempre importante aggiungere “per dividere le spese”, altrimenti uno potrebbe pensare “per commettere omicidio in villetta umbra”. È anche giusto mettere le mani avanti.

Tanto basta dunque per fiondarsi, avviluppata in una tenda da doccia, in una casa abitata da quattro ragazze che ridacchiano tutto il tempo e un cane che non sembra troppo in salute.

«Chi è?!»

«Ah, dev’essere Chiara, la ragazza dell’annuncio!»

Ah, oh, uuuh, fanno le tre che rimangono sedute e che, con grande educazione, si impegnano a fissare lo schermo di un telefonino bianco mentre quella poveretta è venuta su per vederle. Ma appena Chiara entra, eccole che la guardano come se il suo arrivo fosse una totale sorpresa. Se non vi pare una situazione di disagio mentale questa.

La ragazza che è andata ad aprire la porta trascina Chiara in avanti come se volesse approfittare della sua gonna lunga per spolverare a terra, e comunque era da dirle giù le mani che non ti conosco e mi hai già fatto i lividi all’avambraccio.

Mi stavano tutte antipatiche finché non hanno detto i loro nomi, al che si è aggiunto l’orrore per lo sforzo tragico e appena sufficiente che fanno per ricordarsi quali sono stati loro affibbiati.

Scopriamo che l’invadente vestita Decathlon si chiama Eleonora, quella con tutte le corde al collo si chiama Erica (no, non ti chiami Erica e si vede che è la prima volta che pronunci quel nome), la signorina orientale si chiama Maia (detto con lo spirito se mi dicevano che mi chiamavo Friggitella per me era uguale, tanto mi vedete solo oggi, ché mi hanno scelta solo a fini di melting pot) e infine c’è Martina, la cui presenza è oscurata con prepotenza da una delle magliettine più brutte e mal concepite che siano mai state fabbricate. Una cosa inguardabile proprio.

Ah, giusto, quasi dimenticavo: c’è anche il cane Mosè.

«Bau.»

Una gag irresistibile davanti alla scacchiera della dama, per la quale tutte applaudono e zirlano come scriccioli impazziti.

Non so bene in che modo, ma il momento equivale alla firma del contratto, giacché da quel punto in poi Chiara è di fatto entrata a far parte della compagnia.

Queste graziose universitarie devono essere davvero facoltose per potersi permettere un appartamento simile. Ma non è tutto. Si concedono anche le cavalcate in località remote e misteriose, passando il tempo in quello che io chiamo l’Erasmus dell’Emiro.

A questo proposito, io direi alla Tim che se vuole entrare nelle grazie degli studenti fuori sede, queste stupidate deve lasciarle stare. Vada la cameretta delle brame di Bel Ami e la casa coi muri puliti senza uno spruzzo di sugo, la prendiamo come licenza poetica. Ma chi sopravvive in un alloggio in una città universitaria, forse vi farà passare il soggiorno da cento metri quadri, ma quando vedrà gli estemporanei sollazzi equestri delle campionesse di risolino, minimo minimo vi sputa in faccia la minestra pronta dentro cui stava piangendo pensando ai due esami che ha la settimana prossima.

Dicevamo. Perché studiare quando puoi indossare un poncho color tossinfezione alimentare e lanciare la tua coinquilina a novanta chilometri orari su un cavallo costosissimo? E perché chiamare aiuto quando puoi urlare in coro con altre menti superiori, così magari quel cavallo lo infastidiamo pure?

Martina, colei che non vive senza magliette a righe, si perde in questo modo in un bosco di statue e foschia da affumicatura, nel quale si guarda attorno con un artefatto timore dell’ignoto che viene da colpirla alla nuca con un Telegatto. Martina, che è anche molto intelligente, prende subito lo smartinphone e chiama le altre – non proprio sulle chiamate rapide di chi deve essere salvato, considerato che inciamperebbero su un ago di pino. Chiara e quella che dice di chiamarsi Erica boccheggiano:

«Ma dove sei?»

Non sono in pensiero, hanno solo questa curiosità un po’ irritata, vuoi vedere che questa ci fa perdere tempo, ignorando con convenienza il fatto di aver dato personalmente una pacca sul sedere del cavallo.
Erica parla pure di sopra, lei che sa. No, tu non puoi parlare finché non bruci quella terrificante borsa senape. Proprio non puoi emettere suoni.

«Non lo so sono in Italia, spero… credo.»

Fa l’altra con un telefonino agganciato al territorio italiano con massima ricezione. Deve averla confusa l’esercito di terracotta in mezzo alle felci.

Eleonora, che sappiamo non eccellere nel personal space, ma che in effetti sembra l’unica a cui affidare un cactus, strappa il cellulare di mano a Chiara con la faccia date a me, che voi siete cretine.

Poi chiede le coordinate a Martina che, contro tutte le aspettative evocate dalla sua espressione ottusa, saprà come farsi trovare.

Come stai Martina? Hai battuto qualcosa? Hai male? Ti sei spaventata?

Si dice in situazioni simili. Ma noi abbiamo ormai capito che non siamo davanti ai gattini più svegli della cesta.

«Martinaaaa dovevi tirare le redini!»

Che considerazione terapeutica e opportuna. Per non sprecare tutta questa empatia, le farei andare in giro per gli ospedali a dire ai pazienti «dovevi frenare!»; «se guardavi dove camminavi non ti rompevi il femore!». Saranno le preferite di Traumatologia.

«Lo so ma erano loro che tiravano me!»

A questo punto scatta una risata da Oktoberfest che imbarazza fino all’osso sacro per quanto è orrenda, aggravata dall’abbraccio circolare paragonabile solo a quello dei Power Ranger, una roba che Maia può accendere un cero alla Madonna per il solo fatto di essere rimasta a casa.

Il cane è parecchio mogio.

Ma c’è di più (nel senso di peggio)

«Sì mamma sto studiando… sono in mezzo ai libri!»

ih ih ihihi, che scherzone che facciamo alla mamma, poi davvero, siamo nel bosco che è l’anticamera della carta quindi è un po’ come un libro… se avesse otto anni le direi che è una bimba molto acuta, ma viste le circostanze c’è poco da complimentarsi.

«Cosa studio adesso? Green economy. Molto green.»

Aggiunge Chiara, dondolando in un modo così irritante che verrebbe da dissotterrare il Telegatto di prima e colpire anche lei.

Non mi sento in grado di aggiungere nulla a quella che è una delle battute più squallide che il bosco abbia mai udito, se non che il video è intitolato proprio “Chiara Galiazzo studia green economy”, come a dire che si contava tanto sulla comicità della scenetta.
Mi farò cullare dall’immagine surreale delle altre tre sullo sfondo, che si fanno le foto in penombra come se non sapessero fare altro. Cosa che, credo, corrisponda a realtà.

Il cane, gobbo sullo sfondo, probabilmente l’unico ad aver capito la tristezza della situazione, è veramente desolatissimo, chiaramente tormentato dal pensiero ma proprio queste mi dovevano salvare dall’autostrada?

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Tim, Font di Disapprovazione

Archiviata l’era dell’attraversamento delle epoche con il trio Marcorè-Marzocca-Balti, Tim è tornata alla sua personale, discutibile celebrazione del talento. Stavolta si sono concentrati sulla carriera di Chiara Galiazzo, che io credo abbia vinto l’ultimo X-Factor (o comunque ne è uscita bene). Immagino che si voglia ricreare il suo percorso, dagli albori in poi. Finora non può esserci tanto materiale, visto il poco tempo passato, ma comunque Tim è riuscita a renderlo fumoso e sgangherato che manco Sentieri.

Vi avverto che siamo ben lontani dalla folgorante saga della Tim Band, ma l’intenzione è sempre la stessa: gente gggiovane con tanta voglia di farcela, per dirla con formula tipica. Il che, sempre secondo Tim, deve intersecarsi per forza, ma proprio per forza, con qualcuno che canta o suona. Non so perché. E secondo me neanche loro.

La campagna attuale si chiama Amo il Talento – TIMxTE (non è freddo, è disgusto per la X, il brivido che sentite) seguito dall’insopportabile hashtag: #amoiltalento, che #hocapitochevoletefareilbottosutwitter #manoncredochesuccederà #ecomunqueaveterottoconquesticancellettidovenonserve.

 

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=P_IK-xLPiMY]

 

Ora, io non voglio fare il grafico con gli stivali, soprattutto perché la mia competenza è un livello intermediate di MS Paint, ma voi riuscite ad ascoltare quello che viene detto, dopo che vi si piazza in sovraimpressione la scritta “Qualche anno fa…” nel font Bradley Hand ITC? La seconda scelta che era, il Comic Sans?

budget

 

La mia storia comincia qui… e non era una giornata di sole.

 

Veramente il sole, figlia mia, è il tuo ultimo problema: stai per prendere un treno regionale per Venezia, sono fatti tuoi. E mentre intorno i fumogeni portano chi non c’è mai stato a credere che il Veneto sia il set di un video musicale del 1981, Chiara corre verso il treno e sale. Ora, questa è proprio un’ingiustizia concettuale, una concatenazione di balle.

Balla numero uno: fanno intendere che la ragazza sia arrivata giusta giusta, il che non è possibile. Non è possibile che il treno arrivi in orario e che lui aspetti te. Sei tu che aspetti lui, mentre nel frattempo la luce del giorno cambia in tutte le sfumature, finché le ombre ballerine scompaiono in favore della luna che sbadiglia con la cuffietta in testa, come in un giocattolo Fisher-Price.

Balla numero due: io, quel treno lì, in tutto il Triveneto, non l’ho mai visto e se voi l’avete visto mi dovete dire dove e io lo vado a fotografare, lo lucido con il pannetto di daino e poi lo voglio abbracciare con gli occhi umidi di commozione. Ma magari ce lo mostreranno meglio dopo e scopriremo che è la solita littorina le cui cappelliere ospitano un bagaglio delle dimensioni esatte della borsa di un medico di campagna del periodo coloniale. Ci ritorneremo.

A salutare Chiara ci sono due persone. La nonna (bella lei) e una ragazza che penso sia la sorella (di Chiara, non della nonna).

Questo è un regalo per te, così mi chiami!

Fa la vecchina, che ha corso tutto il tragitto dalla stazione al treno con il fragile braccino teso, per dare il pacchetto alla nipote. Ora, siccome, una volta tanto, nessuno è preso per fesso, l’hanno capito tutti che, se quel regalo è per Chiara e con quel regalo Chiara potrà chiamare la nonna, quel regalo non è una coppia di coppette da gelato unite dallo spago, bensì un cellulare. E siccome la scatola è Tim ed ha le dimensioni di una focaccia all’olio, possiamo tutti dedurre che si tratti di uno smartphone.

Grazie!

Esclama Chiara tutta emozionata.

Ma ecco intromettersi la sorella, che con il tono povera vecchia sbandata, che hai fatto, si lamenta

Nonna, ma le telefonate costano!

Ma santa pidocchia, sta povera anziana ha dato un mese di pensione per il telefono, cosa vai a sgridarla?

Scommetto che se ti regala la macchina però non glielo dici no, dai, restituiscila, che la benzina oggi stava a uno-sette-e-novantotto.

La nonna comunque se la fuma in dieci secondi enunciando un’offerta di Tim che a me non interessa quindi soprassiedo, ma che fa capire che c’è un po’ di credito in più che salta fuori da qualche parte.

Al che, contagiata dai sentimenti delicati della sorella, Chiara fa spallucce e, facendo chiaramente intendere che non potrebbe fregargliene di meno, delle tariffe, le fa:

E allora?

E allora adesso ti strappo il pacchetto di mano e lo butto sotto i binari così si maciulla, avrei detto io.
Ma la nonna, che è di qualità superiore, risponde che con il surplus deve chiamare lei, con un’attitudine fierce che, sommata all’abbigliamento e allo sguardo se non stavi già sul treno di davo pure due sculacciate, la elegge Regina dell’Universo Tutto.

Ormai in viaggio, Chiara scarta il regalo e ci trova, come sapevamo, una sberla di telefono che se vuoi fa anche da vassoio. Ma un passeggero abituale di Trenitalia non sta lì a guardare l’SIII, proprio no, anche perché “qualche anno fa” quel cellulare non esisteva (balla numero tre). Piuttosto, si indigna per la

balla numero quattro: non sembra esserci neanche un PIT, le molle dei sedili non saltano, i medesimi sono puliti e le finestrone non hanno la tipica patina incrostata di fangopioggia che ti fa credere di essere a bordo del Titanic per come è oggi.

Ad ogni modo, Chiara scende a Venezia-Santa Lucia e comincia ad attraversare ponti a caso in zone a caso. Capiamo presto che si è persa. Il che è assolutamente normale: quella maledetta città si ingarbuglia tutta e ti risputa con le ossa inumidite. Ma non è tanto il fatto che si perda, quanto che sembri un po’ persa di suo. Prima passeggia, poi guarda l’ora…

Oh mamamia!

Esclama d’un tratto, come se si fosse scordata che ha lasciato sul treno i due reni da consegnare all’ospedale SS. Giovanni e Paolo.

Poi, però, passeggia di nuovo, nell’ignavia più assoluta, passa davanti a un centro Tim, poi si ricorda ancora che era lì a far qualcosa… Un tipico delirio psicotico da Bianconiglio. Chiede l’informazione a un tizio che importuna una gondola a settecento metri da lei. Comodo e sensato.

«Vado bene per l’Università Ca’ Foscari?» (pubblicità, anyone?)
«Hai voglia di studiare?»
«Eccerto!» (non convintissima)
«Allora va bene.»
 

Lei a quel punto si arrende e cerca di ferirsi a morte picchiando sul muretto.

 

#lasciateperdere.

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Orsù, Bimbi, Tutti Qua: C’è Il Circo Giù In Città!

La telenovela della desolazione prosegue sublimando in assoluta scempiaggine, segno che i pubblicitari ingaggiati hanno definitivamente intrapreso la via dell’alcol.
Nasce così l’ultimo episodio, che noi tutti nell’universo conosciuto speriamo essere l’ultimo, ma mi sa tanto di no.

Sul canale di YouTube che è costretto ad ospitare la “band” lo spot viene descritto così:

«La nuova canzone finita, un’ospite a sorpresa e un finale romantico inaspettato.»

Essendo queste stentatissime frasi le linee guida fornite direttamente dagli stolti interessati, mi ci aggrapperò come un marinaio nella tempesta all’albero maestro, sperando di non annegare nel nero oceano della loro mediocrità.

Episodio VIII

Capitolo I
La nuova canzone finita

Ovvero «Paris Hilton in confronto è Aretha Franklin»

Alan, che senso ha che ve lo dica, parla. Ci dice che i sogni che inseguiamo a volte si avverano.
Io dico che, mentre scappavano da loro, i sogni non correvano abbastanza forte.

 Il pezzo che Marco, nell’episodio VII, desiderava comporre con tutte le sue lombricose forze è finalmente pronto, non si sa come.
Viene dapprima da chiedersi a chi l’abbiano rubato, dubbio che svanisce quando si sente la canzone: non l’hanno rubata a nessuno, si vede che è robaccia loro, un po’ la totalità della loro cultura – un rimestio di filastrocche da gioco interattivo Chicco e una sigla dei Pokémon.

Capitolo II
Un’ospite a sorpresa

Ovvero «Oh che grazioso, hanno portato un mulo! Ah, no.. è Valentina.»

Mentre i miracolati incidono il loro pezzo, avviene il repentino e inatteso peggioramento (inatteso perché, fino a quel momento, chi l’avrebbe mai detto che si sarebbe potuti cadere più in basso?). 
Vale a dire che una ragazza, con un bracciale che sembra il mazzo di chiavi arrugginite del giardiniere, è entrata indisturbata e ha messo le sue manacce sulla strumentazione e, con recitazione che se me lo domandavate io vi prestavo la mia gatta che è più dotata, dice «Ok, fermi un attimo». 
Ora, dopo aver a stento capito che non appartiene al genere Equus, apprendiamo che si tratta (ricordatevelo, non di un pony, ma:) di Valentina, proprio quella che aveva piantato senza un motivo palese (ma sicuramente logico, visto lo scaricato) quel triste elemento di Marco.
Entra come Wanda Osiris ed esclama artefatta: «manca ancora qualcosa (smorfia da redini, senza nitrito però)… Ricominciamo?»

Non smarritevi, la situazione è chiara: la carriera di Valentina come cantante è un fallimento schifoso, lei è sul lastrico e, invece di darsi all’ippica (ok, ok, questa era l’ultima battuta sui cavalli, promesso) ha deciso di attaccarsi come una sanguisuga alla band di quel poveretto che le muore dietro, così si autoinvita spudorata nella registrazione e inizia a cantare e -ma pensa te!- sa già le parole. Se andate a ritroso e fate la rassegna dei giocattoli/pupazzi parlanti che avevate all’asilo, scoprirete che, al 90%, fino ai cinque anni la sapevate anche voi.

Capitolo III
Un finale romantico inaspettato

Ovvero «Inaspettato è che non vi abbiano ancora inseguito tirandovi le pietre»

La band, che ormai vanta la presenza di cani e porci (o piuttosto ..no dai, avevo promesso: niente cavalli) grazie al metodo di assunzione “questa è la danza del serpente”, esce come un’orda di barbari infuriati urlando «Abbiamo il nostro pezzooo!» con un’isteria che imbarazza e spaventa.

Fiammetta corre ad avvinghiarsi ad Alan vaneggiando qualcosa su una presunta bellezza della loro canzoncina.
Lui, con una battuta ardita à la Happy Days riesce a baciarla con trasporto (diciamo così), mentre lei finge disperata attrazione fatale, ripetendo tra sé e sé «Coraggio, Fiammetta, finisce subito, poi vai a sciacquarti a casa con l’Amuchina»

Ci piace ricordarli così, nell’ultimo fermo immagine dello spot, ognuno con le sue tipiche pose.
Luca che salta nell’angolo, inutile e magro come se non gli dessero nemmeno i tozzi di pane; Marco che fa sempre facce ridicole in cerca di attenzioni, Alan che salta garrulo come un moccioso delle medie che ha vinto il torneo di Magic e Fiammetta che mostra le mutande.

Ringrazio la sempre attenta e presente Aladel per il link, smack*!

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Seconda Stalla A Destra / Questo E’ Il Cammino / Per Il Talento Che Non C’è

I Sostituti Del Trio Pagliacci Sadomaso

Carissimi amici, benvenuti al secondo appuntamento con la lettura del poema epico demente per eccellenza, di cui furono narrati i primi tre episodi non molto tempo fa.
Collaboratori associati hanno fatto pervenire la leggenda oscura secondo cui Fiammetta sarebbe davvero una tastierista ma non ho avuto il cuore di approfondire: volevo restare così, nella speranza disperata che non ci siano musicisti di formidabile talento a spasso per il mondo come ronin, mentre questa pestatasti senza la erre si spalma sui manifesti e viene reclutata con gioia dagli ormai purtroppo noti sostituti del Trio Pagliacci Sadomaso.


Episodio IV
Il Ratto Della Fiammetta

Alan non ha mai cessato di ciarlare in questo mese e mezzo in cui non ci siamo curati di lui, così ne approfitta per raccontarci quanto bene è iniziata la loro estate, ingenuamente convinto che ce ne importi qualcosa. La ragione di tanto ringalluzzimento è che Fiammetta si è aggiunta al gruppo, cosa che per un essere umano pensante dovrebbe essere motivo per esordire con «l’estate è cominciata proprio di schifo». Fiammetta che dorme su un plaid scozzese con una tunichetta da prima notte di nozze nella capanna del porcaro nel 1866 che non vi dico; i tristoni, dal canto loro, eccitatissimi di averla raccattata in deshabillé, si dicono «Ssshh, dorme!».
Se qualcuno non conoscesse il resto di questa orrenda saga, direbbe di aver visto un filmato in cui i Bambini Sperduti hanno stordito Wendy di cloroformio mentre stava dormendo nella sua stanza e se la sono portati via.

Il secondo motivo di tanti ebeti sorrisi consiste nel fatto che qualche non udente o qualche anima pia della parrocchia del Sacro Cuore ha deciso di farli suonare nel proprio locale.

Arrivati al luogo designato, l’inutile Luca, comare Alan e l’organista di Notre Dame in camicia da notte si accorgono che nello stesso locale suonerà Valentina che, se ben ricordate, è l’unica che ha dimostrato un po’ di buonsenso scappando in drift dopo averli sentiti “suonare” («Ma chi è, la conosco?!» L’hai vista ieri, Fiammetta, stàccati dalla bottiglia).

Beh, insomma, che problema c’è, siamo tra professionisti e persone adulte, mature, si suonerà e si affronterà l’imprevisto con dignità. E invece siamo nella Tim Band, perciò i tre scopritori dello scandalo impazziscono, starnazzano cozzando i crani in preda al panico e impediscono a Marco di avvicinarsi al locale, portandolo via con una scusa becera del tipo che non si esibiscono più «perché il proprietario dice che s’è sbagliato e c’è già un’altra band».

Ora, vabbè che sono patologicamente suscettibile, però io sarei andato al locale con la querela prestampata e il buonumore di un terminator a chiedere le mie dovutissime spiegazioni. Ma dimentico ancora che si parla della band più fiappa e scordata degli ultimi mille anni: Marco, il motivatore, quello che crede tanto del suo sogno, dopo una tiepida resistenza rimonta sul mezzo, docile come un agnello. Alan ci spiega che non importa, chiameranno altri locali (essì, ma ti pare, gli ingaggi al giorno d’oggi te li tirano dietro) ma attenti al motivo di tanta serenità: tanto chiamano a un centesimo verso proprio tutti-tutti!
Come se non contasse il fatto che probabilmente li manderanno a quel paese, ma proprio tutti-tutti, eh.

Episodio V
Sacrifici  E Duro Lavoro

Il menestrello dei brutti momenti ci racconta, con la vocetta un po’ malinconica un po’ speranzosa, che hanno rinunciato a un’esibizione in un “bellissimo locale” (un’altra birreria in mezzo al nulla, come si vede che tengono bassi gli standard) ma che tanto loro non si scoraggiano, hanno trovato la spiaggetta brulla dove fare gli sfaticati e aspettare ferragosto, visto che sono disoccupati tanto vale approfittarne.
Il motivatore un momento ci pensa, alla serata buttata nel water, presto rincuorato dal bassista che è convinto che ricapita di sicuro; Alan, con la camicia finemente sbottonata, deve metterci la sua filosofia da biscotto della fortuna  e aggiunge che una meraviglia come quella spiaggia non ricapiterà mai più nella vita. Se lo dici tu.
Da lì ricomincia a dilagare l’atteggiamento tipico delle anatre, Luca urla «Hai ragioneee!» mentre lo segue a ruota per farsi il bagno e Fiammetta, che è tanto lingimirante e son tre giorni che ha il costume sotto aspettando il momento buono, si libera della sua camiciola roteandola come un Centocelle Nightmare urlando «Daiii! Daiii!» Un bel momento di televisione.
Il motivatore non capisce più nulla, lancia inni all’estate fighissima che stanno trascorrendo e imita i compari.

Alan puntualizza che ehmbé, potrebbero essere anche tutti ammanettati a un albero all’Idroscalo, l’estate è bella perché c’è la loro stramaledetta Carta Vacanze.

Episodio  VI
Largo Ai Giovani

Cosa c’è di più fresco e giovane di quattro mosci che stanno seduti sulle pietre aguzze a cantare come scout congedati con disonore dai Lupetti? Un festival gotico, ad esempio.
C’è di buono che un mazzo di sterpi copre Alan e Fiammetta per qualche secondo.

Vi pregherei di guardare Luca, praticamente una bambola di pezza, potrebbe essere un cartonato e nessuno se ne accorgerebbe tanto riesce nell’inerzia. Non finge neanche di cantare, è buttato lì a deprimersi e ogni tanto apre e chiude la bocca, il minimo indispensabile. Se lo pagano come gli altri è un idolo.

Alan manda messaggini, «Troppo bella la Spagna, Alan!» ma cosa fa, se li scrive da solo? Eri malato quando insegnavano la punteggiatura alle elementari? Mi piacerebbe sapere su che basi questo genio trovi bella la Spagna, considerato che hanno seguito il corso delle acque di scolo fino a quella spiaggia e per il resto ci ha provato con Fiammetta Mozart. In proposito, farei notare come, inaspettatamente, lei gliela consegni su un piatto d’argento e sfoderi le sue fila di denti appuntiti ammiccando «Sento che andremo lontano..» Ora, questo imbecille, che ha tentato in tutti i modi di, diciamo di entrare nelle sue grazie, non capisce assolutamente, non coglie: «allora attivo subito Carta Vacanze Europa!».

Ah sì, vedrai che lontano che vai.

Episodio VII
Perdere Di Vista L’Obiettivo

Con una sfacciataggine scandalosa, Alan ci dà lezioni di vita sui sogni, spiegandoci che quelli veri non vanno in vacanza. Ecco, bravo, non come voi che non avete fatto una mazza di niente da quando vi siete caricati Fiammetta.
In questo episodio si imbucano letteralmente in una festa hippie di surfisti senza onde, tutti con la tavola in mano senza niente da fare. Marco arriva urlando «ragazzi, c’è anche la chitarra!» (guardate come lo dice, non ci crede neanche lui di averne una); Alan, che è uomo di mondo, sa che per farsi ben volere si deve essere divertenti e buttare da bere, così, sfoderando la battuta divertentissima sul fatto che sono arrivate anche le casse si presenta con le bottigliette. Per fortuna sono in Spagna e non li capisce nessuno.

Fiammetta si è integrata perfettamente nella comune e balla felice senza staccarsi un attimo dal cellulare mentre gli altri si apprestano a suonare con strumenti che beh, voi finora li avevate visti? Ad ogni modo, la canzone è sempre quella solo suonata a djambè e con corale drammaticità.

In balìa della più profonda sindrome di Stoccolma, Fiammetta guarda Marco ed esclama «è sempre bella! [sottinteso: anche dopo la centocinquantaduesima volta]», ma lui è in pieno momento creativo: «sì ma è ora di cambiare, voglio scrivere un pezzo nuovo!» Senti un momento, tu col berrettino ridicolo, l’hai mica scritta tu, no? Hai preso una canzone a Bocelli e nella tua cameretta l’hai storpiazzata con la tua chitarrina finché hai convinto altri due disperati a unirsi a te in questo circo itinerante del plagio e ora ci sputi su perché basta, che noia, bisogna fare un pezzo nuovo? Ti aspetto al varco, voglio proprio vedere che hit mi tiri fuori.

Quando Fiammetta arriva a chiedere se qualcuno le mette la crema Marco a momenti si sloga un braccio (vedo che proprio non ha superato l’abbandono di Valentina), solo che Alan ne sa pure due più del diavolo e lo prende spudoratamente in giro, dicendogli che deve scrivere il pezzo.
Marco non capisce di essere preso per i fondelli e ride di quelle risate false e sguaiate che riescono a renderlo ancora più odioso. Complimenti, eh, non era facile.

Non ho trovato lo spot in cui arriva un messaggio di Valentina a Fiammetta dicendo che devono parlare, è un peccato. Mi sarebbe piaciuto sapere come abbia avuto il suo numero.
Personalmente, credo che gliel’abbia dato Alan in un disegno criminoso per allontanare la sua preda da Marco, salvo poi non filarsela di striscio per essere troppo impegnato a mandarsi sms da solo.

Appendice
Gli approfondimenti

Nel rubatissimo (=falsità a palate) backstage, Luca è una creatura parlante che sfotte Fiammetta con tutta la voce che ha in corpo, lei è ancora più stordita di quanto sembrasse e si esprime a pittogrammi rudimentali per manifestare le proprie esigenze primarie, Alan è esattamente lo stesso saccente che sfodera frasette senza mordente prive di contenuti.

Forse non era il caso di metterlo su YouTube a consolidare empie certezze,dico per dire.

Ps. Io con questa vi saluto e mi prendo un’assolutamente necessaria in vacanza; non ho preso la targa del furgoncino della Tim Band, so che se lo vedessi parcheggiato da qualche parte soffrirei di lotte interiori, cercando di resistere alla tentazione di bucargli tutte e quattro le gomme.

Ritorno a settembre; se vorrete scrivermi per segnalazioni o per qualunque altro motivo, la mia mail l’avete ed io sono sempre a disposizione.
Qualsiasi cosa farete nel frattempo, siate felici!
Un abbraccio e grazie a tutti,
j.

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Tim – La Trilogia

Da quando ha infestato il nostro Paese con i telefonini per tutti, la Tim ha spesso usato la trovata di creare delle storie a puntate che si sviluppano spot dopo spot; idea che sarebbe anche interessante, se non fosse per il contenuto delle storie, sempre insipide, sempre brutte, sempre peggio.

L’ultima telenovela da mezzo soldo è quella di tre sedicenti musicisti che devono raggiungere chissà quale PalaLottomatica per suonare chissà quale ottima musica.
Di seguito, i tre episodi finora propinati di questa inutile saga post-adolescenziale.

Episodio I
Il Tastierista Rinsavito

I tre hanno il bisogno di star fermi in mezzo alle strade sterrate per contemplare la campagna, di modo che possano sbriciolarci addosso i loro pensierini da seconda elementare.
Vi prego, guardate come ce li presentano.

«Come comincia questa storia? Beh [come si schermisce, è l’artista umile], da un sogno, il sogno di farcela insieme».
Per prima cosa, nessuno, ma proprio nessuno, ti ha chiesto come comincia la vostra traversata della provincia per raggiungere un bar per motari.
Ma, visto che insiste, continua a raccontarci lo sviluppo di questa robetta stravista dei ragazzi che vogliono avere successo nello showbiz, quello che negli ultimi anni vogliono farci credere l’unico sogno disponibile, poveri illusi.

Quello che non riesce a tenere la boccaccia chiusa è Alan, il batterista che con trenta gradi all’ombra c’ha lo sciarpone e la felpa con la zip, Alan che guarda i compagni sorridendo raggiante come un papà guarda i suoi figli (ritengo opportuno un test delle urine). Alan che ci tiene a presentarci Luca, il bassista solitario che deve provare nelle radure; non mi stupirei se ululasse, nelle notti di luna piena.
Poi c’è Marco, il nostro Pete Doherty col cappelluccio delle grandi occasioni, che si siede sui sassi a fingere di suonare. E’ il trascinatore, lui, mica uno qualsiasi, così determinato a farcela che si accorge che forse non è il caso di raccogliere margherite e prendere zecche, se li aspettano al locale; per i suoi accordi fasulli, trae ispirazione fissando sbavoso la foto di una tizia nuda che l’ha piantato di recente.

Infine, il mio personaggio preferito, il tastierista: uno che ha detto loro: «Andate avanti, che poi vi raggiungo» e non s’è fatto mai più vedere, tirando pacco con un sms.
Ciò causa nel povero vocalist una fastidiosa sindrome dell’abbandono moderatamente isterica, per cui si lagna di essere mollato da tutti.
Meglio ancora, chiama il pub per lamentarsi anche un po’ con loro, dicendo che il tastierista li ha lasciati in mezzo a una strada, come se avesse succhiato la benzina con la cannuccia per lasciarli a secco.

Risponde una misteriosa bionda, che ci fanno vedere solo di spalle o da inquadrature malandrine, in modo da incollarci alla saga per vedere quanto valga la pena cercare le sue foto in internet.
La ragazza, per curiosa coincidenza, "con le tastiere ci sa fare".

Con rinnovato entusiasmo, i tre rientrano nel trabiccolo e speculano su come sarà, la signorina. Il professionale trascinatore dichiara che l’importante è il talento, lo strafatto in sciarpa non vede l’ora di metterle le mani addosso.
Innovativi più che mai, iniziano a cantare Con Te Partirò, una canzone che non piaceva neanche a Bocelli mentre la cantava [1].

No, bello, eh, che esordio promettente.

Episodio II
Può una ragazza essere bella e talentuosa nello stesso tempo?
Certo che sì! Ma non è questo il caso.

Il successivo, triste episodio si apre con i nostri eroi che arrivano al “pub”. In realtà è un capanno per gli attrezzi gigante o un punto di ristoro per i guardiani dello zoo, non c’è altra spiegazione per cui una casetta di legno stia sopra una collina in campagna in mezzo al nulla.
Alla band non interessano questi dettagli, devono vedere la nuova tastierista; Alan, che non ha mai conosciuto una donna, sta praticamente per avere un infarto e farfuglia profezie per cui sente dalle viscere che quella che si ritrovano davanti è la ragazza che cercano. Vedi te, cretino, ci avete parlato al telefono, l’altra è dietro il banco perciò è la barista, per il resto c’è solo lei là dentro.

Qui inizia ad avvertirsi il potere empio dello squallore: come se all’improvviso fosse partita You Can Leave Yor Hat On di Joe Cocker, la bionda -sempre di spalle- si scioglie i capelli e scuote la chioma dorata, poi, fingendo di non averli visti e di non aver preparato questa scenetta patetica di chi è in cerca di attenzioni, si volta di scatto e dice:
«Siete voi?»
«Sì, siamo noi, sei tu?»
«Sì.»

Ma che cavolo di dialogo è? Io sono io, voi siete voi, noi siamo noi? E se la ragazza stesse aspettando anche il Trio Pagliacci Sadomaso? Siete sempre voi?

Si continua con le presentazioni:

«Ben arrivati, io sono Fiammetta»
«Ah, Fiammetta, ecco perché sento caldo!»

No, deficiente, senti caldo perché è maggio e tu hai la sciarpa di lana e la felpa di vellutino. Mentre tutti gli altri nella stanza alzano gli occhi al cielo e si vergognano, Fiammetta è onoratissima da questa battuta e ridacchia, che amarezza. In tal proposito, fanciulla cara, sei senza dubbio molto carina, ma non sei la più sexy dell’universo, quando sorridi a volte sembri uno squalo tigre e ti atteggi un po’; ti suggerisco di osservare i manifesti pubblicitari che ti ritraggono affissi nelle città, per farti un’idea: ti sembra il caso di fare sempre quello sguardo da porca vogliosa? Magari sei anche una ragazza perbene, ma se continui ad imbarazzare così non ci crede più nessuno.. Scendi dal cubo, su su, da brava, ecco, è tutto finito.

La sera, il pub è stracolmo di gente che assiste cantando e scatenandosi all’irresistibile ritmo di Con Te Partirò, sembra un raduno scout nella baita.
In tutto questo, prima di gasare Fiammetta con le luci della ribalta, nessuno le ha chiesto di provare le tastiere: siccome è bella, è assunta. Ma forse avrebbero dovuto, perché è chiaro che saperci fare con le tastiere non è uguale a saperci fare con i tastieristi, così dobbiamo tutti assistere all’assalto fisico da parte della ragazza (ricurva come una strega sul calderone, che portamento) ai tasti, pestati e graffiati con le unghie. Ho capito subito chi è il suo modello ispiratore, Olive di Little Miss Sunshine (andate al segmento 1:56-2:00, ditemi se non è lei!).
Oh: e canta al microfono con una voce maschile, com’è poliedrica.
La splendida performance termina con un suo sguardo assatanato rivolto ad Alan, che ormai è talmente abbindolato da innalzare telepatici calici al suo inesistente talento musicale.

Episodio III
Come Cambiano I Sogni

In questo appuntamento della saga si riprende la recita dell’asilo, in qualità di sottofondo per i petulanti pensierini di Alan. Tutti hanno in odio Fiammetta –scientificamente corretto- ma per me lui è ancora peggio, perché parla per frasi fatte e luoghi comuni, credendosi sto grande poeta del nuovo millennio. Com’è bello far parte di qualcosa, com’è bella la Tim Tribù (ancora?! Ma hai trent’anni, che te ne fai della Tim Tribù?), avrò Messenger e Facebook sempre con me, bella lì.

Stridula come una gallina col proprio uovo in gola, Fiammetta urla complimenti al trascinatore depresso, ma si rabbuia subito perché, nonostante il rimestio di boccoli, non viene calcolata di striscio; Marco ha visto la sua ex, sì, quella della foto nuda, che ha assistito al suo show e scappa giustamente schifata, sgommando su una Cinquecento.
Ed io che credevo che il binomio morettina indecisa e confusa – strimpellatore sfigatello e innamorato avesse raggiunto l’apoteosi con I Cesaroni.

Fiammetta ci tiene a sapere chi sia, questa Valentina che le ruba la scena. Alan le risponde che per saperlo deve entrare nella band, all’insegna del: “Provarci sempre e comunque”.

Caro Alan, visto che erano parole tue: te lo ricordi, vero, che questo è il sogno di farcela insieme, non quello di fartela tu?


[1] Questa è di Houston, che ringrazio.

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I Figli So' Pezzi 'E Alice

Alice Home Tv mette in scena una famiglia astrusa con problemi esistenziali, uno spin-off di un film di Almodóvar. Non tanto per i genitori che sollevano appena appena il livello della recitazione sopra il livello del mare; Elena Sofia Ricci non disturba e ci mette il suo, Diego Abatantuono è un attore e su questo non ci piove.
Se dobbiamo parlare del ruolo da loro interpretato, è un discorso a parte.
Lui è considerato cretino da ogni singolo componente della famiglia e in effetti non assimila mai nulla di ciò che gli viene spiegato. Lei  è in vestito da sera pronta per il gran ballo o gira per casa con cesti di biancheria sporca, non c’è via di mezzo. Come modello genitoriale sono un totale fallimento, felici solo se i figli sono inchiodati con la carta moschicida in soggiorno a guardare più film che possono, orgogliosi come se fossero finalisti alle olimpiadi di matematica.

Il problema reale in effetti sono proprio i figli, maledettamente mal assortiti, geneticamente impossibili da imparentare, pieni di complessi seriamente trascurati. Ma conosciamoli meglio:

Il primogenito: Quasimodo de’ noantri, sempre piegato e avvelenato, pieno di tic; recitazione spocchiosa come se gli avessero appena consegnato la targa di successore ufficiale di Carmelo Bene, perenne espressione ironico – sarcastica di chi considera il mondo sotto le scarpe, per poi rivelarsi un apatico prolungamento del divano che ha come unica compagnia un povero cane che non vorrebbe essere lì.

La figlia di mezzo: attrice pessima, un vuoto a perdere; è un personaggio complicato con rilevanti disturbi che la portano a credersi Lolita, per cui persino quando gioca a calcetto col papà (non ho trovato il video, meritava davvero) sculetta, tenta mosse provocanti e parla lasciva come se dall’altra parte dello schermo ci fosse qualcuno che paga cinque euro al minuto. Ogni sua frase sulle offerte Alice è una smorfia di Alizee nel suo momento peggiore, ammesso che ce ne sia mai stato uno in quel baratro francofono senza vergogna.
Per i componenti della famiglia è perfettamente normale che tenti di sedurre tutto, dalle piantane alle cornici dei quadri. Come fidanzato,si sceglie uno che fino alla settimana prima andava per traghetti a provarci con le turiste straniere sgranocchiando Tronky, immaginatevi il soggetto.

La figlia minore: va fermata prima che si rovini del tutto. Attaccata ai soldi e venale come un vecchio banchiere, pretende 300 euro per un film già pagato; tutti si toccano le tasche per darle tutto quello che hanno e si strabiliano per l’inaspettata spesa, senza domandarsi se non sia il caso di toglierle tutte le Bratz, di schiodarla da quel divano e portarla a rieducare in qualche collegio di suore spietate.

Nel complesso, i tre rifuggono ogni autorità genitoriale, sono coalizzati nel deridere il padre con grasse risate e frecciatine umilianti ogni volta che apre bocca, copiano le ricerche dai siti Internet e se ne vantano, si nutrono solo di popcorn.
In definitiva, una famiglia costruita interamente su dati Istat.

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