MasterSchif – La Sfida

MasterChef, per chi non lo sapesse, è una lunga ed estenuante gara di cucina a puntate, dove i concorrenti vengono giudicati da tre individui. Nella versione italiana, si tratta di:

  • Carlo Cracco, chef, assai quotato ma tendente al delirio di onnipotenza;
  • Bruno Barbieri, sempre chef, secondo me più bravo del precedente e dall’ego in apparenza meno napoleonico;
  • Joe Bastianich, che non è uno chef, ma un imprenditore che si destreggia con successo tra ristoranti e vini.

Questi hanno l’incarico di ingiuriare i partecipanti, fingere di infuriarsi per ogni stupidata e buttare nella spazzatura i piatti che non trovano di loro gusto, che è un trittico della diseducazione sociale e alimentare che non mi fa apprezzare molto il programma.

Quello che però è interessante, dei tre personaggi, è scoprire quanto si siano dati all’advertising senza pensare alle conseguenze. In soldoni: chi è il giudice di Masterchef che si è venduto peggio nelle pubblicità italiane?

Confrontiamoli con MasterSchif, la gara in cui assegniamo le prestigiose Stelle in base a criteri come la svendita, la faccia tosta e la disponibilità a cedere pezzi di dignità.

Bruno Barbieri

Barbieri sta seduto in un giardino interno come non l’aveva neanche Frida Kahlo, parlando dei suoi esordi sulle navi da crociera minacciate dalla mancanza di ingredienti freschi, lasciando intendere che in crociera la nave viaggi per mesi senza approdare e allora l’unica cosa fresca sono i pomodorini in scatola. Poi pesca con le dita un datterino giallo direttamente dal barattolo e se lo ingoia, il che di principio fa orrore, ma siamo efficacemente distratti dalla camicia con quelle stampe 3D che se incroci gli occhi vedi l’immagine in rilevo. Che poi, a proposito, è vero o è una leggenda che si vedono le immaginette? Io non ci ho mai visto niente. Qui vedo tristezza, ma non so se conta.

Giudizio finale:
stars2.12
Mangiare i pomodorini dal barattolo è stato un sacrificio affrontato con grande coraggio, ma stare seduti a parlare di sé senza spagliacciarsi è giocare troppo sul sicuro. Apprezziamo la camicia e lo pseudo-intimismo, ma MasterSchif non è mica la Guida Michelin, qui la vittoria bisogna sudarsela.

Joe Bastianich 

Una signora sta cucinando per i fatti suoi senza che nessuno le dia uno straccio di mano, e Joe spunta inatteso alle sue spalle.

«Basta!»

«Bastianich!»

Già qui una padellata rovente piena di soffritto in faccia ci stava, ma lei rimane ad ascoltare, arretrando debolmente, forse verso il salvavita Beghelli.

«Sempre i soliti piatti: routine uno, fantadzia zero!»

«Eh vabbé, che vuoi?»

Risponde molto giustamente lei, un modo ancora troppo gentile per rivolgersi a chi ti è entrato in casa arrampicandosi sulla grondaia e che a ogni parola viola sempre più il tuo spazio personale.

Lui la spinge verso il frigo, ma letteralmente, e lei protende le mani e mantiene contatto visivo, ha capito di essere davanti a uno con problemi psichiatrici.

«Vado…»

Si vede la paura proprio. Guarda nel frigo alla disperata ricerca di una mannaia, ma ci sono solo verdure che giacciono inermi senza contenitore sui ripiani e una sfoglia Buitoni, così improvvisa una quiche, nella speranza che lui non l’ammazzi.

Joe fa battute sulle uova che se sono freschi allora dove sono le galine, una cosa miserrima, poi contesta l’abbinamento di due verdure mentre lei, seccatissima ma ancora in vena di assecondarlo, sta effettivamente preparando una roba inquietante: con le uova ha fatto un pastone che si gelifica al contatto con sti pezzoni di pomodoro, ricoperti da asparagi adagiati lì come fiori al Dia de los Muertos, una pirofila/incudine che Bastianich si chiede se tiene la sfoglia, io mi chiedo se tenga il pavimento.

Assaggiata la fantadziosa pietanza, Bastianich si autoinvita per il giorno dopo. Sì, perché dimenticavo di dirvi che gli hanno apparecchiato, finanche, sta cenando con tutti perché dovete sapere che la famiglia della donna era in casa tutto il tempo dell’effrazione, ma giustamente, chi ci entra in cucina! La signora accetta di ritrovarselo tra i piedi anche in futuro, a patto che cucini lui, completamente dimentica del fatto che non sia un cuoco.

bastianichgif

Va ricordato che, al lancio dello spot, in tv girava una versione diversa del finale, in cui Joe sosteneva che la sfoglia Buitoni fosse meglio di quella che fa sua madre. Essendo sua madre Lidia Bastianich, una chef  di alto livello, lo avrà giustamente minacciato di querela e di morte, inducendo tutti ad accorciare il tiro prima che lo allungasse lei.

Giudizio finale:
stars4
La giuria è rimasta incantata da questo spot ammazza dignità e dall’atteggiamento inutilmente aggressivo, ma è un po’ delusa dal fatto che Joe si sia rimangiato la sparata che la Buitoni cucina meglio di sua mamma.

Carlo Cracco

Ecco, così ci piace: i violoncelli drammatici, Cracco che chiude gli occhi in ascesi compositiva.

«Alici con pepe rosa»

Lo tenta la voce fuori campo.
I pescetti ballano come i moci di Topolino in Fantasia.

«Di più…»

Protesta Cracco.

«Caviale di limone!»

Rilancia la voce, mentre un frutto pretenzioso si unisce alla coreografia che si distingue da quelle di Amici solo per il fatto che le alici non si sono ancora tolte la maglietta.

«Di più, di più!»

Cracco non è convinto al cento per cento, ma sentir nominare il caviale di agrumi gli fa già ondeggiare la testa in piena trance gastronomica.

«Alghe croccanti!»

La voce fa un altro tentativo, mentre un cespo di insalata riccia da busta prelavata esplode, bombardato da altro pepe rosa.

«Ancora di più!»

Sentenzia Cracco, facendo il gesto dei soldi. Che è epicamente freudiano, pensate, lui che dice no, per il cachet questo non basta, bisogna andare oltre.

cracchino

La voce tenta il tutto per tutto con un’assurdità:

«Rustica San Carlo!»

La prossima parola sarebbe stata Kinder Fette al Latte, ma ci siamo fermati prima, perché Cracco è soddisfattissimo della proposta.

«Rustica San Carlo in cucina?! Ci siamo!»

Sono d’accordo, ci siamo: peggio di così non si può scendere.

Gli ingredienti si siedono sulla sfoglia dorata con espedienti di regia da film di Michael Bay, ma qui non ci sarà Megan Fox vestita come Fujiko Mine, ci sarà solo Cracco ad avvicinare un piattino per gnomi con su questo obbrobrio fesso, a dire

«Perché in cucina ci vuole audacia!»

per poi avventarsi sull’insieme, che scrocchietta di qua e di là.

Ci sono tanti altri video in cui lui si diletta in composizioni simili, usando le pinzette per sistemare ingredienti di dimensioni microbiche in cima a puree di cavolo nero e altre cose che sembrano tutte vomito Sith.

Giudizio finale:
stars5
Non ci sono parole per descrivere la magistrale assenza di pudore. Lo spot è impeccabile nella sua sfacciataggine; il modo in cui Cracco ci convince che davvero userebbe patatine unte per creare i suoi sfiziosi intrugli ha conquistato la giuria, estasiata dalla voce tenace nella baggianaggine e dal pollice ed indice sfregati come ci si aspetterebbe da uno dei Gemelli DiVersi.
Determinante per la vittoria, l’autoironia dell simpatico claim: San Carlo. Il buon gusto italiano.

…Perché era uno scherzo, no?

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Fiat Anniversarium!

I

 

Che ti abbiamo fatto, Fiat? Perché non ci vuoi bene? Bastava dirlo, che gli aiuti di Stato non erano abbastanza, invece di cambiare famiglia e lasciarci qui a essere protagonisti delle tue campagne pubblicitarie destinate a tutti i continenti!

Vedi, noi italiani non siamo sempre stimati in giro per il mondo, un po’ perché ce lo meritiamo ma un po’ anche no, così mi chiedevo quanto fosse necessaria la formulazione dell’ultimo spot della 500X.


So cosa stai per dirmi, che fai pubblicità alla bellissima Pitigliano. Ma non mostri i suoi tanti siti archeologici, le mura, le fontane, i palazzi, se non di sguincio… C’è una veduta da lontano che è stupenda e inconfondibile e quant’altro, ma non fare la furbetta, Fiat, a te serviva per dare l’idea del paesetto italiano sperduto e arretrato, altrimenti poi non avresti mostrato come prima cosa IL BUCATO. E c’è il maschio italiano che è un signore attempato coi capelli arruffati e la vestaglia di leopardo! Di leopardo, Fiat! E i mobili truzzi d’oro e la moglie mora, ricciolona e accaldata. Eddai.
L’uomo va prendere il Viagra – e questa è una delle cose più tristi e senza fantasia che si potevano immaginare, eppure tu hai deciso di rappresentarci così, con questo umorismo da Colorado Café. La pillola blu, contenuta in uno di quei barattolini tipicamente statunitensi, manca la bocca dell’uomo, forse perché lui la lancia all’indietro come una moneta nella fontana di Trevi, e io vorrei che esprimesse il desiderio di essere vestito meglio, quantomeno, eppure ci tocca seguire il destino di un farmaco che si fa tutti i tetti, prende la campana e sfiora un prete, perché dobbiamo sottolineare che imperversiamo simpatici e maliziosi in questa terra di timorati di Dio, siamo la freschezza nel vecchio, attraversiamo anche l’Ape, questo simpatico veicolo da italiani, entriamo in una fontana (e poi mi lamentavo che non facevate vedere le fontane, che ingratitudine) becchiamo un calice di bollicine e voilà, dritti dritti dentro il serbatoio di una 500, che si irrobustisce e diventa una 500X.

E le donne di ogni età che fanno “uhh”, “ooh”, tu mi puoi dire che te le sei inventate e volevi fare la peperina, ma la Coca-Cola queste scempiaggini ha smesso di farle da quindici anni, dopo averle inventate trent’anni fa, non fa fare più “uhh” e “prrr” alle donne, te lo giuro. Magari era una specie di omaggio alla Volpina di Amarcord, chissà, ma in quel caso giova ricordare che la poveretta non stava a posto con la testa ed è facile che vivesse per strada.
E non credere che non abbia notato la vecchietta spazzare con la scopa di saggina tra l’asfalto e le erbacce al distributore: un giorno mi dovrai dire perché.

Sai, Fiat, possiamo pure far credere al grande pubblico che questo spot sia creativo e divertente, non è difficile con la confezione giusta, e tu ce l’hai. Ma alla fine, se riusciamo a non lasciarci emozionare dall’Ape carica di oleandri venefici, il senso spiccio dello spot è che tu, Fiat, hai fatto con la 500 quello che il Viagra fa ai vasi sanguigni di un pene. Cioè, capisci, messa così è brutta forte.

A questo punto, Fiat, perché nel prossimo spot non fai cadere un po’ di Imodium nelle tue auto, così magari Altroconsumo ritira la class action contro di te per consumi superiori a quelli dichiarati?

 

II

Oggi il mio blog graficamente inadeguato compie sette anni! E allora mi sono detto, giacché ogni anno cerco il premio più brutto e indesiderabile, perché non offrirne uno che sia, come ogni anno, brutto e inutile, ma che stavolta vada a tutti quelli che hanno auto la pietà di seguirmi finora?

Così ho deciso di dirvi chi sono – e credo sia il miglior premio triste e deludente a cui potessi pensare.

Mi chiamo Giada.  Voilà, è stato facile (il fatto che sia un mese che c’ho lo stomaco intorcinato è puramente casuale). Ho preparato qualche paroletta nel caso foste curiosi – e potete stare tranquilli che i post futuri di questo blog non includeranno alcun tipo di promozione. Ci siamo conosciuti per ridere delle pubblicità e dei telefilm e qui continueremo a fare quello.

Ringrazio le sei persone a cui, in questi anni, ho detto chi sono. Oggi sono per me amiche e amici nel senso proprio del termine. Qualcuno era stupito, qualcuno per nulla, ma nessuno se l’è presa ed è stato un sollievo vedere che hanno capito come l’identità fosse l’unico dettaglio effettivamente celato.

Direi che è tutto. Lo so che il premio di quest’anno non è arrivato nella busta gialla e triste come negli altri anni, ma spero che vada bene lo stesso.

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Il supereroe

Bisogna parlare dell’uomo Conad e dei vari spot che lo vedono protagonista.
Lo so cosa state per dire: noi non vogliamo sapere niente dell’uomo Conad! È giallastro e malevolo! Avete ragione, amici miei. Ma sento che se non ne parlassi salteremmo colpevolmente una pietra biliare dello spot italiano, nel senso che prima ce ne liberiamo, meno ci roviniamo la salute.
Il primo spot risale al 2013. Sopportiamolo insieme.

L’uomo Conad si chiama così perché è un supereroe. Veramente! Guardatelo come è preoccupato per le sorti dell’umanità, non riesce a prendere sonno, neanche se si impegna. Allora decide che, se non riposa lui, neanche la moglie può, così le picchietta il dito sulla testa finché non si sveglia – e lei nono gli dà neanche mezza gomitata.

«Amore, c’è un problema.»

Mentre rabbrividiamo di suspense, scopriamo che la moglie è un monumento all’insicurezza patologica: anziché assicurarsi che il problema non sia, che so, di salute, chiede subito se il problema è tra di loro. Lei è ancora mezza addormentata ma già aveva in canna il timore che lui la volesse lasciare. Cominciamo bene.
A quella domanda lui nega, peraltro con una espressione che sembra dire “ma che c’entri tu, che vuoi?!” veramente simpatica.

«Il problema è tra la gente. Devo andare!»

Con questa frase da supereroe del comune sotto i 1500 abitanti, l’uomo Conad lascia l’appartamento e attraversa la città di notte, allo scopo non di assassinare estranei, come tutti ormai ci aspettiamo, bensì per fare il supereroe! Guardiamolo entrare al supermercato e accendere il generatore al plutonio, così può vedere meglio di cosa va riempiendosi il carrello, spiato dalle telecamere che renderanno tutto più facile al processo per furto.
Dopo di che, contemplato il malloppo con soddisfazione, lascia tutte le luminarie accese e se ne va, pronto a tornarsene a lettuccio. Diciamo che emerge come il problema non sia tanto tra la gente, quanto nella sua psiche. Ma quando si è supereroi subentra la fragilità, lo sanno tutti.

Saranno cambiate le cose, un anno dopo?

No.

Si esordisce con il mai abbastanza sfruttato “Allora vieni a letto?”, che è una frase che dovrebbe essere incenerita insieme a “Tuo padre è un ladro? No perché le stelle…” e quelle cose lì.
Ma soprassediamo, perché il dialogo è molto importante. Il nostro protagonista siede nel semibuio della cucina con lo sguardo dimesso e dice che stava pensando. Ma se ve la racconto così ve la nobilito, dovete guardarlo, e dovete osservare la moglie che fa

«Ad un’altra donna?!»

in un modo che viene da premerle la faccia in un mazzo di ortiche. E certo che pensa a un’altra donna, l’hai preceduto di un attimo perché stava giusto per dirtelo come si fa in questi casi. Sai cara stavo pensando a un’altra. Vabbé. Mi passi il sale?
Ma noi è dal 2013 che sappiamo che questa donna è malata di insicurezza e qualsiasi cosa le dica il marito è sicuro che c’ha un’altra.

Va detto che la recitazione è altissima: la signora passa tutti gli stadi del Telegatto: incredulità, sgomento, paresi, disprezzo.

no need of you, Anna Magnani

E va pure detto che lui questi stadi se li merita tutti, perché un entusiasmo esagerato e immotivato me lo aspetto e lo apprezzo dalla Melevisione, non da questo triste individuo vestito da patologia al fegato, che risponde:

«A milioni di donne!»

Oh. Mi sa che sono stato affrettato nel giudicarlo. Come si fa a dormire, infatti, se si pensa a tutte quelle povere studentesse rapite in Nigeria di cui non va più di moda parlare, o a quelle poverine in Paesi arretrati come India, Pakistan, Afghanistan o, il cielo ce ne scampi, in Italia? Come si fa a dormire, ma davvero! Io chiedo scusa per essere sempre così prevenuto, ascoltiamo il signore.
Dicevamo, egli (che, non so se ve l’ho detto, è un supereroe! Sul serio!) pensa alle donne. E ha deciso che per loro ci sono prodotti che costeranno meno.

«Pasta, caffè…»

Se il declino concettuale intrapreso non fosse abbastanza evidente, i creatori vigliacchi fanno dire a lei “farina”, come se fosse un’idea sua, prima che concluda lui con “latte”. Ma è giusto eh, alle donne servono queste cose, devono fare il pane. Lui non lo dice, perché è umile, ma nel ricco paniere delle offerte che molto misericordiosamente offre, ci sono anche la pummarola, il sapone per lavare i piatti a mano uno ad uno insieme ai coltelli insanguinati del marito tornato dalla caccia e altre cose che, ci tengo a ribadirlo, servono alle donne in primis, cioè i corn flakes, i bastoncini di merluzzo e la carta per il gabinetto. Laudato sii, Conad Man!

«Non è una bella idea?»

Chiede lui scodinzolando prima di infilarsi sotto le coperte in tinta col viso.
La moglie, invece di ricordargli con un pugno che le donne non sono universalmente considerate macchine sfornavitto ormai da qualche decennio, che è inutile fare i fighi con la farina che già non costa niente e che il problema è dare accessibilità a beni di prima necessità che servano a tutti, senza scomodare la baggianata della massaia addolorata, gli dà corda! Bravissimo, bravissimo, sai anche cosa? Stasera te la do! Ma signora, ma davvero? Ma Lei c’ha gli standard più bassi di un’asticella all’ultima manche dei Mondiali di limbo, se lo lasci dire.

Si intensificano, peraltro, le molte ombre su come quei prodotti raggiungano poi la sua tavola in particolare, giacché l’uomo Conad, in merito, non dà mai risposte chiare.

Quando la moglie gli chiede se voglia un po’ di carne, fa lo splendido e dice ci penso io!

«La nostra carne è più buona, è controllata e costa meno!»

…che non vuol dire niente: che sia più buona è una tua opinione, che sia controllata lo spero bene, che costi meno non ho dubbi perché mi sembri il tipo che si aggira fischiettando verso il reparto macelleria, prima di agguantare un petto di pollo e ficcarselo nella tasca del grembiule.

La stessa cosa accade con le verdure.

«A quanto le vendete, le verdure?»

Si informa la moglie.

«A un prezzo affettuoso!»

Risponde prontamente lui. E questo per sottintendere che si prende una treccia di pomodori soleggiati, una cassa di melanzane e sei cocomeri e affettuosamente se li carica sul Doblò, sfondando la saracinesca del carico/scarico mentre esce a tutto gas.

A questo punto, so cosa state per chiedermi: va bene che l’Uomo Conad è un supereroe, ma che potere ha?
Ha un potere fantastico: può dire ovvietà come se fossero esternazioni di rilievo; può dire che abbassa i prezzi di quattro cose per fare un favore alle donne senza che nessuno contesti l’opportunità delle sue parole e soprattutto senza che nessuno noti che uno da solo non decide proprio niente; si autoproclama salvatore universale e non solo la moglie non si stufa delle sue inutili manie di grandezza, ha pure paura che la lasci lui. Ce ne sono tanti con lo stesso potere di comportarsi male senza che qualcuno si scomponga. Accade in politica, nell’industria, quasi certamente anche nell’ufficio dove lavorate. E se state pensando che i Conad Men siano proprio un bello schifo di supereroe, avete ragione. Ma un modo di sconfiggerli c’è: non pensare più da vecchi italiani.

O lanciargli una dozzina di uova marce quando esce dal Conad. Anche quello va bene.

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Addio mia concubina (e scusa)

Vi è piaciuto il finale di stagione di Game of Thrones? A me nemmeno un po’ (sono uno dei pochi, me ne rendo conto), ma mi sono consolato scrivendo questo post. Come sempre, vi ricordo che ci sono gli spoiler di tutto l’episodio.

Episodio 4×10

Titolo: The Children
Titolo più onesto: Continuano a morire i personaggi sbagliati

Dopo la consueta breve sigla, durante la quale si riesce appena appena a cuocere un plumcake e a farlo raffreddare, siamo subito ammorbati dalla presenza funerea di Jon Snow. Infatti, proprio come anticipato nello scorso episodio, Jon mette in atto il suo piano terrificante e va dal re dei Bruti, ostentando mani alzate come un negoziatore in uno di quei film in cui c’è un pazzo che tiene gli ostaggi in banca per ore e poi chiede un elicottero, banconote non segnate e una pizza grande già tagliata a spicchi. A Jon viene offerto un bicchiere di latte corretto con cherosene, prima di cominciare a discutere di cose serie. In soldoni: il capo indiano davanti a lui non si vuole arrendere, anzi, ha quattrocento uomini di scorta che prima o poi in cima al castelletto ci arrivano, quindi chiede direttamente il tunnel. Jon glielo vuole dare, forse no: non dipende da lui, nel senso che l’attore fa sempre le stesse facce e più di tanto non si capiscono i suoi sentimenti.
All’improvviso, però, qualcuno viene a disturbare quella che finora era una simpatica merenda: un’armata a noleggio, in formazione che neanche nel nuoto sincronizzato, arriva sui cavalli bianchi come la neve e ammazza tonnellate di Bruti.
Time out, dice il capo indiano, stiamo andando male. E, non so perché, ma tutti obbediscono e si fermano, anche quelli che non lo potevano sentire. Ma chi è il vile assalitore? Chi volete che sia, quell’inutile di Stannis, affiancato da un mortificatissimo ser Davos che su al Nord non ci voleva nemmeno venire. Jon, come suo solito, dimostra di non capire niente, ma ci mette una buona parola per Toro Irritato.

Nel geneticamente confuso regno dei Lannister, nel frattempo, Ser Gregor, affettuosamente detto il Montagna, è in pessima forma, e giace privo di sensi nel laboratorio. Oberyn l’ha conciato male prima di scoppiare come un gavettone di vernice. Qui si insinua addirittura che avesse intinto l’arma in un veleno potentissimo. Frate Indovino ce la mette tutta per salvare il Montagna: lo pungola, lo tagliuzza, ma niente. Interviene uno scienziato pazzo, subito sulla stessa lunghezza d’onda di Cersei, il quale pugnala la Montagna di qua e di là come il mago con l’assistente, solo che non c’è la scatola.
«Però forse non torna come prima, eh!» ammonisce lo scienziato, mentre distilla il sangue di ser Gregor in un fustino di birra.
Si intuiva, Maestro, si intuiva.
Dopo aver assistito a un’operazione chirurgica bislacca ma pur sempre più credibile di quelle di Grey’s Anatomy, Cersei ha la carica di ottimismo giusta per andare da suo padre a lagnarsi. Non vuole sposare ser Loras e per giunta dice che farebbe di tutto per proteggere il figlio, specialmente ammazzarlo con le sue stesse mani. Al padre, capite, non importa niente, e allora Cersei minaccia: «Guarda che dico a tutti che io e mio fratello facciamo le cosacce.» E Tywin cade dalle nuvole, non l’aveva mica capito! Cersei lo lascia a marinare nello sgomento e va a dare la lieta novella a Jaime: «L’ho detto a papà!» Jaime la prende su quello che sicuramente è un altare tutto da sconsacrare. Che menti pure servono a concepire una trama così, che menti purissime.

Tuffiamoci adesso nel multietnico mondo di Khaleesi, appena in tempo per una frizzante processione di postulanti. Un re magio si lamenta della sua nuova libertà, facendo gentilmente notare di essere diventato un barbone.
«Beh, vai alla Caritas.»
«Mi derubano, guarda grazie ma preferisco tornarmene schiavo.»
«Ok, ma solo con contratto a progetto.»
Il suddito successivo è un poverello che tiene in mano le ossa della sua bambina, arrostita da uno degli stupidi draghi di Khaleesi, il quale non si trova più. La regina allora porta i due rimanenti nelle catacombe e li mette alla catena, giusto per evitare che continuino a scambiare infanti per pecorelle. Quando se ne va, è investita dalle urla dei draghi, che non possono credere di essere stati legati così. Ora, il mio draghese è scolastico, ma penso che dicessero più o meno: «E che cavolo mamma, noi non abbiamo fatto niente, è stato lui e punisci noi?» E hanno ragione, indubbiamente. Ma Khaleesi non è mai stata molto in sé, non so se l’avevate notato.

Alla barriera si bruciano i morti e Melisandre sta in mezzo. Dove c’è un fuoco c’è Melisandre. Il che in fondo è normale, se consideriamo che sotto quelle mantelle è sempre nuda.
Jon organizza un funerale a Ygritte appartato e low cost, e io queste scene alla barriera e dintorni le avrei saltate a piè pari, ma lo sforzo dell’attore di farsi il pianto è imperdibile e va ricordato da qui in poi per tutte le generazioni future.

I bambini sperduti, nel frattempo, raggiungono casualmente la loro meta: Bran, con le sue sopracciglia in morbido velluto, è il primo a vedere Nonna Salice. Io mi sono perso e non so perché siano lì, ma il tutto mi ricorda vagamente Kung Fu Panda.
Inaspettatamente, dei brutti scheletracci emergono dalla terra e agguantano i malcapitati. Bran entra in connessione wireless con Hodor e ammazza morti a destra e a sinistra, ma sono comunque in grande difficoltà. Jojen viene ucciso e anche la sorella se la passa male. Ma ecco arrivare una bambina molto sporca che sa tirare palle di fuoco (sono sempre più confuso) che porta i superstiti in una grotta di radici e scheletri (questi stanno fermi però). Ad attenderli, un simpatico anziano.
«Sei il corvo con tre occhi?»
«Sì, guarda, chiamami come vuoi. Brandon, tu ti sei smazzato un sacco per arrivare qui, ma è tardi.»
«Posso tornare a camminare?»
«No. Volare va bene lo stesso?»
Non so voi, ma a me sa tanto di truffa.

Intanto, negli Abruzzi, Podrick ha perso i cavalli e Lady Brienne si astiene dall’ucciderlo e parte alla ricerca dei ronzini perduti. E chi trova la signora? Il Mastino e la giovane psicopatica. Prima, per la verità, c’è solo Arya, che Brienne scambia ingenuamente per una bimba mentalmente stabile. «Buondì bella bimba, che graziosa sei, difficile essere una femminuccia e tirar di spada, ah? Non me ne parlare!» Al che arriva il Mastino e Brienne capisce finalmente che ha davanti la bambina che doveva proteggere e che questa si sta dimostrando dannatamente antipatica. Fossi in te mi mangerei il panino che le hai portato da parte del fornaio, Brienne. Segue una lotta tra paesaggio aridi, con pestaggio a favore di Brienne. Rimasta sola con il Mastino morente, Arya si rifiuta di finirlo e gli ruba i soldini.

Jaime vuole salvare il fratello Tyrion da morte certa. «Passa di qui!» gli dice, indicandogli una scala a chiocciola; ma l’uomo, invece di spicciarsi e obbedire, finisce in qualche modo nella stanza da letto del padre, dove, bella spaparanzata, se ne sta quella brutta traditrice di Shae. Tyrion non ci vede più e la strangola a mani nude, che non è proprio da lui e a me sembra di vedere Fuoco cammina con me una seconda volta, cosa che avrei proprio preferito evitare.
Dopo essersi scusato col cadavere, Tyrion acchiappa una balestra e raggiunge il papà, che sta seduto al gabinetto. Fa un discorso molto bello e intenso, ma ripeto, siamo alla toilette e non c’è l’atmosfera adatta, così Tyrion uccide il padre e raggiunge Varys. Quest’ultimo lo mette in una scatoletta piena di buchi come si fa con un lemure destinato allo zoo e fa per andarsene, poi pensa ma chi me lo fa fare di starmene in questa gabbia di matti, io che in fondo come unico tocco di originalità tengo un pedofilo vivo in una bara da trentacinque anni, e si imbarca pure lui.

Arya, più inquietante che mai, arriva a un porticciolo dove una barca sta per salpare.
«Devo andare a Nord», dice al capitano della nave.
«Intanto si saluta, brutta cafona.» Le risponde il capitano. «Secondo, questo è il traghetto per Corfù e abbiamo finito le cabine.»
«No, pensaci bene» dice Arya allungando il gettone di partito.
«Assessore, non avevo idea» fa il capitano, e le permette di salire così da portarla dove desideri.
L’episodio termina nel modo più banale e noioso di sempre, la barca che salpa e la ragazzina col vento e il sole in faccia verso la sua meta avventurosa.
La parte più triste di tutte è che, nell’ora che è durato questo obbrobrio, un plumcake avrei potuto farlo veramente.

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Salvate il soldato Sam

Oggi parliamo di grandi strategie di guerra. Unica regola: se non avete ancora visto l’episodio 4×09 di Game of Thrones e ne avete intenzione, fermatevi qui perché sto per spoilerare tutto.

Episodio 4×09

Titolo: The Watchers on the Wall
Titolo più onesto: In caso di guerra organizzarsi meglio

Piena depressione alla Barriera, più del solito. Si parla di femmine. Sento aria di pacco. Sam vuole conoscere l’amore carnale per procura e cerca cavilli per conoscerlo direttamente: “sul codice etico c’è scritto che non posso sposarmi né avere figli, ma per resto posso fare un po’ tutto, no?” Mi ricorda Bill Clinton nel ’98.
Seguono lezioni in materia offerte dalla psicologa e sessuologa di Cioè Gianna Neve. Ora che Sam sa che fare il bagno nella Coca Cola non fa da contraccettivo, possiamo forse provare a proteggere seriamente anche sta benedetta Barriera.

I Bruti, nel frattempo, si intrattengono in un delizioso picnic, dove si scambiano gli immancabili racconti intorno al fuoco. E su cosa vertono, questi racconti? Beh sul sesso, naturalmente. Con orsi o con John Snow, comunque è sempre coinvolta molta pelliccia. Qualcuno sputa a terra. La peggiore riunione dei Lupetti sin dalla fondazione degli Scout, se me lo chiedete.

Com’è spumeggiante questo episodio, non si può spiegare.

Intanto, il Maestro Aemon, il vecchiarello cieco per intenderci, narra a Sam la sua giovinezza, in particolare, te pareva, che una volta anche lui era stato innamorato, e sospira:
«Potremmo passare tutta la notte a ricordare gli amori perduti!»
Eh, l’avevo intuito.

Ma la battaglia deve pur iniziare, no? La tensione sale di molto quando Sam dice la sua prima parolaccia. Poi si sente il suono del corno e il gufo-camera dei Bruti rivela che bisogna smettere di rosicchiare rostelle e andare ad assaltare il Castelletto della Mestizia. In proposito, la difesa del castello si sta organizzando un po’ in stile Medioevo, un po’ in stile Pirati dei Caraibi, ma il succo è che hanno meno olio loro del panellaro Nicolino in piazza Matteotti a Mazara. Ma sono comunque tutti ottimisti. Non serve che ve lo dica io, finora non sta succedendo un granché.
C’è un bel discorso tra Sam e Gilly, in compenso, e lei gli dice «Promettimi che non morirai!» che in gameofthronese significa: «Vabbè, è stato bello, addio.»

Tornando alle grandi strategie militari della Barriera, si scopre che il collega di Sam non ha mai usato un’arma in vita sua. Ma che cavolo fate dalla mattina alla sera in quel posto, a parte deprimervi? Me lo dovete dire.

Forse arriva l’azione, però: Ygritte è tornata dalla ricognizione e dice che i Corvi sono quasi tutti in alto! E pensa, amica mia, che quelli sono un po’ tutti i Corvi esistenti.E poi arrivano i Mammut, i Mammut! San Piero Angela, sembra Quark! Comincio ad essere interessato.

Abbiamo la conferma definitiva che i Corvi sono dei grandissimi incompetenti.
«Hai colpito qualcuno?»
«No.»
Direi che moriranno tutti stasera, ma siccome non stanno simpatici a nessuno mi sa che non è affatto scontato.

Siamo a metà della guerra e comincia a sbrodolarsi sangue, ma, cosa più importante, si rivedono quei bellissimi Mammut.

«Nessuna discipilina, nessun ordine» si lamentano su alla Barriera. E non stanno parlando di loro stessi, ci credete?!

C’è il primo impalato della serata, qualche carotide esposta, un occhio infilzato. Segue lotta con il pentolame. I Bruti sono di ottimo umore. Da un Mammut scende un gigante e ciò ci fa capire che non è Quark, ma Voyager. Ora si spiega l’aria di pacco che tirava all’inizio.
Si dà il via all’operazione: Almeno salviamo il cancello. Il bambino ascensorista è troppo traumatizzato per dare retta a qualcuno. Jon Snow, io lo so che giocare a Risiko tutti i pomeriggi in quell’oratorio per uomini desolati ti ha fatto immaginare di sapere qualcosa di strategia, ma se continuate così rimane solo il cancello.

Ygritte, che dice di voler uccidere Jon ma noi sappiamo che non è vero, finalmente lo scorge e si esibisce in una capriola inutile ma molto, molto bella a vedersi. Brava Ygritte, dopo i Mammut sei la mia preferita quest’oggi. E infatti quello stupido ascensorista bambino la fa fuori in un colpo solo. Avevo appena finito di pensare che mi piaceva, ma come fa signor Martin? A questo punto tentiamo il tutto per tutto: MI PIACE TANTISSIMO STANNIS.

I Corvi hanno vinto. I capelli di Jon Snow non sono mai stati così spenti e opachi.
Si rivolge a Sam.
«Apri il cancello per farmi uscire e richiudilo una volta che sono fuori.»
È il principio dei cancelli, Jon, mo’ che hai vinto per combinazione non dare ordini inutili a destra e a manca. E soprattutto, ora che te ne vai con in testa il peggior piano mai sentito, promettici che non morirai.

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Una Montagna di divertimenti

Che l’abbiate già visto oppure dobbiate ancora gettarvi nella demoralizzazione, ho pensato che lo scorso episodio di Game of Thrones andasse affiancato da del supporto psicologico, quindi eccomi qua con una delle mie recensioni arbitrarie, imprecise e confuse.
Premetto che l’andamento dell’episodio è la fotocopia della partita Italia-Australia agli ottavi di finale dei Mondiali del 2006: non si fa una mazza per quasi tutto il tempo, poi alla fine c’è il recuperone finale con il rigore concesso grazie alle furberie di uno che in sostanza si chiama Grosso.
Ho saltato solo le parti che proprio non potevo sopportare di vedere di nuovo. Come sempre, aspettatevi spoilerissimi: se non avete ancora visto l’ottavo episodio della quarta stagione, smettete di leggere!
Se prima volete invece rileggervi le recensioni precedenti su GOT, le trovate qui.

Episodio 4×08

Titolo: The Mountain and the Viper
Titolo più onesto: Quanto vi piace Oberyn? Tanto, vero? Ecco, salutatelo che tra poco non vi vede più.

L’episodio s’apre con una gara di rutti in cui le signorine stanno vincendo. La ragazza madre svampitella, messa da Sam al sicuro in un postaccio malfamato, ode un verso tipo cucù e lo riconosce subito, sono i Bruti! Si nasconde dietro una tenda e viene trovata da Ygritte, che è buona le fa shhh da sotto la doccia di sangue. Non è che il momento trasudi tensione, però: alla svampitella non importa niente di niente, si è nascosta lì per non essere disturbata, mica per altro, e l’infante rubicondo è sereno come nessun altro la sarà più, specialmente dopo la fine dell’episodio.

Al villaggio vacanze Khaleesi, nel frattempo, c’è il pienone e gli ospiti del resort si fanno il bagno nudi, scena necessaria perché in Game of Thrones, lo ricordiamo, la regola è alternare un po’ tutti i generi di spade e foderi. Ci sono le ripetizioni di lingua inglese, ma con un altro nome, e anche delle utili lezioni di anatomia umana, in cui Khaleesi e la sua damigella Missandei si interrogano sull’evirazione, in particolare su che fine facciano “la colonna e le pietre”. Sì perché quello tra Missandei e il capo degli Immacolati è un amore contrastato dall’evirazione:
«Mi dispiace che ti abbiano evirato.» Dice Missandei al suo amato.
«Perché ti dispiace?»
Ma allora è immacolato veramente, santa creatura.
Al Khaleesi Village, però, arriva una mail, che doveva essere finita nello spam, poiché contiene il perdono per Ser Jorah da parte di Robert Baratheon, che era due re fa. Si scopre che Ser Jorah, interpretato, lo ricordiamo, da un sempre intenso Sebastiano Somma, era una spia al soldo dei Lannister. Lui è molto triste, perché questo azzera del tutto le sue probabilità di visitare gli appartamenti privati della regina dopo le ventitrè. Lei lo caccia con una formula da reality standard: «PRENDI LE TUE COSE! Hai un’ora di tempo per fare la valigia e salutare i tuoi compagni, la tua avventura finisce qui» e lui se ne va in groppa a un pony verso Un caso di coscienza 6.

Segue un momento intimo e familiare tra Lord Bolton e Ramsay detto Lo Psicopatico. Una noia mortale, mortale. Vuoi vedere che questi crepano per ultimi? Succede sempre così. Più sono barbosi più campano in ‘sta storia maledetta. Ad ogni modo, tra i due avviene un dialogo.
«Dimmi cosa vedi.»
«La campagna.»
«Guarda meglio.»
«Mah, non so, c’è umido, tristezza, ossessione per il Nord… La Padania, direi.»
«Dai, guarda meglio.»
«Niente.»
E insomma è un omaggio a Il piccolo Lord, tutto questo sarà tuo, ho fatto il riconoscimento di paternità dal notaio, squilibratello de papà.

Poi c’è Arya e il training da serial killer. Si parla di sentimenti: la bimba è un po’ delusa, non ha provato quella gioia nell’uccidere l’ultima vittima, altre volte si era divertita di più. Non perdere la motivazione, Arya, persevera.
Il Mastino vuole venderla alla zia, Lady Arryn, ma la zia è morta caduta da quel buco sicuramente non a norma attraverso cui gettava i rifiuti. Nessuno, a parte Sansa, sa che è stato Lord Baelish perché non ne poteva più di sentirla lagnare. Arya ride.

Nel frattempo, proprio nel lugubre castello della zia, Sansa, che poco prima aveva inventato tutta una storia per cui la zia si era gettata da sola, sembra aver capito che per restare viva deve cavalcare l’onda delle fantasie disturbate di Lord Baelish, che la ama in quanto riflesso minorenne della madre defunta – non vedo l’ora di vedere le bomboniere che scelgono. Per rimarcare il concetto, proprio mentre Lord Baelish insegna al piccolo, odioso Robin Arryn i rudimenti per stare al mondo con il giusto tocco di depravazione, Sansa si palesa a lui con un cambio d’abito che la porta di diritto nell’Olimpo delle Cattive Disney, nel ruolo di Yzma.

 

sansisma

 

Ma passiamo ora all’anticamera della fine, una tremenda chiacchierata sui minorati mentali tra Jaime e Tyrion Lannister, nella prigione dove quest’ultimo attende la chiamata per assistere al singolar tenzone. Non mi sono mai annoiato tanto dai tempi di Diritto Fallimentare. I due ricordano le sventure di un parente che appena nato è caduto dalle braccia della balia (complimenti signora) e ha quindi passato gli anni a venire nella più totale demenza a schiacciare insetti con le pietre, per poi morire per un calcio al petto da parte di un mulo. E Tyrion soffriva tanto per i poveri insetti, ma niente, il parente era troppo grosso per lui. Io ho capito la metafora dell’insignificante, l’impotenza del piccolo di fronte all’ingiustizia del grande sulle minuzie popolari, ma a un certo punto ho sperato che lo stesso mulo calciasse me per porre fine alle mie sofferenze.

Attenzione! Finalmente, dopo quarantacinque minuti di tutte le baggianaggini che vi ho elencato, arriva il momento tanto atteso: la giostra con il morto. Oberyn tracanna vino per farsi coraggio, che è un po’ come bere prima di mettersi alla guida e Tyrion è giustamente preoccupato: mettiti almeno un elmo, gli dice, ma quello non ci pensa neanche a mettersi il casco, anzi assicura che oggi non morirà. Ricordati tra poco di queste parole, Oberyn, ricordatele bene. La sua simpatica compagna indo-britannica non è convinta, specialmente dopo aver visto quanto grande è l’avversario. Ed è veramente enorme, la Montagna, ci si aspetta che la sera rincasi in cima a una pianta di fagioli.
Oberyn fa un po’ di manovre da giocoliere da piazzetta per scaldare il pubblico. Per favore, Oberyn, concentrati, non sei Adelina Sotnikova alle Olimpiadi Invernali. Nonostante questo sfoggio di inutile twirling, Oberyn sembra pure avere la meglio. Ma, poi, siccome ha sta fissa di vendicarsi, non finisce il contendente subito, vuole farlo confessare. E ciò, amici cari, è la sua fine. Con tutti i legamenti recisi, il Montagna si alza, si avventa sull’esotico avversario e gli fa scoppiare la testa pressando tanto tanto tanto sui bulbi oculari. Ah, le giostre! La povera compagna di Oberyn lancia un urlo che avrei lanciato pure io anche solo per lo schifo, Tyrion è attonito e sconsolato perché presto morirà, mentre Cersei, soddisfatta del lavoro della Montagna, sorride diabolica e si appresta a fargli l’altra metà del bonifico.

tragedia

Quarantacinque minuti e diciotto secondi di inutile noia per sette minuti di sconcertante orrore.

Parte la chiusa e noi scorgiamo, come ultima istantanea beffarda, un mostro dal volto deformato di dolore e sgomento trai titoli di coda. Ci avviciniamo, cercando di capire che intento di regia ci sia, dietro a questa trasparente maschera. E poi guardiamo meglio e scopriamo che quel volto è il nostro, riflesso sullo schermo.

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La Grande Pochezza

Ah, il gusto del brutto. L’imperialismo della pochezza. Non è un’arte semplice, sapete. Servono smarrimento, incapacità, scarso amore per la propria nazione. Ma se si possiedono tutti questi doni insieme, o si diventa deputati o si gira uno spot per Rio Mare.

Kevin Costner si è trasferito ad Amalfi. Certo, non sarà molto logico, ma almeno è confortante, perché se non altro ciò ci garantisce che non sia impegnato in un terribile film d’amore in cui uno dei tue si ammala di brutto o naufraga con la barchetta.
La notizia è stata così ben celata che lo sanno tutti. E, naturalmente, provoca una crisi ormonale inguardabile fra tre tizie che non riescono a contenersi un alcun modo. Ed infatti, perché la pochezza imperi, ci vuole innanzitutto un totale abbandono della dignità. Queste tre andranno benissimo, ché le donne sono portate alle sceneggiate.

«Ragazzeee! Sapete chi abita al faro?»

Dice una con uno sguardo pericoloso.

«Potremmo dargli il benvenuto!»

Propone un’altra, con l’aria spiccia di una che queste cose abitualmente le fa.
E io penso che se fossero uomini e al faro ci fosse Scarlett Johansson, un dialogo del genere non sarebbe accettabile, non tanto per le parole in sé, quanto per i toni da assatanate e l’atteggiamento da malavitose. Ma sono donne, ah simpatiche donne col vestitello da casalinga sciatta, che male possono fare? Sono come i gattini che cercano di cavarti gli occhi: le tieni a bada facilmente, ma sono tanto tenere quando ci provano!
E loro, in effetti, si incamminano proprio con l’intenzione di provarci. E giungono al faro. Al faro! Che faro?, chiederete voi curiosissimi. In effetti uno spot che parla di Amalfi è una bella vetrina, quindi è interessante sapere di che meraviglie si pregia, senza contare che per la ripresa economica un po’ di turismo interno farebbe al caso nostro. Ehm, a questo proposito. Non c’è nessun faro. C’è la Torre Saracena che è bellissima. Però non è che siamo gente che ama il Paese, siamo quelli che vedono Christian De Sica pattinare sul ghiaccio in Cadore e sottintendere di essere in Val Gardena, non abbiamo lealtà verso noi stessi. Ma andiamo avanti che dobbiamo compiere la nostra attività preferita: compiacere gli americani.

Kevin, che stava tagliando in quattro un pomodoro, apre la porta senza chiedere chi è. E ha sul viso tanto illuminante che comincio davvero a sospettare che si tratti di Scarlett Johansson.
Dall’altra parte loro, le pazze, con un’enorme cesta di limoni. Ma che se ne deve fare di tutti questi limoni, saranno tre chili, volete tirarglieli per tramortirlo? Non ci vorrà molto, comunque, giacché Kevin appare abbastanza tramortito di suo. Non le ha mai incontrate prima, sono visibilmente agitate e sotto quella cesta ci sta un Kalashnikov comodo comodo, ma prego, entrate. Anzi, già che ci siamo:

«Mangiate con me?»

«Sììì»

esclamano loro in una scena inedita di Nymphomaniac.

Li ritroviamo a una tavola imbandita di desolazione, circondati da ciuffi di basilico, quattro grissini sparuti, pomodorini a grappolo, lattine di tonno, una pianta in vaso di ceramica (ma perché?!) e quella dannata cesta di limoni che impedisce il contatto visivo. Un pranzo di delizia, in cui Costner si atteggia a chef ma in realtà toglie il tonno dalla scatola e lo mette sull’insalata ed è finita lì.
Passiamo alle domande originali, su, che qui se no mi si alza il livello.

«Come mai in Italia?»

«Perché avete una grande cucina e un grande tonno.»

Il primo motivo per venire in Italia, annotiamocelo, è la cucina. Ed è vero, peraltro: tra un po’ non avremo neanche i monumenti, per come li trattiamo, ci rimangono giusto giusto il cibo e i diffusissimi mandolini.
Il secondo motivo è il mio preferito: il pinna gialla, un tonno dell’Atlantico, di qualità immensamente scarsa ma travestito da tonno pregiato, che spesso viene pescato con metodi che minacciano l’ecosistema marino. Soffermiamoci un momento a gustare la squisitezza dell’intera metafora con il nostro Paese.

«Ah, Rio Mare, così… buonissimo.»

Beh ma io mi inchino, che spot, che copione. Perché dire “che buono” come traduzione di “so good” pareva brutto, “buono” non è abbastanza, è così buono da sfasciare la grammatica! Nulla si potrebbe aggiungere per migliorare questa frase così perfettissima, forse solo un rutto.

Ed ora, un po’ di giochi di prestigio. Compare un vasetto colmo d’acqua al centro del tavolo e Kevin lo arricchisce con una rosa apparsa con altrettanto mistero. Mi aspettavo anche una mitragliata di carte francesi uscirgli dal polsino della camicia, peccato.
La portavoce del gruppo, anziché dire giustamente «Io me ne vado», esclama:

«Che tenero!»

ed era prevedibile, perché serviva disperatamente uno spazio per la gag del tonno così tenero che si taglia con un grissino e all’uopo lui brandisce appunto una stecca di pane di sessanta centimetri, che manda le signore in brodo di giuggiole finché la regia pietosa ci regala per l’ultima volta il panorama di un faro inesistente.

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