L’era del Mugnaio Blanco – Parte I

Ah, Mulino Bianco.. Quanto devo a questo farinoso brand, che dà il nome al mio url!
Come posso celebrarlo, se non mostrandovi quanto orrendaamente insensata sia la loro nuova campagna all’insegna di Antonio Banderas? Infatti, eccoci qua.

Lo spot che inaugura l’attuazione di questa pessima idea dura un minuto, un lungometraggio per il quale dovete smettere di fare quello che state facendo, che se no non si capisce bene.

Due bambini giocano nel grano, ma attenzione, non è Io non ho paura di Salvatores, è il Mulino Bianco, perché sono bambini ricchi: non giocano a nascondino con la miseria, questi qua, hanno il modellino d’aereo telecomandato che fa il fracasso di uno sciame di mosche sulla carcassa di una zebra.

I due si trascinano e si incitano pateticamente a vicenda, gobbi e sgraziati come troll: vieni qui, sì adesso vieni tu qui, bro! Oh cielo, un mulino! Dai, entriamo a rompere i Baiocchi alla gente che lavora!

Superando ingranaggi che nemmeno il Big Ben e improbabili lavoratori stagionali in camiciole di lino, i ragazzetti ficcanaso salgono le scale, con il fine di riprendersi sto aeromodello perduto. Il che, chiariamolo subito, è una bufalata stratosferica, perché il mulino ha le finestre doppio blindo, oscurate e chiuse; ci hanno messo mezz’ora per raggiungerlo a piedi, come fa il giocattolo ad arrivare nelle mani del mugnaio? Il bambino più sgamato fa anche la faccia giusta per l’occasione, quella smorfia lì che vedete, ma poi, senza un briciolo di istinto di conservazione, si addentrano entrambi in questa specie di covo-trappola, perché il tenebroso mugnaio dice loro, con un sospettoso accento: «venite, vi faccio vedere cosa ho fatto io!»

Seriamente, creature sante, vi pare il caso di seguire un tizio in quello che potrebbe benissimo essere un laboratorio di anfetamine? Questo qui non ci sta con la testa, peraltro: ha tirato fuori i Tarallucci da un pacco e li ha messi su una teglia fingendo di averli fatti lui. Con questo sistema, se mi aspettate cinque minuti, ritorno, che ho un’infornata di M&M’s.

«I miei Tarallucci, ancora più buoni da inzuppare!»

Ora, per quanto possiamo stupircene, quei biscotti di margarina e segatura hanno un appeal sconcertante sui due, che li impugnano come dobloni di un relitto spagnolo. E questo è niente, amici miei, perché deve ancora arrivare il momento più deprimente in assoluto: la degustazione.

«Vera pastafrolla» dice uno, sollevando il biscotto con lo sguardo di chi sta valutando l’acquisto di una cantina di Brunello di Montalcino. Poi osserva, l’esperto: «perfetti nel latte!» e ficca una mano intera nella tazza che il mugnaio gli ha preparato.

Ma figlio mio, non l’hai visto Gli Aristogatti?!

«Bravo» fa il mugnaio, non si sa bene perché. Poi si rivolge all’altro: «e tu?» (sottinteso: non hai ancora perso i sensi?)

«Ma che buoni signor mugnaio, ma come li fa?» esclama il piccino, estasiato.
No ma tu, piuttosto, come fai a non aver mai visto un Taralluccio nella tua vita?

Il mugnaio sa perfettamente di averli in pugno, ma è svitato forte, capite, così chiama Rosita, la sua gallina, che sta seduta su una poltrona. E quando lei emette un suono, lui risponde: «con le uova fresche!».
E certo che non ha senso, non venite a dirlo a me.

Al che, il bambino risponde con un tristissimo: «Rosita, sei troppo avanti!»

In proposito, mio dolce, ingenuo pubblicitario, son dieci anni che i bambini non dicono “troppo avanti”. Ammesso che l’abbiano mai fatto davvero.

Lo spot si chiude con i due fanciulli che tornano a casa facendo svolazzare l’aereo, senza che si sappia nulla su quello che è accaduto in quel malfamato mulino in cui tutti lavorano in nero alle dipendenze di un uomo completamente svanito. Nessuno sembra essere andato a controllare cosa succeda in quel postaccio, il che è inaudito se considerate che ci sono almeno quattro valenti motivi per madarci le forze dell’ordine, fosse solo in visita.

1. Questo ha per unica amica una gallina

..che lo guarda con un risentimento tale, che secondo me una di queste notti gli cava gli occhi. Meritano davvero uno sguardo attento le espressioni di Rosita: se riuscite a non farvi distrarre dai vaneggiamenti sul vapore ed il riso di Banderas, vi godrete delle facce di commiserazione sdegnata, tra il “poraccio” e il “lasciami in pace, cretino”.

2.  Nel mulino si svolgono nebbiose presentazioni in stile Avon

..in cui il bell’Antonio fa una propaganda smisurata ai Flauti e le mamme se lo spogliano con gli occhi; specialmente quella alla sua destra, che addenta la merendina nel modo più evocativo possibile e annuisce stupidamente ad ogni ingrediente citato.
I figli, dal canto loro, hanno quell’entusiasmo esagerato da stadio nei confronti dei Flauti offerti. Solo il bambino asiatico sembra aver capito che da quella gita non può venir fuori niente di buono.

«Buonissima la semplicità» dice una creatura appena svezzata, che non ha idea del suo nome, figuriamoci dell’astrazione concettuale della semplicità. Ma tutti ridono, ah ah, sti bambini. Ma per piacere.

3. Il mulino manca di ogni regola di igiene

Spiegatemi cosa spinge due ragazze ad attraversare un campo di grano con lo scooter, all’alba.
Siamo in ritardo, cerchiamo di farci perdonare da papà, dicono. E quindi fate una deviazione che vi porterà a casa due ore ancora dopo. No, ma siete intelligenti.

Tanto intelligenti che una di loro puccia il dito sporco di chissà cosa nella crema da farcitura. Mentre a me è venuto un infarto, a Banderas è venuta una faccia che non si può descrivere, si può solo guardare e usare come spunto di meditazione.

La perla, però, giunge nel finale. Il mugnaio, dopo un commento muto ma eloquente sulle due, si guarda intorno, tuffa il cornetto nella crema e lo addenta sbavoso, mentre briciole infime cadono dentro la cioccolata con la quale farcirà il resto dei cornetti che stanno cercando di venderci.

4. Il mugnaio è chiaramente integrato nel substrato criminale nazionale

«Tanto non mi vede nessuno!»



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Andrew, how… Parte II

Benvenuti alla seconda parte del documento scientificamente irrilevante sul comportamento sconclusionato di Andrew Howe quando si relaziona alle merendine.
Se vi siete persi la prima parte (sciagurati) la trovate qui.
La buona notizia è che la piccola persecutrice a molla scompare, non sappiamo se perché affidata ad un centro di recupero e smaltimento o perché ha trovato una preda più recettiva.
La cattiva notizia è che anche i nuovi spot sono intollerabili. Ma, come dico sempre in questi casi, più lavoro per me.

Cercheremo inoltre di trovare una risposta ponderata alla domanda: sarà stato mica lui?
Lo so che detta così non si capisce niente, ma dovrebbe diventare tutto più chiaro al termine di questa ricerca. O forse no, ho dormito tre ore la notte scorsa.

Il nuovo scorcio della quotidianità inconsapevole di Andrew ci scaraventa (tenetevi forte perché c’è fantasia in gemme) nientemeno che in latteria. Siamo chiaramente nel mondo dei sogni, giacché il nostro eroe cammina nel centro storico di Celestopoli, il sole splende, per la strada si aggira controvento addirittura l’uomo dei palloncini.
Ora, noi vorremmo prolungare questo momento StreetView e cercare il Bianconiglio per dirgli che è arrivata l’ora legale e quindi è ancora più tardi, ma siamo ormai moralmente obbligati a seguire Howe per accertarci che non gli succeda niente di male nel tragitto tra casa sua e quella della nonna.

Dev’essere una vita intricata e dolorosa come un cespuglio di rovi, quella del buon Andrew, che trotta bel bello fino alla latteria senza che un solo pensiero scalfisca quella mente sgombera. Il solo contatto visivo con la scritta “ALIMENTARI LATTERIA”, tuttavia, è ampiamente sufficiente a creare un breve scompiglio interiore: «mi è venuta un po’ di fame».
Il turbamento, per fortuna, dura il tempo di un’auto-assoluzione, in quanto Andrew consulta l’orologino digitale e si dà una pacca sulla spalla con paterna comprensione: e ti credo che c’hai fame gioia mia, sei tutto il giorno che te ne vai ronzando come un’apina in primavera.

E’ dunque il momento del teletrasporto, perché vi ricordo che siamo in un mondo magico: noi non sbattiamo neanche le palpebre o la testa sul tavolo che lui è già dentro, come un ninja delle Olimpiadi. E che cosa vorrà acquistare,  in un alimentari latteria? Quelle ciambellazze fuori misura, un filoncino di grano tenero?
No. Il Kinder Bueno.
Non so voi, ma io un po’ di pietà in fondo al cuore comincio a sentirla.
Andrew si posiziona discreto dietro alla signorina che lo precede, con un rispetto della distanza di cortesia tale che potrebbe leggerle le istruzioni di lavaggio nel colletto del trench. La sfortunata non si accorge di niente: uno pensa di essere al sicuro, in un alimentari latteria. E invece no. Non ha il tempo di puntare il dito verso il Kinder Bueno, che succede una cosa che ha dell’assurdo. Sto squilibrato le afferra il polso e lo devia verso quelle schiacciatine lì. Come se quest’atto di cafonaggine non fosse sufficiente, quell’ignorante della lattaia, invece di lanciargli una manciata di grissini appuntiti negli occhi, gli dà man forte: “sono croccantissime!”. No, ma voi riuscite a vedere quanta criminalità surreale aleggi in questo esercizio? Secondo me non emette neanche gli scontrini.
Ad ogni modo, un comportamento del genere sembra infastidire solo me, in quanto, senza nemmeno voltarsi a vedere chi va in giro afferrandole i polsi, quella che si è appena rilevata la più squagliata del trio continua imperterrita a indicare col dito il Kinder Bueno ed esclama: «veramente io volevo qualcosa di più sfizioso..», facendo intendere che piuttosto che prendere le schiacciatine di quella latteria leccherebbe un paracarro in tempo di carnevale.
«E alloraaa i dolci alla crema» insiste quindi Andrew, con l’approccio riguardoso del toro da monta e dimostrando di non conoscere la parola krapfen «sono deliziosi».
«Buoni, ma sono un po’ troppo..» è la solita risposta, sempre così ricca di significato e soprattutto simpaticissima, frizzante, inedita, una boccata di aria fresca.
La lattaia, dal canto suo, guarda Howe con l’aria ma che vvvole questa?, aggiungendo quel tocco di psicopatia dei bei borghi di una volta.
Lui ricambia lo sguardo; non è abituato ad essere contraddetto quando torce gli arti alle sconosciute, emerge inequivocabilmente dall’intelligente curiosità che gli attraversa gli occhi.
L’altra, ormai persa, filosofeggia con mano aristotelica «volevo qualcosa giusto per arrivare a pranzo». Perché se no che succede, muori? Kinder Bueno: il tassello mancante tra il pranzo e il perimento per inedia.
Questo momento di squisita intellettualità è l’occasione perfetta per il galantuomo Andrew, che le frega la merendina da sotto il naso.

Dopo un gagliardo intermezzo costituito dal solito girotondo delle nocciole e dalla Forza che assembla il Kinder Bueno nell’universo dell’oltrebianco, assistiamo infine alla fiera delle menti lobotomizzate, con Howe che sfotte la signorina dandole dell’indecisa e le elemosina metà snack e lei che ridacchia, felice di prendersi le sue briciole e le sue prese in giro; il tutto ulteriormente appesantito dalla silhouette sfocata dell’inquietante lattaia, che sorride come se avesse appaiato due angeli. Veramente, la pericolosità di certi esseri umani.

La complicità ambigua di Howe e dell’esercente malvagia, con nostra sorpresa, non si limita all’allegra bottega, ma continua nell’appartamento del nostro atleta.


Come possiamo ammirare, Andrew è alle prese con l’installazione di alcune mensole su una parete di casa sua (una nuova casa, mi par di capire.. ma sì, perché no, finora di logico non c’è stato niente) ed è in evidente difficoltà: non ci vuole una livella per capire che sta facendo il secondo buco dieci centimetri più in basso. ..No, ma davvero, tu mettili così i tasselli e richiamaci quando ci appoggi i libri e la boccia col pesce rosso.
Tutto questo bricolage avanzato porta Howe ad esprimere il suo pensiero più frequente: gli è venuta un po’ di fame. Tempismo malandrino, suona il campanello e si palesa quella brutta lattaia senza creanza che abbiamo conosciuto poc’anzi.
C’è dell’emozione: «ciao, Andrew!» esclama lei tutta illuminata.
«Lucia!» risponde lui, che come al solito non ha idea del mondo che gli gira intorno.
«Ho chiuso il negozio prima e ti ho portato un po’ di spesa!»

Chiedo scusa. Decentramento urbano in crescita, crisi finanziaria, tempi da lupi che neanche in Dickens e tu chiudi il negozio a caso, così puoi portare al principino i dolciumi? Ma ci rendiamo conto?
Ovviamente lui non si sogna neanche di ringraziare. Ci ritroviamo invece a dover ascoltare la seguente frase: «tu sì che mi conosci!».
Che può voler dire:
tu sì che mi conosci! Non so nemmeno contare gli spiccioli, figuriamoci farmi la spesa
tu sì che mi conosci! Questa casa ha pane a volontà e alberi da frutto, ma la sera finisce tutto in pattumiera
tu sì che mi conosci! Mi chiudo spesso dentro casa e non so come uscirne
tu sì che mi conosci! Il che è una fortuna, ho perso i documenti e non mi ricordo come mi chiamo

..ed altre innumerabili affermazioni intrinseche, ugualmente valide, anche contemporaneamente.
La signora, che aveva un bisogno tanto impellente di andare da lui che non s’è nemmeno tolta il grembiule, gli porge tre etti abbondanti di biscottoni al burro.
Andrew li guarda, vi prego fateci caso, con una repulsione di rara autenticità (comincio a credere che in quella latteria faccia tutto schifo), ma nel contempo li arraffa e se li imbosca al sicuro in dispensa con la rapidità di un bravo scoiattolo.
La lattaia non si lascia demoralizzare, anzi, continua con le regalie, offrendo un bombolone che lui non guarda nemmeno; senza esagerare, non ci posa gli occhi per un secondo che sia uno. Ma nessuna paura, lei ha portato una confezione di Kinder Bueno che basta per tutto l’inverno.

E qui succede qualcosa.
Lui vabbè, lo sappiamo, sgiuggiola senza ritegno «i miei Kinder Bueno!».
Ma lei, lei è interessante. Lo guarda, si veste di un’espressione tutta speciale e lo mette al suo posto, precisando: «i nostri».
Lui ride di quella risata nervosa tipica dello scagnozzo quando il capo gli racconta una barzelletta che non gli fa ridere manco per niente, conscio di questo rapporto torbido con quella che lo droga di snack, che gli ha ricordato come lui non sia niente senza di lei, e che quello che gli viene dato, allo stesso modo può essergli tolto.
La riprova della supremazia della lattaia in questa coppia malata è data dal fatto che non si dividono un Kinder Bueno, lei ne ha uno tutto per sé, è una novità rispetto agli spot precedenti.
Il lato da brivido, se lo preferite, sta nel braccio stretto sulla spalla di lui, a rivelare una disagevole intimità, e l’unisona, disturbante estasi stendhaliana nell’assaporare il ripieno di nocciole – questa è uscita molto più equivoca di quanto volessi, giuro.

Alla luce di questi fatti, capiamo che il mondo di Andrew Howe, sotto sotto, non è un idillio come appare a prima vista, bensì un incubo, e questo ci aiuta a trovare la risposta della gran domanda di oggi, cioè che sì, con ogni probabilità l’uomo coi palloncini era It.

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Andrew, how… Parte I

Andrew Howe. Forse vi ricordate di lui per i suoi successi sportivi, le belle medaglie che ha conquistato mentre sua mamma lo incoraggiava a forza di sgridate e bicipiti agitati, per il suo tendine ballerino; o forse ancora per quei poster promozionali della linea d’abbigliamento dell’Aeronautica Militare, intento a farci vedere come gli doni la giacchetta del Barone Rosso. Sembra avere tutto, capacità ed avvenenza.

1. Andrew Howe mostra un biscotto danese alla glassa di burro
2. Una stirata alla polo ci stava però eh..

Dietro a questa vita apparentemente meravigliosa, si cela tuttavia una condizione molto seria, di cui non si parla abbastanza.
Come tutti sappiamo, da tempo Kinder affianca i grandi sportivi italiani, e, come se non bastassero le spontanee colazioni di Fiona May e la trascinante simpatia di Valentina Vezzali, ha deciso di affidare la promozione del Kinder Bueno ad Andrew Howe.
Ebbene, con quello snack davanti, questo povero ragazzo si trasforma in un completo deficiente.

Non può farne a meno: si scompone, rotea gli occhi, ha la testa confusa come se respirasse elio, acquisisce la parlata di Braccobaldo. Se fino ad un attimo prima vi sembrava l’angelo dell’hangar, alla visione di un suo spot vorrete indossare degli enormi paraorecchi in isolante orso polare e riparare in un bidone di kerosene. Si aggiunga, poi, che questo stato di temporanea incapacità mentale porta il nostro eroe a non accorgersi dei pericoli che lo circondano.

In principio ci fu l’insopportabile ragazza bionda. Quella che lo “incontra” all’aeroporto, che “casualmente” diventa la sua vicina di casa.. Non ci sono abbastanza virgolette per spiegare la gravità della situazione. Non mi è chiaro, cosa doveva nascere da quell’incontro pirotecnico di menti, una tenera amicizia, una relazione romantica? Io analizzerei i fatti: una ragazzetta con lo sguardo allucinato, che chiaramente spalma le anfetamine nel sandwich, segue un povero atleta, lo perseguita ed inscena incontri fortuiti che non convincono nessuno tranne lui. Se la signorina fosse stata un uomo, a quest’ora sarebbe soggetto a un provvedimento restrittivo e a Quarto Grado si traccerebbero vaghi schemi esplicativi sulla lavagnetta, coi pennarelli. Ma è minuta, ha gli occhioni azzurri di Dumbo, quindi lasciamo che piombi in casa ad un personaggio noto appena dopo il trasloco, senza che lui, povera anima di panbiscotto, si interroghi su come lei l’abbia trovato o come conosca tutti i suoi spostamenti.

Già all’aeroporto qualcosa non andava. Non tanto la scenetta, su cui sorvolerei con misericordia, quanto piuttosto sul fatto che lei rubi un campione della sua firma e scappi veloce come il vento, per poi passarci davanti divorando la merendina, con lo sguardo sadico di chi ci dice che è appena cominciata.

E’ quindi assolutamente normale che lei si metta ad urlare «yuuhuu! Andreeew!» già dal piano terra del palazzo. E questo, notare, senza che lui provi per lei un sentimento diverso dallo stupore mattacchione: «ancora tu?», esclama con la testina inclinata tipica delle sit-com statunitensi degli anni Ottanta. Lei entra in casa sicura come un sicario, facendo capire che in quell’appartamento ci è stata già: per i sopralluoghi, per trapanare i fori negli occhi dei quadri così da poter spiare Howe dall’appartamento accanto, a piazzare la telecamera nel mappamondino, che tanto, quando mai lo userà.

Il problema è che Andrew non è bravo a mandare via la gente e, quando lei gli chiede cosa stia facendo, anziché fingere di dover uscire, lo sciagurato le dice che sta per mangiare. Ovviamente la poveretta, nella sua delirante visione della realtà, prende l’affermazione come un invito a rimanere: uno snack tira l’altro, poi chissà, nella borsetta ha casualmente un catalogo di vestiti da sposa, un album di graziosi foto collage di loro due e forse anche una mannaia. Svegliati, ragazzo: se è la tua vicina di casa, come mai si presenta con la borsa?

La giovane mentecatta coglie la palla al balzo: «ho una leggera fame anch’io!».
In proposito: basta, basta con ‘sta storia che il Kinder Bueno serve quando non è che hai fame, ma un po’ sì, cioè, che un panino no e la pastarella è troppo, però.. No, sul serio. E’ un cavolo di snack. Piantatela. Nessuno parla così. Nessuno risponde «Ti faccio un piccolo toast». Cosa mi viene a significare “piccolo toast”? Sì, sì, ho capito, serviva qualcosa di piccino, poco farcito ma comunque pesantello. Peccato dia piuttosto un’idea del tipo: «sono un pidocchio di ultimo pelo ed è già tanto se ti scaldo una fetta di pane. Vuoi mangiare, ah, maledetta? E va bene. Avrai un toast, Ma sai cosa? PICCOLO. Così impari.»
Senza contare che, nello spot dell’aeroporto, Howe voleva quel Kinder Bueno perché aveva tanta, tanta fame che ancora un poco sveniva davanti al distributore. Decidetevi, perdio, il Kinder Bueno deve o non deve sfamare?!

Coerentemente con questa linea nutrizionale selvatica, la nostra persecutrice, cresciuta in qualche splendido collegio nel Sussex, non lo vuole il toast, che diamine, vuole qualcosa di più sfizioso, che non siamo mica alla sagra della sardina.
Lui, che non ha idea di come si parli ai pazzi scatenati, la asseconda servile e le offre una fetta di torta di gommapiuma, che lei rifiuta, perché no, è buona, per carità, ma un po’ troppo, mo’ non esageriamo.. signori di Kinder, voi capite che dialoghi del genere sono veramente fuori controllo?
Lei si accorge che Andrew tiene qualcosa dietro la schiena. Che cos’è? Oh, numi, non sarà mica un cellulare per chiamare aiuto? E invece no, ha in mano un Kinder Bueno, immagino ormai sciolto e impiastricciato. La vittima è costretta a mostrarlo, sempre fedele alla mimica del bimbetto americano birbante. La risposta è la seguente: «ci stavi provando?!» Eh, certo, buttiamo una frase ambigua che si riferisce allo snack ma forse anche no. E il nostro ingenuo eroe, anziché darle una bella padellata sullo zigomo e legarla con la corda per saltare, lascia che lei si sieda coi suoi jeans sporchi di metropolitana sul tavolo dove si mangia, lascia che sia lei a scartare e dividere la merenda e mangia, sorridendo! Sul serio, sei completamente ammattito?

Ma cosa ne può sapere lui, il suo orologio da parete segna sempre le 4.49 e la sua frutta è tutta di legno.

 

 

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02/04/2012 · 07:49

Moralismo Letterario (e Delurking Day)

I

M’ero segretamente ripromesso di non occuparmi mai più di ALM, perché chi deambula incensandosi e dicendo che tutti gli altri sono cretini perché non riconoscono il suo genio non dovrebbe essere incoraggiato, ma fatto sedere con dolcezza sulla panchina e riconsegnato all’infermiera.

Recentemente ho anche visto uno spot cumulativo de Il Labirinto Femminile (altrimenti noto come un libro bellissimo) e de La storia di Giovanni e Margherita (alias un’opera di una bellezza struggente) in cui si aveva la netta impressione che ALM avesse preso in mano la situazione e avesse detto «operatore, accendi la telecamera, che mo’ spiego io a queste capre che capolavori si stanno perdendo», ovviamente leggendo spudoratamente il gobbo, perché, parafrasando le già sagge parole della figlia,  «capire il senso delle frasi di Marra è difficile, anche quando Marra sei tu»
Dico solo che tanto immotivato ego l’ho visto solo in Derek Zoolander.

Tuttavia, non posso esimermi di fronte al dovere di cronaca, giacché continua il filone di personaggi che si prestano alla marrana carnevalata: stavolta abbiamo nientemeno (nel senso che davvero non c’era niente di meno; forse Corona, via) che Lele Mora. Non sapremo mai cosa c’entri con il libro, perché nessuno di noi leggerà il libro. No, sul serio. Promettetelo.

La piacevole e rilassante musica splatter è sempre la stessa (perché cambiare è difficile, anche quando basterebbe sostituire un file Mp3) ma questa volta i libri si palesano tra mille luccichini, come se fossero il vomito di Campanellino. Dietro c’è uno specchio barocco e una losca figura, che riconosciamo essere quella di Lele Mora, in una giacca che io amo descrivere come “il gessato che sta scappando”.

Ovviamente va sul sicuro, rifugiandosi nella collaudata accozzaglia di scemenze prive di logica alcuna.

«Specchio, specchio delle loro brame… dì pure a costoro che ciò che riguarda Marra è sempre la cosa più brutta del reame! Non sono un critico; ma Il Labirinto Femminile è il libro più straordinario che ho mai letto e allora mi sono offerto, per un euro, di rompere io il silenzio assordante di quelli che dovrebbero parlare, ma credo temano causi gli attesi cambiamenti. Leggilo! E’ davvero bellissimo»

C’è così tanto da sfottere che mi gira la testa.
«Specchio, specchio delle loro brame…» e subito il dubbio mi assale: ALM (perché il burattinaio è sempre lui, non c’è bisogno di dirlo) starà mica riferendosi a noi e a tutti quelli che prendono in giro la promozione delle sue opere, vale a dire una quantità di persone uguale a quella illuminata dal Sole in questo momento?
Mi sa di sì, perché fiocca quel vittimismo lagnoso che tanto ci è piaciuto nei monologhi Marrani post-critiche:

«dì pure a costoro che ciò che riguarda Marra è sempre la cosa più brutta del reame!»

Ora, non diciamo cose che non sono. Noiosa, tracotante, insopportabilmente vanesia, inutilmente farraginosa.. brutta non l’ha mai detta nessuno.

vicepreside MoraIl tutto abbinato ad un fastidiosissimo dito indice, che viene brandito con minaccia, a scandire ogni frase, come se l’oltraggiato professor Marra avesse chiamato a difesa il vicepreside Mora, che adesso ci mette a posto tutti e ci toglie la ricreazione del pomeriggio.

«Non sono un critico (e già la sorpresa circa quest’affermazione mi occlude i ventricoli) ma Il Labirinto Femminile è il libro più straordinario che ho mai letto (mi domando quale ventaglio di letture impegnate preoccupazioneriempia gli scaffali della sua biblioteca .. Non a caso si dice: “che io abbia mai letto”) e allora mi sono offerto per un euro (ma cos’è, una simulazione di compenso? Sta mettendo le mani avanti con la Finanza?) di rompere io il silenzio assordante di quelli che dovrebbero parlare (e qui si ripropone il brevettato piagnisteo di ALM, “nessuno mi capisce, nessuno mi difende, al terzo canto del gallo comprerai il mio libro in edicola”) ma credo temano causi (non faccia quella faccia signor Mora, “causi” esiste, eh, è una parola) gli attesi cambiamenti.»

E questo è un momento Voyager che voglio lasciare così, intatto, nella sua mostruosa vaghezza:
il coraggioso Mora, completamente sguarnito di congiuntivo, si legge il librone di Marra, tutto.
Poi vede che nessuno lo compra e si strugge, oh mon Dieu, come mai il Labirinto non diventa il nuovo Nuovo Testamento, perché?
Eppure è il libro più bello che ha mai letto.
Sarà mica che i grandi illuminati italiani lo stanno ignorando di proposito, perché hanno paura della portata delle rivelazioni sulla coppia? Non è che qualcuno ci guadagna ad attanagliare la società allo strategismo sentimentale?
Allora gli viene un’idea supergenerosa: chiede un euro (che secondo me è una pidocchiata, altroché, fallo gratis accidenti) a Marra e si offre di spiegare a noi microcefali il grande potenziale degli sms tra Alessia e Franco, o come cavolo si chiamano la praticante facilona e il suo dominus porcello.

«Leggilo! E’ veramente bellissimo»

Intanto mi dia del Lei, ché non sono Francesca Lodo nella sua piscina a Porto Cervo.
Secondo, io non leggo un libro solo perché lei me lo consiglia.
Al contrario, mi rifiuto volentieri di leggerlo solo per il fatto che lei me lo consigli.
Perché vendere un libro è difficile, anche se impieghi la famiglia, un’attricetta imbarazzata e il direttore del circo.

Robe che fan sperare che arrivi presto il 2012 a portarselo via.

II

E’ tornato il delurking day.
Ormai lo conoscete, è il momento dell’anno in cui chi legge e non commenta mai, o quasi, fa un saluto, lancia un insulto, insomma, lascia un commento.
Nessun impegno. Ma sappiate che per scrivere questo post oggi mi sono bruciato tutte le pause, tutte.
Scherzi a parte, ringrazio davvero tutti quelli che leggono, che poi commentino o no.
(tutte le pause – TUTTE!)

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