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Verrà la Morte e avrà una salopette

Che a Pupi Avati piacesse cimentarsi nell’horror lo sapevano tutti. Io, fino a poco tempo fa, dei suoi avevo visto solo Il Nascondiglio con Laura Morante, che mi aveva spaventato tantissimo, ma credo sia dovuto al fatto che a me viene un infarto pure se il vento fa sbattere una porta.

Qualche giorno fa, però, ho avuto l’occasione di guardare il trailer del suo ultimo lavoro del terrore e devo dire che gli è riuscito alla perfezione: inquietante, criptico e carico di tensione, il nuovo spot del Frecciarossa 1000 porta Avati una spanna sopra a Dario Argento.
Lasciate quindi che vi racconti nei dettagli la trama di Frecciarossa 1000. Così bello che non vorresti scendere mai.

È l’estate del 1931. I piccoli orfani stanno per andare in vacanza a Cervia, dove vedranno il mare per la prima volta nella loro vita. Lo si intuisce dalla suggestione di quello sciame di ragazzetti che entrano in mare in una specie di D-Day al rovescio: una pennellata, o se preferite una secchiata, di indizio.
La direttrice dell’orfanotrofio spinge i bimbi all’interno dei vagoni di un treno merci come retine di patate, ma si guarda bene dal contarli: tanto li pagano al chilo, mica al pezzo! Stipato l’ultimo scompartimento, la direttrice serra la porta stagna in modo che in caso di incendio non rimanga che la cenere per concimare, e il treno se ne parte.
In conseguenza a questo comportamento scellerato che omette l’appello, uno dei piccini, che noi chiameremo Alberico, è rimasto a terra. Con onestà, è difficile trattenere le lacrime: gli altri bambini lo salutano, sembrano felici che il loro compagno sia stato dimenticato lì, ma come si può gioire per le disgrazie altrui?2
E Alberico rimane lì, con quel berrettino da fornaretto appoggiato in testa, una bretellina calata della salopette nera a calzoncini corti che in confronti Nicki Minaj si copre. Li guarda scomparire sul loro treno a carbone, reggendo la valigetta da migrante nella destra e un portapranzo in cuoio nella sinistra, ma è così piccolo ‘sto portapranzo che dentro ci saranno al massimo quattro noci e un uovo sbattuto.
Si rabbuia di rancore, Alberico. Io vi perdono, ma ci rincontreremo, sembra dire.

1

“Vedremo se riderete ancora dopo che vi avrò uccisi tutti!”

Ma non si muove, non protesta, non urla alla direttrice che lui è una patata mancante; rimane come uno stoccafisso davanti all’inevitabile. Alle sue spalle, sopraggiunge il Frecciarossa 1000, che nelle intenzioni dei creatori è il futuro che arriva mentre Alberico guarda il passato che se ne va, ma finisce per essere una metafora che dice se perdi il treno nel 1931, il prossimo arriva nel 2015 e se non stai accorto e perdi pure quello, facile che quello dopo ancora sia un’astronave nel 2099.

Alberico si volta e ammira il treno, finché un loschissimo macchinista sbucato dall’ombra gli chiede:

«Vuoi salire?!»

Sebbene quello sguardo da Willy Wonka degli autoferrotranvieri spaventerebbe chiunque, Alberico accetta l’invito impassibile, coerente con la peggiore freddezza da criminale psichiatrico. Si spalanca la carrozza 8: Alberico, a bretelle finalmente riunite, sale a bordo, spingendo coi ginocchietti la sua valigia lisa attraverso il lussuoso vagone. Non c’è alcun altro passeggero, da nessuna parte, probabilmente perché si tratta del treno che porta nell’aldilà. La dimensione sovrannaturale si evince dal fatto che nella carrozza l’addetta abbia lo stesso berretto di Alberico e che lo saluti senza dopo aggiungere «Mi dispiace, siamo chiusi» né «Mi sono rimasti solo i Tuc.»

Alberico supera la sala conferenze e le poltronissime Vip mentre l’universo circostante si smaterializza e tutto l’ambiente si agita in modo insopportabile.

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L’omaggio di Pupi Avati a Shining

«Vieni!»

Lo invita il macchinista. Non andare, Alberico! È un tranello!

Ma Alberico, che non prova emozioni superflue come la paura, ci va, camminando a mo’ di anatroccolo ingrigito reggendo i suoi miseri bagagli, subito arpionato dal braccio dell’uomo.

«Vuoi che li raggiungiamo?»

E in che modo pensi di fare, pezzo di deficiente, li segui a vista e poi li tamponi finché non si fermano? Che poi, parliamone, sei arrivato quando il treno coi bambini era già bello che andato, quindi chi, esattamente, vorresti raggiungere?

«No, non voglio scendere più.»

Risponde Alberico, con una faccia che lascia intendere che se lui dice che non si scende, non si scende e che quello sarà il viaggio finale di entrambi, in un modo o nell’altro.

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“Guarda bene la mia faccia, perché sarà l’ultima cosa che vedrai!”

«E allora facciamolo fischiare!»

Replica senza alcun collegamento il macchinista, mentre notiamo dal labiale che sta parlando al contrario come le creature demoniache – d’altronde per non spaventarsi davanti al bambino più inquietante dal 1931 in poi bisogna essere fatti di una certa pasta.
Alberico (che, come ormai abbiamo capito, è la Morte) si appropria subito dei comandi, fischia in modo irritante e tamarro e lancia il treno a velocità suicida.

7

“Prendi questo, lungomare di Cervia!”

Si staccheranno dai binari e punteranno in direzione dell’universo extraterrestre, dove soffocheranno orribilmente in mancanza di ossigeno (sì, anche la venditrice di Tuc in carrozza 3).
I detriti del treno piomberanno sulla spiaggia di Cervia nel 1931, uccidendo tutti gli orfani della colonia, impegnati nei loro italici esercizi. Tra loro, c’era un bambino che se fosse cresciuto sarebbe stato padre di un pezzo grosso di Trenitalia. Secondo gli astri, il figlio dell’orfano in colonia avrebbe dovuto, nel 2015, discutere dello spot con Pupi Avati. Sarebbe stato perplesso sin dall’inizio e poi, dopo averlo visto, avrebbe urlato «Cos’è sto schifo?» inducendo tutti a riconsiderare la realizzazione dell’idea e, perché no, l’IDEA STESSA. Ma Alberico, in quanto Morte, conosceva in anticipo il futuro e ha fatto in modo che, al disintegrarsi del treno, una poltrona della saletta conferenze piombasse proprio sul futuro padre del pezzo grosso di Trenitalia, in modo da poter essere all’infinito protagonista di uno spot all’insegna del disagio emotivo, in un loop temporale che si esprime nella messa in onda continua e che è la vera essenza dell’horror e per questo credo siamo davanti a una pietra miliare del genere.
Si dice che le molecole di Alberico siano ricadute nell’atmosfera, rendendo i volpini di Pomerania isterici e malvagi e portando astenia negli impiegati delle biglietterie Trenitalia.

Eggrazie che i compagni erano contenti che fosse rimasto in stazione.

e

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Fiat Anniversarium!

I

 

Che ti abbiamo fatto, Fiat? Perché non ci vuoi bene? Bastava dirlo, che gli aiuti di Stato non erano abbastanza, invece di cambiare famiglia e lasciarci qui a essere protagonisti delle tue campagne pubblicitarie destinate a tutti i continenti!

Vedi, noi italiani non siamo sempre stimati in giro per il mondo, un po’ perché ce lo meritiamo ma un po’ anche no, così mi chiedevo quanto fosse necessaria la formulazione dell’ultimo spot della 500X.


So cosa stai per dirmi, che fai pubblicità alla bellissima Pitigliano. Ma non mostri i suoi tanti siti archeologici, le mura, le fontane, i palazzi, se non di sguincio… C’è una veduta da lontano che è stupenda e inconfondibile e quant’altro, ma non fare la furbetta, Fiat, a te serviva per dare l’idea del paesetto italiano sperduto e arretrato, altrimenti poi non avresti mostrato come prima cosa IL BUCATO. E c’è il maschio italiano che è un signore attempato coi capelli arruffati e la vestaglia di leopardo! Di leopardo, Fiat! E i mobili truzzi d’oro e la moglie mora, ricciolona e accaldata. Eddai.
L’uomo va prendere il Viagra – e questa è una delle cose più tristi e senza fantasia che si potevano immaginare, eppure tu hai deciso di rappresentarci così, con questo umorismo da Colorado Café. La pillola blu, contenuta in uno di quei barattolini tipicamente statunitensi, manca la bocca dell’uomo, forse perché lui la lancia all’indietro come una moneta nella fontana di Trevi, e io vorrei che esprimesse il desiderio di essere vestito meglio, quantomeno, eppure ci tocca seguire il destino di un farmaco che si fa tutti i tetti, prende la campana e sfiora un prete, perché dobbiamo sottolineare che imperversiamo simpatici e maliziosi in questa terra di timorati di Dio, siamo la freschezza nel vecchio, attraversiamo anche l’Ape, questo simpatico veicolo da italiani, entriamo in una fontana (e poi mi lamentavo che non facevate vedere le fontane, che ingratitudine) becchiamo un calice di bollicine e voilà, dritti dritti dentro il serbatoio di una 500, che si irrobustisce e diventa una 500X.

E le donne di ogni età che fanno “uhh”, “ooh”, tu mi puoi dire che te le sei inventate e volevi fare la peperina, ma la Coca-Cola queste scempiaggini ha smesso di farle da quindici anni, dopo averle inventate trent’anni fa, non fa fare più “uhh” e “prrr” alle donne, te lo giuro. Magari era una specie di omaggio alla Volpina di Amarcord, chissà, ma in quel caso giova ricordare che la poveretta non stava a posto con la testa ed è facile che vivesse per strada.
E non credere che non abbia notato la vecchietta spazzare con la scopa di saggina tra l’asfalto e le erbacce al distributore: un giorno mi dovrai dire perché.

Sai, Fiat, possiamo pure far credere al grande pubblico che questo spot sia creativo e divertente, non è difficile con la confezione giusta, e tu ce l’hai. Ma alla fine, se riusciamo a non lasciarci emozionare dall’Ape carica di oleandri venefici, il senso spiccio dello spot è che tu, Fiat, hai fatto con la 500 quello che il Viagra fa ai vasi sanguigni di un pene. Cioè, capisci, messa così è brutta forte.

A questo punto, Fiat, perché nel prossimo spot non fai cadere un po’ di Imodium nelle tue auto, così magari Altroconsumo ritira la class action contro di te per consumi superiori a quelli dichiarati?

 

II

Oggi il mio blog graficamente inadeguato compie sette anni! E allora mi sono detto, giacché ogni anno cerco il premio più brutto e indesiderabile, perché non offrirne uno che sia, come ogni anno, brutto e inutile, ma che stavolta vada a tutti quelli che hanno auto la pietà di seguirmi finora?

Così ho deciso di dirvi chi sono – e credo sia il miglior premio triste e deludente a cui potessi pensare.

Mi chiamo Giada.  Voilà, è stato facile (il fatto che sia un mese che c’ho lo stomaco intorcinato è puramente casuale). Ho preparato qualche paroletta nel caso foste curiosi – e potete stare tranquilli che i post futuri di questo blog non includeranno alcun tipo di promozione. Ci siamo conosciuti per ridere delle pubblicità e dei telefilm e qui continueremo a fare quello.

Ringrazio le sei persone a cui, in questi anni, ho detto chi sono. Oggi sono per me amiche e amici nel senso proprio del termine. Qualcuno era stupito, qualcuno per nulla, ma nessuno se l’è presa ed è stato un sollievo vedere che hanno capito come l’identità fosse l’unico dettaglio effettivamente celato.

Direi che è tutto. Lo so che il premio di quest’anno non è arrivato nella busta gialla e triste come negli altri anni, ma spero che vada bene lo stesso.

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Il supereroe

Bisogna parlare dell’uomo Conad e dei vari spot che lo vedono protagonista.
Lo so cosa state per dire: noi non vogliamo sapere niente dell’uomo Conad! È giallastro e malevolo! Avete ragione, amici miei. Ma sento che se non ne parlassi salteremmo colpevolmente una pietra biliare dello spot italiano, nel senso che prima ce ne liberiamo, meno ci roviniamo la salute.
Il primo spot risale al 2013. Sopportiamolo insieme.

L’uomo Conad si chiama così perché è un supereroe. Veramente! Guardatelo come è preoccupato per le sorti dell’umanità, non riesce a prendere sonno, neanche se si impegna. Allora decide che, se non riposa lui, neanche la moglie può, così le picchietta il dito sulla testa finché non si sveglia – e lei nono gli dà neanche mezza gomitata.

«Amore, c’è un problema.»

Mentre rabbrividiamo di suspense, scopriamo che la moglie è un monumento all’insicurezza patologica: anziché assicurarsi che il problema non sia, che so, di salute, chiede subito se il problema è tra di loro. Lei è ancora mezza addormentata ma già aveva in canna il timore che lui la volesse lasciare. Cominciamo bene.
A quella domanda lui nega, peraltro con una espressione che sembra dire “ma che c’entri tu, che vuoi?!” veramente simpatica.

«Il problema è tra la gente. Devo andare!»

Con questa frase da supereroe del comune sotto i 1500 abitanti, l’uomo Conad lascia l’appartamento e attraversa la città di notte, allo scopo non di assassinare estranei, come tutti ormai ci aspettiamo, bensì per fare il supereroe! Guardiamolo entrare al supermercato e accendere il generatore al plutonio, così può vedere meglio di cosa va riempiendosi il carrello, spiato dalle telecamere che renderanno tutto più facile al processo per furto.
Dopo di che, contemplato il malloppo con soddisfazione, lascia tutte le luminarie accese e se ne va, pronto a tornarsene a lettuccio. Diciamo che emerge come il problema non sia tanto tra la gente, quanto nella sua psiche. Ma quando si è supereroi subentra la fragilità, lo sanno tutti.

Saranno cambiate le cose, un anno dopo?

No.

Si esordisce con il mai abbastanza sfruttato “Allora vieni a letto?”, che è una frase che dovrebbe essere incenerita insieme a “Tuo padre è un ladro? No perché le stelle…” e quelle cose lì.
Ma soprassediamo, perché il dialogo è molto importante. Il nostro protagonista siede nel semibuio della cucina con lo sguardo dimesso e dice che stava pensando. Ma se ve la racconto così ve la nobilito, dovete guardarlo, e dovete osservare la moglie che fa

«Ad un’altra donna?!»

in un modo che viene da premerle la faccia in un mazzo di ortiche. E certo che pensa a un’altra donna, l’hai preceduto di un attimo perché stava giusto per dirtelo come si fa in questi casi. Sai cara stavo pensando a un’altra. Vabbé. Mi passi il sale?
Ma noi è dal 2013 che sappiamo che questa donna è malata di insicurezza e qualsiasi cosa le dica il marito è sicuro che c’ha un’altra.

Va detto che la recitazione è altissima: la signora passa tutti gli stadi del Telegatto: incredulità, sgomento, paresi, disprezzo.

no need of you, Anna Magnani

E va pure detto che lui questi stadi se li merita tutti, perché un entusiasmo esagerato e immotivato me lo aspetto e lo apprezzo dalla Melevisione, non da questo triste individuo vestito da patologia al fegato, che risponde:

«A milioni di donne!»

Oh. Mi sa che sono stato affrettato nel giudicarlo. Come si fa a dormire, infatti, se si pensa a tutte quelle povere studentesse rapite in Nigeria di cui non va più di moda parlare, o a quelle poverine in Paesi arretrati come India, Pakistan, Afghanistan o, il cielo ce ne scampi, in Italia? Come si fa a dormire, ma davvero! Io chiedo scusa per essere sempre così prevenuto, ascoltiamo il signore.
Dicevamo, egli (che, non so se ve l’ho detto, è un supereroe! Sul serio!) pensa alle donne. E ha deciso che per loro ci sono prodotti che costeranno meno.

«Pasta, caffè…»

Se il declino concettuale intrapreso non fosse abbastanza evidente, i creatori vigliacchi fanno dire a lei “farina”, come se fosse un’idea sua, prima che concluda lui con “latte”. Ma è giusto eh, alle donne servono queste cose, devono fare il pane. Lui non lo dice, perché è umile, ma nel ricco paniere delle offerte che molto misericordiosamente offre, ci sono anche la pummarola, il sapone per lavare i piatti a mano uno ad uno insieme ai coltelli insanguinati del marito tornato dalla caccia e altre cose che, ci tengo a ribadirlo, servono alle donne in primis, cioè i corn flakes, i bastoncini di merluzzo e la carta per il gabinetto. Laudato sii, Conad Man!

«Non è una bella idea?»

Chiede lui scodinzolando prima di infilarsi sotto le coperte in tinta col viso.
La moglie, invece di ricordargli con un pugno che le donne non sono universalmente considerate macchine sfornavitto ormai da qualche decennio, che è inutile fare i fighi con la farina che già non costa niente e che il problema è dare accessibilità a beni di prima necessità che servano a tutti, senza scomodare la baggianata della massaia addolorata, gli dà corda! Bravissimo, bravissimo, sai anche cosa? Stasera te la do! Ma signora, ma davvero? Ma Lei c’ha gli standard più bassi di un’asticella all’ultima manche dei Mondiali di limbo, se lo lasci dire.

Si intensificano, peraltro, le molte ombre su come quei prodotti raggiungano poi la sua tavola in particolare, giacché l’uomo Conad, in merito, non dà mai risposte chiare.

Quando la moglie gli chiede se voglia un po’ di carne, fa lo splendido e dice ci penso io!

«La nostra carne è più buona, è controllata e costa meno!»

…che non vuol dire niente: che sia più buona è una tua opinione, che sia controllata lo spero bene, che costi meno non ho dubbi perché mi sembri il tipo che si aggira fischiettando verso il reparto macelleria, prima di agguantare un petto di pollo e ficcarselo nella tasca del grembiule.

La stessa cosa accade con le verdure.

«A quanto le vendete, le verdure?»

Si informa la moglie.

«A un prezzo affettuoso!»

Risponde prontamente lui. E questo per sottintendere che si prende una treccia di pomodori soleggiati, una cassa di melanzane e sei cocomeri e affettuosamente se li carica sul Doblò, sfondando la saracinesca del carico/scarico mentre esce a tutto gas.

A questo punto, so cosa state per chiedermi: va bene che l’Uomo Conad è un supereroe, ma che potere ha?
Ha un potere fantastico: può dire ovvietà come se fossero esternazioni di rilievo; può dire che abbassa i prezzi di quattro cose per fare un favore alle donne senza che nessuno contesti l’opportunità delle sue parole e soprattutto senza che nessuno noti che uno da solo non decide proprio niente; si autoproclama salvatore universale e non solo la moglie non si stufa delle sue inutili manie di grandezza, ha pure paura che la lasci lui. Ce ne sono tanti con lo stesso potere di comportarsi male senza che qualcuno si scomponga. Accade in politica, nell’industria, quasi certamente anche nell’ufficio dove lavorate. E se state pensando che i Conad Men siano proprio un bello schifo di supereroe, avete ragione. Ma un modo di sconfiggerli c’è: non pensare più da vecchi italiani.

O lanciargli una dozzina di uova marce quando esce dal Conad. Anche quello va bene.

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L’era del Mugnaio Blanco – Parte III – Il Seminario

Gentilissimi, grazie di essere intervenuti, prego, prendete posto.

Dopo due anni di ricerche approfondite, oggi mi ritrovo qui per il seminario finale (o almeno così sperano i gruppi di preghiera in tutto il mondo) sulla situazione del Mugnaio Blanco (prego visionare documento A e documento B, che se rimanete indietro poi non andate dal preside di facoltà a lamentarvi perché non avete i crediti).

Il seminario è intitolato “Inopportuna tensione sessuale tra personaggi di spot: una seccatura” ed esamina i rapporti tra il nostro oggetto di studio, il Molitur Glaucus, e la sua controparte per definizione, la Rosita Rosita.
Ma per farlo – e vi chiedo scusa; anzi, se qualcuno si sente suscettibile all’argomento può uscire adesso e ci vediamo a fine ora per concordare una tesina alternativa sul Kinder Bueno come strumento di potere – per farlo, dicevo, abbiamo bisogno di una premessa.
Tutti noi conosciamo la Teoria di Folgers, no? Dalle vostre facce vedo di no. Io non so cosa vi facevano fare l’anno scorso, veramente, l’istruzione di questo Paese è un imbarazzo.
La Teoria di Folgers è stata sviluppata alla fine degli anni Duemila dai telespettatori americani, sin dalla prima messa in onda dello spot di Natale della Folgers, che è la Ristora degli Usa. Tale teoria dice:

“Ci sono volte in cui forse (ma forse, eh) non è il caso di lasciar trasparire tensione sessuale tra i protagonisti di uno spot.”

Ma ve lo mostro, così capite meglio.
Se qualcuno mi spegne le luci…. grazie, ecco qui

Non ci interessano dettagli che in altra sede sarebbero fondamentali, come uno che torna dall’Africa e chiama “vero caffè” un caffè brodaglioso che era lo stesso che beveva lì e che beh, provatelo e sappiatemi dire. Il punto è che c’è una parte degli americani che ancora ride perché la situazione instaurata dai due attori, per gestualità, linguaggio del corpo ed esasperato scambio di sguardi, non è proprio limpidissima. E non mi nasconderò dietro a un dito: la cosa fece ridere molto anche me. Non è la scenetta in sé a sottintendere nulla, sono gli attori ad essere chiaviche. Qui non ce la si può prendere con i creativi, insomma.

In Italia, invece, abbiamo la Teoria della Battuta Penosa:

“Partendo da una battuta penosa, ci facciamo lo spot.”

«Dov’è Rosita?» si agita Antonio Banderas, inconsolabile.
La cerca in tutti i posti dove per logica potrebbe essere: la bocca del forno, la poltrona padronale con cuscino di damasco, la mensola delle brocchette; ma ogni ricerca è vana. Interrogato, il suo dipendente fa spallucce e lo guarda con tanto disprezzo da sgretolare la pietra, ma trovatela da solo la tua gallina, mentecatto. A voler essere perfettamente onesti, fare il pane invisibile non dev’essere un lavoro troppo gravoso, quindi ha poco di cui lamentarsi pure lui.
Finalmente il mugnaio trova la pennuta, che si è sistemata ad una finestra e guarda fuori. Guarda fuori e piange, mentre un grosso gallo si allontana verso il tramonto, baldanzoso, incurante dei sentimenti della gallina ma sorprendentemente consapevole del sentiero battuto e  io mi chiedo quanti soldi prendono al mese quelli che hanno idee come queste?

Comincia poi la melliflua azione corrosiva di quello che fa l’amico ma in realtà non aspetta altro che il momento adatto per insidiarsi delle crepe di un cuore spezzato. Antonio si avvicina marpione a Rosita e la accarezza: «si vede che non era quello giusto!», quel demonio, soggiogare così una povera bestiola affranta. E siccome, l’abbiamo studiato, per quest’uomo tutto si riduce a fingere di preparare biscotti e a cercare di piazzarli come un Testimone di Geova con La torre di guardia, egli la teletrasporta sul tavolaccio sporco su cui sofistica il sofisticabile, adagiandola a pochi centimetri da uova e farine. Un po’ di Didò decorato con lo stampino dell’Allegra Fattoria, una spolverata fantasiosa di sale grosso, una teglia per uso domestico infilata in una fornace per la fusione di metalli e voilà, riesco quasi a sentire il sapore dell’avvelenamento. Il tutto, badate bene, ad esclusivo servizio della battuta «Non accontentarti di un galletto qualunque!», con la quale Antonio irretisce la gallina in quattro secondi netti e la chiuderei qui, perché si tratta chiaramente di circonvenzione di incapace e bisogna chiamare i carabinieri.

Cosa abbiamo imparato, a conclusione di questo seminario? Che in questo spot la Teoria di Folgers e quella della Battuta Penosa si incrociano imprevedibilmente, così noi spettatori assistiamo impotenti al gioco di parole dei Galletti e alla peggior romanza zoofila del secolo. Solo che noi, come al solito, possiamo tranquillamente incolpare i creativi.

Questo è tutto. Per domani vi prego di portarmi una relazione-sfogo a piacere, un adesivo imbottito a forma di animaluccio della jungla e una ricetta per cucinare la gallina a vostra scelta. Mi serve per un amico.
Gli adesivi invece sono per me.

Arrivederci!

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L’utopia universitaria secondo Tim

Che fine aveva fatto Chiara Galiazzo, una volta sbarcata a Venezia?
Noi l’avevamo lasciata a scocciare i gondolieri, con il rischio che qualcuno pensasse che da lì le cose potessero farsi interessanti. Era quindi doveroso per la compagnia Telefónica (ah ah, questo mio umorismo da Sole24Ore) smentire tale illazione, con una nuova serie di promo che ribadiscono che tutta la saga rimarrà malfatta e priva di struttura.

Vi risparmio gli spot coi finti genitori dall’accento veneto passepartout, perché fanno male alle orecchie in ogni millisecondo, e mi riservo di commentare o meno in futuro gli ultimi, in cui Chiara farà la festa di condominio con la macchietta partenopea, perché ho un animo delicato.

Mi soffermo quindi sulla vita universitaria della cantante, perché merita (non è vero).

Chiara si è ricordata che, oltre a frequentare l’università, deve trovare anche un luogo dove dormire, così si siede a un Caffè e, comoda comoda, cerca una nuova sistemazione.
Parte la prima telefonata.

«Ah, siete quattro!»

Fa, tutta frizzantina. Ci si chiede perché il numero quattro scateni questa gioia inutile, ma non importa, perché lei scopre che sono “tutti maschi”. E ciò è assurdissimo e pericoloso, direi quasi ai limiti della legge. Non se ne fa niente.

Mentre sbatte il telefono sul tavolino (e non è quello regalato dalla nonna: in quanto tempo l’hai perso, due o tre ore?), sull’iPad si materializza una pagina che recita “Singola luminosa e silenziosa”.

Che non sono proprio le parole per descrivere quella garçonnière porpora violetto, verrebbe da dire. Ma cosa ne so io, magari per mostrare che una camera è luminosa bisogna sprangare gli scuri.

Per chi conosca le condizioni medie degli appartamenti universitari, verrebbe da dire pure una parola di dieci lettere molto calzante (no, non è “mentitrici”, anche se ci sta) perché, di solito, con “singola luminosa e silenziosa” si intende una gabbia per galline dall’altro lato dell’aia.

«Quattro studentesse cercano coinquilina per dividere le spese…»

Chiara appare soddisfatta su tutta la linea: c’è ‘quattro’ per accontentare la smania numerologica, ‘studentesse’ per placare l’esigenza di gineceo, più una frase giganticamente superflua. Perché è sempre importante aggiungere “per dividere le spese”, altrimenti uno potrebbe pensare “per commettere omicidio in villetta umbra”. È anche giusto mettere le mani avanti.

Tanto basta dunque per fiondarsi, avviluppata in una tenda da doccia, in una casa abitata da quattro ragazze che ridacchiano tutto il tempo e un cane che non sembra troppo in salute.

«Chi è?!»

«Ah, dev’essere Chiara, la ragazza dell’annuncio!»

Ah, oh, uuuh, fanno le tre che rimangono sedute e che, con grande educazione, si impegnano a fissare lo schermo di un telefonino bianco mentre quella poveretta è venuta su per vederle. Ma appena Chiara entra, eccole che la guardano come se il suo arrivo fosse una totale sorpresa. Se non vi pare una situazione di disagio mentale questa.

La ragazza che è andata ad aprire la porta trascina Chiara in avanti come se volesse approfittare della sua gonna lunga per spolverare a terra, e comunque era da dirle giù le mani che non ti conosco e mi hai già fatto i lividi all’avambraccio.

Mi stavano tutte antipatiche finché non hanno detto i loro nomi, al che si è aggiunto l’orrore per lo sforzo tragico e appena sufficiente che fanno per ricordarsi quali sono stati loro affibbiati.

Scopriamo che l’invadente vestita Decathlon si chiama Eleonora, quella con tutte le corde al collo si chiama Erica (no, non ti chiami Erica e si vede che è la prima volta che pronunci quel nome), la signorina orientale si chiama Maia (detto con lo spirito se mi dicevano che mi chiamavo Friggitella per me era uguale, tanto mi vedete solo oggi, ché mi hanno scelta solo a fini di melting pot) e infine c’è Martina, la cui presenza è oscurata con prepotenza da una delle magliettine più brutte e mal concepite che siano mai state fabbricate. Una cosa inguardabile proprio.

Ah, giusto, quasi dimenticavo: c’è anche il cane Mosè.

«Bau.»

Una gag irresistibile davanti alla scacchiera della dama, per la quale tutte applaudono e zirlano come scriccioli impazziti.

Non so bene in che modo, ma il momento equivale alla firma del contratto, giacché da quel punto in poi Chiara è di fatto entrata a far parte della compagnia.

Queste graziose universitarie devono essere davvero facoltose per potersi permettere un appartamento simile. Ma non è tutto. Si concedono anche le cavalcate in località remote e misteriose, passando il tempo in quello che io chiamo l’Erasmus dell’Emiro.

A questo proposito, io direi alla Tim che se vuole entrare nelle grazie degli studenti fuori sede, queste stupidate deve lasciarle stare. Vada la cameretta delle brame di Bel Ami e la casa coi muri puliti senza uno spruzzo di sugo, la prendiamo come licenza poetica. Ma chi sopravvive in un alloggio in una città universitaria, forse vi farà passare il soggiorno da cento metri quadri, ma quando vedrà gli estemporanei sollazzi equestri delle campionesse di risolino, minimo minimo vi sputa in faccia la minestra pronta dentro cui stava piangendo pensando ai due esami che ha la settimana prossima.

Dicevamo. Perché studiare quando puoi indossare un poncho color tossinfezione alimentare e lanciare la tua coinquilina a novanta chilometri orari su un cavallo costosissimo? E perché chiamare aiuto quando puoi urlare in coro con altre menti superiori, così magari quel cavallo lo infastidiamo pure?

Martina, colei che non vive senza magliette a righe, si perde in questo modo in un bosco di statue e foschia da affumicatura, nel quale si guarda attorno con un artefatto timore dell’ignoto che viene da colpirla alla nuca con un Telegatto. Martina, che è anche molto intelligente, prende subito lo smartinphone e chiama le altre – non proprio sulle chiamate rapide di chi deve essere salvato, considerato che inciamperebbero su un ago di pino. Chiara e quella che dice di chiamarsi Erica boccheggiano:

«Ma dove sei?»

Non sono in pensiero, hanno solo questa curiosità un po’ irritata, vuoi vedere che questa ci fa perdere tempo, ignorando con convenienza il fatto di aver dato personalmente una pacca sul sedere del cavallo.
Erica parla pure di sopra, lei che sa. No, tu non puoi parlare finché non bruci quella terrificante borsa senape. Proprio non puoi emettere suoni.

«Non lo so sono in Italia, spero… credo.»

Fa l’altra con un telefonino agganciato al territorio italiano con massima ricezione. Deve averla confusa l’esercito di terracotta in mezzo alle felci.

Eleonora, che sappiamo non eccellere nel personal space, ma che in effetti sembra l’unica a cui affidare un cactus, strappa il cellulare di mano a Chiara con la faccia date a me, che voi siete cretine.

Poi chiede le coordinate a Martina che, contro tutte le aspettative evocate dalla sua espressione ottusa, saprà come farsi trovare.

Come stai Martina? Hai battuto qualcosa? Hai male? Ti sei spaventata?

Si dice in situazioni simili. Ma noi abbiamo ormai capito che non siamo davanti ai gattini più svegli della cesta.

«Martinaaaa dovevi tirare le redini!»

Che considerazione terapeutica e opportuna. Per non sprecare tutta questa empatia, le farei andare in giro per gli ospedali a dire ai pazienti «dovevi frenare!»; «se guardavi dove camminavi non ti rompevi il femore!». Saranno le preferite di Traumatologia.

«Lo so ma erano loro che tiravano me!»

A questo punto scatta una risata da Oktoberfest che imbarazza fino all’osso sacro per quanto è orrenda, aggravata dall’abbraccio circolare paragonabile solo a quello dei Power Ranger, una roba che Maia può accendere un cero alla Madonna per il solo fatto di essere rimasta a casa.

Il cane è parecchio mogio.

Ma c’è di più (nel senso di peggio)

«Sì mamma sto studiando… sono in mezzo ai libri!»

ih ih ihihi, che scherzone che facciamo alla mamma, poi davvero, siamo nel bosco che è l’anticamera della carta quindi è un po’ come un libro… se avesse otto anni le direi che è una bimba molto acuta, ma viste le circostanze c’è poco da complimentarsi.

«Cosa studio adesso? Green economy. Molto green.»

Aggiunge Chiara, dondolando in un modo così irritante che verrebbe da dissotterrare il Telegatto di prima e colpire anche lei.

Non mi sento in grado di aggiungere nulla a quella che è una delle battute più squallide che il bosco abbia mai udito, se non che il video è intitolato proprio “Chiara Galiazzo studia green economy”, come a dire che si contava tanto sulla comicità della scenetta.
Mi farò cullare dall’immagine surreale delle altre tre sullo sfondo, che si fanno le foto in penombra come se non sapessero fare altro. Cosa che, credo, corrisponda a realtà.

Il cane, gobbo sullo sfondo, probabilmente l’unico ad aver capito la tristezza della situazione, è veramente desolatissimo, chiaramente tormentato dal pensiero ma proprio queste mi dovevano salvare dall’autostrada?

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Poetica del Trivago e dell’Indefinito

Trivago è un sito di ricerca per viaggi e hotel (tra l’altro non uno dei migliori) che ha deciso di farsi conoscere in tv, con uno spot che è una commedia in tre atti in cui si nota il preopotente influsso goldoniano – e di due libretti in particolare: La Contessina e Il Viaggiatore Ridicolo. Va anche detto che da essa non si può prescindere, se si sta facendo una lista dei pro e i contro di essere vivi (nel caso ve lo steste domandando, va nei contro)

Ho anche letto qualche commento in rete, scoprendo che tutti hanno incensato lo spot come splendido, meraviglioso, inarrivabile, sensuale e raffinato (!). Mi piacerebbe sapere se anche voi ci abbiate trovato questo grand gourmet dell’advertising. Io no. Ma andiamo con ordine.

 

La versione che ho trovato è in inglese. Non cambia nulla, anzi: non sentire la voce narrante italiana con quel tono strascicato e mellifluo può solo fare bene.

I protagonisti

Ragazza random, pallore anni Venti. Carina. Smunta. Collo da toro.
Christian Göran
, un uomo che si fregia del nome di fotografo grazie ad istantanee di vestitini di pizzo e uccelli morti e altre cose di amaro sapore instagram. Ha all’attivo più foto di sé lui della più prolifica adolescente munita di smartphone e specchio grande in bagno.

Ma veniamo alla squisita storia.

I

Gesù di Nazareth e la Ragazza con Turbante di Jan Vermeer alloggiano nello «stesso hotel»; si incontrano per caso nel camminamento, entrambi in accappatoio, e si guardano come se dai condotti dell’aria uscissero feromoni e loro due fossero le ultime persone sul pianeta. L’espediente dell’abbigliamento neutro ce li vuole presentare come perfettamente uguali, impedendo a noi spettatori trucidi e velenosi di giudicarli dai vestiti che indossano. Il risultato è che mi sono sembrati egualmente un po’ sciroccati, conciati così a ciondolare fuori dalla porta.

II

Il secondo atto ci spiega perché i due girino in deshabillé per i corridoi: stavano andando in piscina! E’ la prima volta che vedo qualcuno prepararsi già in camera, lasciandoci dentro i vestiti di ricambio: mi piacerebbe vederli, mentre tornano in camera ciabattando fradici, lasciando scie di acqua sulla moquette dell’hotel di lusso come lumache bavose, dev’essere un piacere. Personalmente, mi piace pensare che sia loro necessità sguazzare come rospi, ogni tanto, per mantenere umide le membrane. Fatto sta che i due si incontrano nella piscina semibuia, un luogo ombroso, pieno di specchi strategici tipo casa degli orrori.. giuro, non capisco perché in tv debbano sempre rendere le piscine inquietanti.

Lei cammina ondeggiando tutte le sue ossicine fragili e tintinnanti e lui, da vero gentiluomo, le dà una bella squadrata ormonale, asciugandosi lo scalpo, nel disperato tentativo della regia di farci credere che lei sia una principessa delicata e lui un tenebroso barbonaccio che vive di giocoleria nelle piazzette. In italiano, «same experience» è stato poeticamente reso con «stesse emozioni», elevando un po’ questo proemio di porno al rango di sentimento.

III

I nostri beniamini si incontrano per l’ennesima volta, se tutto va bene l’ultima, in ascensore. Lo spot ci dice «MA: due prezzi diversi». Voi che mi conoscete, sapete che io penso sempre male, quindi non dirò niente sul prezzo messo lì senza spiegazioni, come se  ci informassero su chi dei due troveremo nella stanza singola, a seconda di quanto abbiamo intenzione di pagare. E’ invece interessante vedere come adesso, secondo la regia, noi dovremmo giudicarli per come sono vestiti: lui si rivela un tipo tutto elegante (con quell’accostamento? Non penso proprio), lei è una ragazzetta selvatica, con giacca di pelle, catene, chewing gum sonoro, capelli elettrificati.

I due ridono, sghignazzano paciarosi pensando a come diversamente si erano immaginati, in un clima gioviale da “l’ho scampata bella” che fa molto onore ad entrambi.

In questo spot si è cercato, sin dall’inizio, di indurre lo spettatore ad esprimere un giudizio sui protagonisti, basandosi esclusivamente su elementi estetici, colpevolizzandolo alla fine per aver dato quello stesso giudizio; ma non è garantito che esso ci sia. Lui ha una maledetta barba, non ha tatuato el loco sulla fronte; lei ha i lineamenti delicati e l’epidermide retrò, ma cosa dovremmo dedurne, esattamente, che è la regina che per hobby fa tagliare la testa a chi le pianta le rose del colore sbagliato?

La morale dello spot è l’apparenza inganna, risultato della combinazione di due concetti: il primo è che i due hanno avuto lo stesso servizio a due prezzi diversi, quindi lei è stata più furba, nonostante molto giovane e malgrado fosse vestita così (terribile, no?); il secondo è che, grazie a Trivago, puoi trovare un soggiorno niente male, lo stesso che si concede la gente più danarosa, anche se è evidente che non te lo puoi permettere.

In pratica, la spinta costante e sfacciata a giudicare, che è imposta allo spettatore, non funziona, perché il grado di preconcetto e luogo comune che si imputa a chi guarda è in realtà di chi lo spot lo ha realizzato.

L’apparenza inganna, è vero. Perché, esattamente come una barba o una giacca di pelle non significano niente, allo stesso modo una fotografia cinematografica decente e una manciata di luoghi comuni non dovrebbero tramutarsi de facto in uno spot sensuale e raffinato. Eppure lo spot è bellissimo, la scenetta è intrigantissima e Christian Göran si crede ancora fotografo.
E sì che ci sarebbe un titolo goldoniano perfetto: L’impostore. Ma è una commedia, sapete. E gli uccelli morti non sono mai stati un granché allegri.

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